INTERVENTI
Carlo Di Stanislao: Tifiamo ancora per Crialese
Ci era già riuscito nel 2006, con “Nuovomondo”, poi non giunto in finale ed ora, dopo aver vinto
il premio speciale della giuria al LXVIII Festival
di Venezia, con “Terraferma” Crialese batte Moretti
e Martone, Massimiliano Bruno, Michele Placido
e Alice Rohrwacher e nella selezione dell’Anica,
viene scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2012.
Se il film (una storia ambientata su un'isola siciliana
investita dagli arrivi dei clandestini e dalle nuove regole di respingimento),
interpretata da Donatella Finocchiaro e Beppe Fiorello,
entrerà realmente in lizza, lo si saprà soltanto il 24 gennaio, quando saranno
rese note le cinquine. Crialese, che ha a lungo vissuto
in America, ammette che il suo modo di fare cinema è molto lontano da
quello hollywoodiano, ma dice pure che agli americani piacciono le storie con
forti contrasti e, forse, “Terraferma” ce la può fare.
Il film, prodotto da Cattleya
in collaborazione con Rai Cinema e in associazione con la Regione Sicilia, non
sta andando troppo bene nella sale e non è piaciuto alla più parte della critica,
ma è invece una pellicola forte, ispirata ed estremamente originale, che entra
nel cuore di un problema a cui si guarda spesso con indifferenza o con vera
diffidenza.
A Toronto, qualche settimana fa, è molto piaciuto ed
è attesissimo sia al Rio Cine Festival che al London Film Festival ai
primi di ottobre.
Intanto sono arrivati alcuni altri verdetti dall'Europa.
Pedro Almodòvar, con il suo La pelle che abito, è
stato messo da parte per fare posto a Pa negre (Pane nero) di Agustì Villaronga, dramma ambientato
immediatamente dopo la Guerra Civile Spagnola, che ha già vinto numerosi premi
(Goya come Miglior film spagnolo). Già questo film sarà davvero un terribile
avversario e, come detto, dovremo attendere fine Gennaio, con l'annuncio
da parte dell'Academy dei 10 film finalisti per i
soli 5 posti disponibili nella categoria, per tirare un primo sospiro prima
della “lunga notte” degli Oscar.
Ora bisogna lavorare di distribuzione e poiché è vietato
presentare in DVD i film, fare in modo che esso vada in tutti i Festival Californiani,
affinché i giurati dell’Accademy, possano vederlo
e apprezzarne rigore formale e poesia narrativa.
Per Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai
Cinema, “Terraferma è un film che sa parlare anche a un pubblico internazionale,
come ha dimostrato l'importante riconoscimento che la giuria della recente edizione
della Mostra del Cinema di Venezia gli ha voluto assegnare. Credo che oltre
alle qualità artistiche indispensabili per ambire ad entrare nella cinquina
e, auspicabilmente, a concorrere all'Oscar, il film
riesca con grande maestria a trattare temi delicati e universali come quelli
della migrazione e dell'accoglienza. Temi di grande attualità che un artista
sensibile come Crialese riesce a raccontare senza
retorica e con immagini di grande bellezza". Speriamo i giurati americani
concordino con lui.
Quarantinquenne romano, Crialese
ha studiato cinema alla New York University,
dove si è laureato nel 1995. Dopo aver girato diversi corti, esordisce con un
lungometraggio nel
Anche se riconosco in Crialese
una certa debolezza narrativa rispetto alla grande forza descrittiva, con dialoghi
didascalici o convenzionali, o momenti che sfiorano pericolosamente la fiction
televisiva, anche per via di alcune interpretazioni incerte e non sempre giustificate
dalla scelta antinaturalistica e “pasoliniana”; “Terraferma”
resta un film di forte suggestione, che affronta ai massimi livelli espressivi,
il complesso fenomeno della migrazione, con in più immagini che lanciano potenti
suggestioni.
E’ già da Oscar per me, il fantastico incipit (l’inquadratura
sottomarina della rete da pesca che poco a poco imprigiona lo schermo), per
non parlare della meravigliosa plongée dell’ultima
inquadratura, che schiaccia un’evasione sulla superficie del mare: una barca
che sembra volare schiaffando sulle onde, ma il cui moto “ascensionale” è negato
proprio dall’inquadratura verso il basso scelta (appunto, una plongée).
Immagini intorno a cui si condensa la metafora
di un’isola archetipica, terraferma-di-mezzo tra la terraferma continentale
e il mare, fra i nostri ideali e la loro cinica e sistematica distruzione, nella
vita di tutti i giorni.
Il fascino di questo film (per cui continuamo
a tifare), sta proprio nelle ambiguità che suggerisce, sul punto di confine,
limen dove si incrociano, senza conoscersi, tre condizioni
di vita (gli isolani, i turisti e i migranti) che restano per lo più straniere
a se stesse.
La scelta finale del giovane protagonista rappresenta
una scelta alternativa che si smarca dall’influenza paterna: il finale aperto
e la plongée ne suggerisce un esito incerto e precario,
ma non per questo privo di speranza. Speriamo non sia troppo ardito per il pragmatismo
americano.(Carlo Di Stanislao-