INFORM - N. 183 - 4 ottobre 2011


MEMORIA

Da  “Gente d’Italia, 4.10.2011

Addio a Ida Marcheria una delle ultime voci di Birkenau

 

ROMA - Era una delle ultime voci a poter raccontare l’inferno nazista poiché era sopravvissuta al lager di Birkenau. Ieri se ne è andata per sempre all’età di 82 anni Ida Marcheria che da tempo spiegava il significato del Giorno della Memoria agli studenti romani. “Era una donna incredibile e coraggiosa, che è stata testimone e portavoce dell'orrore della Shoah" scrive la Comunità ebraica romana, in cui è ancora vivo il dramma della deportazione, visto che su 1.022 deportati ne tornarono a casa solo 17.

Ebrea di famiglia originaria dell'isola di Corfù, nata a Trieste il 13 agosto del 1929, nel novembre del 1943 fu catturata dai tedeschi e deportata in uno dei tre campi che formavano il complesso di Auschwitz, da dove fu liberata dai sovietici nel 1945. Trasferitasi dopo la guerra a Roma, era diventata una delle principali testimoni della Shoah. Tutti la conoscevano perché era titolare di una famosa cioccolateria in via Santa Maia Goretti, nel quartiere Africano della capitale, specializzata in marmellate di marroni.

Si diceva di lei che volesse addolcire la vita degli altri, nonostante avesse digerito le cose più amare che un essere umano possa aspettarsi dai suoi simili.

"A Ida è stata rubata la vita, all'età di 14 anni è stata trasportata in vagoni bestiame verso Birkenau, dove con i suoi occhi ha visto il male assoluto" ricorda il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che il prossimo 23 ottobre sarà ad Auschwitz-Birkenau con le scolaresche.

Colpito dalla morte di Ida Marcheria anche l'ex sindaco Walter Veltroni: "E' una perdita grave -scrive - non solo per la comunità ebraica romana, ma per l'intera città e per quanti hanno a cuore la memoria. Mancherà a tutti noi. Mi torna in mente una foto bellissima e commovente di Ida Marcheria, pubblicata sui giornali: questa donna anziana e vivace che mostra il suo braccio con tatuato sopra il numero 70142. Lo fa con l'orgoglio di chi ha subito la persecuzione più orribile e mette il suo impegno e la sua vita da sopravvissuta al servizio della memoria”.

Quei due anni passati a Birkenau li aveva anche raccontati al Tg1 con una voce fuori dal coro. In quell’occasione, infatti, Ida prese di mira la gestione del campo di stermino di Auschwitz dove si recano più di un milione di visitatori ogni anno. A lei le pareva che “l’atmosfera” fosse da business. Avrebbe voluto maggior rigore e austerità, anche se sapeva benissimo che quel museo può vivere solo con l’autofinanziamento.

Nel 2006 aveva raccontato la sua terribile esperienza in un libro a tre voci assieme a Aldo Pavia e Antonella Tiburzi dal titolo “Non perdonerò mai” (Nuova dimensione). Ida aveva 12 anni e sua sorella Stellina 14 anni quando vennero strappate alla loro casa con la tavola ancora imbandita per il pranzo e tradotte in un carro merci alla volta di Auschwitz. Qui proveranno la ribellione e la sopravvivenza quotidiana, le selezioni, le marce della morte fino a che non verrà il momento del rientro, tutt'altro che gioioso, come fantasmi in una Trieste che non voleva ricordare. Nel libro Ida,   per mano con la sorella Stellina, è una sorta di Virgilio che conduce in un viaggio di dolore e cerca di renderci comprensibili l'esperienza che ha sconvolto il mondo civile.

Così Ida rammentava l’arrivo al lager: “La Judenrampe, il caos, il terrore, l'anticamera dell'inferno. Credo che non ci saranno mai parole sufficienti da poterci fare capire e da parte mia da rendere benché minimamente comprensibile ciò che accadeva su quel binario. Si potrà mai capire cosa e con quale violenza scuotesse l'animo dei deportati al loro arrivo sulla Rampa degli Ebrei? No, non bastano tutte le parole che conosciamo, tutte le parole del mondo. Scese, anzi meglio, saltate dal carro bestiame, ci trovammo in un girone allucinante di suoni, di grida, di urla. In una lingua dura, feroce, incomprensibile. I tedeschi, le SS urlavano ordini che nessuno capiva, su tutti grandinavano botte e bastonate, i cani, tanti cani abbaiavano, latravano eccitati e infuriati. Digrignando i denti, cercando di aggredire noi poveretti in preda al panico. Un po' le SS li trattenevano, un po' li aizzavano. Tutti, e noi tra loro, cercavamo con occhi smarriti di trovare i nostri cari, il padre, la madre, i fratelli. Sempre tra urla e bastonate, ci fecero lasciare sulla rampa i nostri fagotti, le nostre valigie. Guai cercare di tenere con sé qualcosa, anche la più piccola cosa. A botte e spintoni, senza alcun riguardo per niente e per nessuno, ci fecero disporre in due file. Ci prepararono per la selezione. In una colonna gli uomini, nell'altra le donne con i bambini. Stellina e io eravamo con la mamma. Lentamente le due file avanzavano verso un ufficiale tedesco, una SS glaciale nella sua indifferenza che, a volte quasi con aria annoiata, indicava con un frustino a ciascuno se andare alla sua destra o alla sua sinistra. Il suo sguardo non pareva nemmeno vederci. Era Mengele, il medico selezionatore, l'angelo della morte.”.

Di recente Ida era andata a fare visita al campo dove aveva depositato il suo dolore: “Sono tornata - disse in quell’occasione - soprattutto per ricordare i miei parenti, per portare alcuni sassi sulla Judenrampe. Perché sentissero che io sono sempre, in ogni momento della mia vita, il giorno come la notte, nel dolore e nella felicità, con loro. Perché ogni notte io torno a Birkenau. C'è anche chi afferma che è giunto il momento di perdonare. Io non posso perdonare. Non perdonerò mai”. (Marco Ferrari-Gente d’Italia/Inform)

 


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