STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Dal “Messaggero
di sant’Antonio” ottobre 2011
A
colloquio con Paolo Macry
A
lezione di storia contemporanea
La
storiografia e, più in generale, la cultura italiana fatica a essere riconosciuta
e apprezzata all’estero. Così come i nostri studiosi, con poche eccezioni. È
colpa del «provincialismo» e della scarsa autonomia dalla politica
Un chierico
vagante tra le università di mezzo mondo: Harvard, Columbia, Berkeley, New York,
Londra, Montreal, Firenze. Ma sempre molto legato a Napoli dove si trasferì,
dopo la laurea con lode in storia contemporanea alla Statale di Milano, per
proseguire il suo percorso formativo all’Istituto italiano di studi storici
e poi salire brillantemente tutti i gradini della carriera accademica, divenendo
tra i maggiori storici italiani contemporanei, conosciuto e stimato in Italia
e all’estero. Fa parte della redazione di «The Journal of Modern Italian Studies»
ed è editorialista del «Corriere della Sera» e de «Il riformista», ma soprattutto
autore di alcuni volumi che hanno aperto nuovi spazi alla ricerca storica, tra
cui Mercato e società nel Regno di Napoli (Guida, 1974); Ottocento.
Famiglia, élites e patrimoni a Napoli (Il Mulino, 2002); La società contemporanea
(il Mulino, 1989); Gli ultimi giorni. Stati che crollano nell’Europa del
Novecento (Il Mulino, 2009).
Parliamo
del professor Paolo Macry, col quale ci siamo intrattenuti per riflettere su
alcuni aspetti della produzione culturale e storiografica italiana e sulle difficoltà
incontrate nel farla conoscere all’estero; sulla riforma universitaria, la collaborazione
tra Atenei italiani (specie meridionali) e università angloamericane; sul ruolo
degli italiani all’estero.
A
fronte di una notevole tradizione di storici italiani, solo pochi di essi sono
conosciuti all’estero e al grande pubblico. Come mai?
Gli storici
italiani, probabilmente, si sono occupati in modo troppo esclusivo dell’Italia,
senza un sufficiente sguardo comparativo all’Occidente atlantico, all’Europa
e al Mediterraneo. Ovviamente esistono molte eccezioni. Franco Venturi, per
dire un nome, fu un grande studioso dell’Illuminismo e la sua visione non era
certamente circoscritta all’Italia. Ma le eccezioni non tolgono il dato di fatto:
gli storici italiani sono stati tradizionalmente storici dell’Italia. Di conseguenza,
l’agenda storiografica è risultata poco attrattiva per un pubblico di stranieri.
I temi sono rimasti troppo legati alla cultura e agli avvenimenti italiani.
La formazione dello Stato nazionale ottocentesco non è stato analizzato, se
non raramente, nella prospettiva complessiva del «secolo delle nazioni». E,
solo recentemente, gli studi sul Risorgimento hanno un’apertura alle coeve problematiche
europee e occidentali della nazione politica e culturale. Forse non è un caso
che Alberto Banti, lo studioso che ha svecchiato queste tematiche, abbia suscitato
l’attenzione del «Times Literary Supplement». Inoltre, la storiografia italiana,
specie quella dell’età contemporanea, appare legata al discorso politico. E
questo accentua la sua scarsa appetibilità per un pubblico internazionale, il
quale non è particolarmente interessato alla politica italiana. Chi ripensi
alla storia della storiografia contemporanea italiana nel secondo dopoguerra
non può che legarla alla storia dei partiti politici di quei decenni: Pci e
Dc, gramscianesimo e cattolicesimo politico. Quella tra storia e politica è
una dipendenza reciproca che rende ancor più «intraducibile» molta parte della
storiografia italiana.
Quali
strategie le università italiane, il Mae e il Miur potrebbero adottare per far
conoscere meglio le eccellenze universitarie italiane all’estero?
