ITALIANI ALL’ESTERO
Il Trentino incontra i suoi missionari nelle Americhe
Sulle rotte del mondo: le sfide della Chiesa in America
Latina
TRENTO - Quarto e penultimo incontro pubblico della manifestazione
"Sulle rotte del mondo", che ha visto confermato anche quest'anno,
alla sua terza edizione, l'affetto che i trentini le riservano, con una sala
Depero sempre affollata e un costante afflusso di
pubblico alla casa-base di piazza Duomo, dove le associazioni di volontariato
hanno allestito i loro stand. Oggi è stata la giornata dei vescovi - ben quattro
- di origini trentine, alla guida di altrettante diocesi latinoamericane, chiamati
a dibattere il tema: "Le sfide della Chiesa in America latina". Sul
palco, Mariano Manzana, (nato a Mori, già direttore
del Centro missionario diocesano, ordinato vescovo della diocesi di Mossorò
- Brasile nel 2004), Lino Panizza Richero (vescovo di Carabayllo - Perù e segretario della Conferenza episcopale
peruviana), Adriano Tomasi (nato a Meano, vescovo ausiliario di Lima - Perù e presidente della
Commissione episcopale per l'educazione e la cultura della Conferenza episcopale
peruviana) e Guido Zendron (già parroco di Vigolo
Vattaro, ordinato vescovo della diocesi di Paulo Afonso,
Stato di Bahia, - Brasile nel 2008). Con loro anche suor Antonietta Potente
(dell'Unione delle suore domenicane di San Tommaso d'Aquino, teolog
a e missionaria in Bolivia, attualmente docente di teologia all'Università di
Cochabamba).
America latina e Chiesa, dunque, “straordinaria fucina
di evangelizzazione”, ha detto in apertura il giornalista Piergiorgio Franceschini. E una fucina di idee, di stimoli, dall’incontro
fra il messaggio evangelico e la povertà di tanta parte delle popolazioni. “Il
contesto nel quale stiamo operando – ha detto mons. Manzana – è determinato da due grandi fenomeni: il relativismo
da un lato e dall’altro il fondamentalismo, che non tiene conto del pluralismo
della realtà, del suo carattere storico. La Chiesa ha fatto una scelta, quella
di partire da Cristo. In America latina essa cerca di rimanere fedele a questo
modello. Da lì vengono dunque alcune ‘luci’: innanzitutto la dimensione missionaria;
poi l’importanza non solo di battezzare, ma di formare comunità, che si pongano
al servizio della vita. Io sono il sesto vescovo di Mossorò, ma anche il primo straniero. Sono arrivato in un
momento di crisi. Io penso sempre che per un po’ starò lì, ma poi dovrò andare,
perché la Chiesa appartiene al popolo, è radicata nei luoghi. Da qui l’importanza
di una pastorale vocazionale, che faccia crescere il clero locale. E poi l’importanza
della vita, di una pastorale per la vita, perché viviamo in una cultura piena
di segnali di morte. Cerchiamo in questo modo a dare risposte a sfide che sono
certamente più grandi di noi.”
Per mons. Richero, “partendo
dalla Conferenza episcopale latinoamericana di Aparecida,
dove, nel 2008, la Chiesa ha sfidato l’America latina ad essere, tutta missionaria,
noi conosciamo i passi che dobbiamo fare. In primo luogo conoscere Cristo, in
un incontro che cambia la vita. Poi, è necessario un cammino di formazione e
quindi di annunciazione, che faccia crescere la Chiesa stessa. Abbiamo creato
una università al servizio soprattutto dei poveri, perché quello della formazione
era un problema fondamentale. Certo la Chiesa fa quello che può. Quando sono
stato fatto vescovo, della parte più povera della città di Lima, non avevo nulla,
neanche una chiesa, neanche una casa. Vivevo in macchina, era il mio ufficio
peregrinante. Eppure per me questa è stata una grazia, perché stando sulla strada
ho potuto conoscere la gente e i suoi problemi. In quarant’anni ho visto cambiare
governi, ho visto fare tante riforme, per cambiare le ‘strutture’. E le strutture
sono cambiate, ma non la società. Perché? Perché non sono cambiate le persone,
non siamo cambiati noi.”
Antonietta Potente ha parlato innanzitutto di ispirazioni.