Gli storici
italiani che fanno esperienze didattiche e scientifiche fuori Italia sono decisamente
meno rari che nel passato. E sono sempre più numerosi gli studiosi che dialogano
con tematiche e scuole non italiane, che sono a conoscenza delle discussioni
storiografiche più rilevanti sul piano internazionale e finiscono per interessarsi
ad argomenti e nodi storiografici europei e mondiali. Tanto più sarebbe necessario
che questa nuova storiografia fosse veicolata oltre i confini nazionali. E gli
strumenti non possono che essere le riviste scientifiche, le risorse telematiche
e i forum online, gli scambi tra dottorati italiani e stranieri.
Cosa
manca al sistema formativo italiano per eccellere e attrarre studenti da tutto
il mondo?
In Italia
rimane irrisolta la contemperanza tra un sistema formativo universitario di
base e il livello della didattica specialistica e della formazione alla ricerca.
Le università non hanno sempre il coraggio di tenere distinte la formazione
di base e quella specialistica. Né esiste ancora in Italia un compiuto e moderno
sistema valutativo che possa premiare le eccellenze e, al tempo stesso, proteggere
la formazione di base da fenomeni di dequalificazione. Sotto questo aspetto,
paradossalmente, l’Italia sconta ancor oggi una sorta di malriposto egualitarismo,
che si può far risalire agli anni Sessanta. Un egualitarismo che ha finito per
abbassare il livello della formazione di base e ha impedito di incentivare la
ricerca e premiare i migliori studiosi e studenti. La legge Gelmini, recentemente
approvata, cerca di rompere alcuni di questi vecchi tabù. Ma è soltanto un inizio.
E c’è da sperare che la corporazione accademica colga l’occasione e interpreti
la nuova normativa nel migliore dei modi.
Il
Sud sconta un ritardo economico e civile rispetto al resto del Paese. Esso è
imputabile a una cattiva classe dirigente o è frutto di un pregiudizio che si
è tradotto in insufficienti interventi politici?
Ci sono
motivi storici che spiegano la debolezza delle classi dirigenti meridionali,
quelle politiche e amministrative, ma anche le élites sociali e culturali.
Fin dai primissimi decenni di vita dello Stato nazionale italiano, il Paese
è stato retto sulla base di una governance che, in cambio di consenso,
tendeva a proteggere le aree meno dinamiche del Mezzogiorno e a tenere in vita
i settori meno innovativi della sua società. In questo senso, gli interventi
politici e strutturali sono stati fin troppo numerosi. Di certo queste policies
non hanno modernizzato il Mezzogiorno. Al contrario lo hanno cristallizzato,
permettendogli una dannosa lontananza dai fenomeni di competizione economica
e politica.
Gli
italiani residenti all’estero sono circa quattro milioni, che salgono ad oltre
sessanta se si considerano le seconde e terze generazioni. Essi reclamano maggiore
attenzione da parte del Governo e delle Regioni. Come attuare queste richieste?
Un rapporto
più intenso e fattivo tra il Paese e le comunità italiane all’estero non è cosa
facile da realizzare. Anche perché spesso quel rapporto è stato costruito politicamente
e, da parte del ceto dirigente italiano, con finalità non sempre limpide e disinteressate.
Ma il problema esiste e andrebbe affrontato. Sul piano culturale, si può pensare
a una quantità innumerevole di iniziative che portino studiosi, studenti, opinion
leaders e gente comune a scambiarsi esperienze e conoscenze.
La
nazione, la sua storia e il patrimonio culturale sono ancora valori ai quali
educare i giovani?
Certamente.
La cultura italiana ha molti aspetti di grande interesse, che meriterebbero
di essere sviscerati, interpretati e comunicati al di fuori dei confini del
Paese. E tanto più questo sarebbe utile, se stimolasse processi di sprovincializzazione
e aumentasse la capacità della cultura italiana di guardarsi attraverso un prisma
europeo, atlantico e globale. Ma, sul versante italiano, il problema è sempre
lo stesso: è necessario uscire dai propri confini e recuperare un’autonomia
dalla politica, che non sempre la cultura italiana riesce a difendere. (Vincenzo
Pascale-“Il Messaggero di sant’Antonio” edizione italiana per l’estero/Inform)