“In questo momento storico la prima ispirazione ci viene da questo strano diritto,
che abbiamo tutti, uomini e donne, di partecipare alla storia, di esserne parte
L’America latina per fortuna non è più quella di quarant’anni fa. Anche la Chiesa
era diversa. Sono cambiati i popoli, che hanno cominciato a rivendicare i loro
diritti, come in Bolivia, pur tra difficoltà a volte molto forti. Noi cristiani
forse a volte facciamo fatica a fare questo sforzo, ad assumere questa realtà
come ispirazione. Tardiamo molto a riconoscere i segni della storia e a fare
comunità. Spesso la Chiesa non è comunità, è una struttura piramidale. Nel mio
Paese ad esempio, la Chiesa ha avuto dei momenti in cui, durante la dittatura,
a volte eroicamente, è stata con il popolo, a rivendicare una prospettiva di
vita dignitosa. Poi è successo che quelli che difendevamo sono andati al governo,
e noi non abbiamo più saputo cosa fare. Abbiamo paura, paura di perdere privilegi,
paura del ‘comunismo’. Come mai noi cristiani vogliamo sempre fare i primi della
classe, quando la nostra religione nasce in una piccola comunità, dispersa in
tutto il mondo? Perché vogliamo solo perdonare e mai essere perdonati? E ciò
avviene anche qui, non solo in America latina, certo in un mondo secolarizzato,
ma che è sempre mondo!”
“Credo che la storia della Chiesa, anche Perù – ha detto
invece mons. Tomasi - sia cambiata molto negli ultimi
anni, specie dopo la visita di Giovanni paolo II. Mai avevamo ascoltato un messaggio
così forte: fame di Dio sì, fame di pane no. Quando vado nelle zone ricche e
molto belle del Paese mi chiedono una fotografia, quando vado tra i poveri,
mi chiedono una benedizione. Dobbiamo lavorare per la famiglia, per i bambini,
per i giovani, e sono molti, che vogliono ascoltare la vocazione religiosa.
Perché le nostre forze per animare la comunità sono insufficienti. Con comunità
di 100.000 persone è difficile che il sacerdote possa arrivare a dare conforto
a tutti. Tuttavia mi sento ottimista; non perché la Chiesa sia capace di affrontare
tutte le sfide, ma perché è viva, e cerca delle risposte, e ha delle proposte,
a partire dalla scuola, che spesso rappresenta il primo focolare per molti bambini.
E poi sono ottimista perché vedo che nel popolo c’è una ricchezza spirituale
e culturale fortissima, che emerge con forza nelle feste, nelle tradizioni che
rivivono, ma anche nelle fatiche quotidiane.”
Mons. Zendron ha parlato nuovamente
di una sfida, ma una sfida che è innanzitutto personale, quella di trovare un
equilibrio fra “ciò che la Chiesa è, ciò che vorrei che fosse. Nella mia diocesi
vedo che si aprono nuove università. I giovani frequentano, studiano. Ma lì
noi siamo completamente assenti. Proprio lì dove si formano le coscienze. Vediamo
che in definitiva spesso si sacrifica un insegnamento profondo sul senso della
vita alle leggi di mercato. I giovani escono preparati per il mercato, ma privi
di valori. Molti giovani – essendo le università private – per pagare le rette
arrivano a prostituirsi. Quali sono i limiti della Chiesa, oggi? La sua auto-occupazione.
Noi ci vediamo, facciamo le nostre celebrazioni, ma poi la nostra presenza nel
mondo è molto relativa. Se manca la prospettiva della missione la Chiesa comincia
a perdersi. Se la fede è viva, nasce la sete di comunicarla, dovunque, specie
negli ambiti dove si soffre di più, nelle comunità rurali e nelle carceri.”
Nel dibattito col pubblico, sono emersi molti altri spunti,
anche critici, interrogativi sulla “chiesa dei poveri”, sulla Teologia della
liberazione (di cui si è parlato ieri), sul ruolo delle comunità di base, spesso
trascurate dagli stessi vescovi se non delle conferenze episcopali, più preoccupate
di mantenere in piedi le “strutture”. Un segno anche questo che “Sulle rotte
del mondo” è tutt’altro che un evento rituale, che questi incontri fanno discutere,
e sollevano problemi reali.
Domani alle ore