INFORM - N. 177 - 26 settembre 2011


INCONTRI

Stasera a Montevideo incontro dibattito “Informazione italiana in Sud America, quale futuro?”

“Quel bisogno di informazione di emigrati e italo-discendenti”, di Pantaleone Sergi

 

MONTEVIDEO - Si svolgerà questa sera a Montevideo, organizzato dal quotidiano “Gente d’Italia” l’incontro-dibattito su “L’informazione italiana in Sud America: quale futuro?”. Tra i partecipanti Franco Siddi, segretario della federazione nazionale della stampa e presidente della commissione Informazione e Comunicazione del Cgie, il deputato eletto in America Meridionale Fabio Porta del Pd e il giornalista e scrittore Pantaleone Sergi, primo relatore, di cui “Gente d’Italia”, nel numero di oggi, pubblica l’intervento che qui riportiamo.

L’attacco alla stampa d’emigrazione – circa 400 tra grandi e piccoli fogli in ogni parte del mondo – portato avanti con caparbia insensibilità dal governo italiano, che dopo avere cavalcato strumentalmente il tema degli italiani e degli italo-discendenti all’estero taglia sempre più ogni sostegno alle loro istituzioni, potrebbe determinare, e in parte ha già determinato, la chiusura di molti organi d’informazione che, pur nella loro gracile struttura editoriale, hanno rappresentato la spina dorsale dell’italianità oltre i confini nazionali.

Interrogarsi su cosa fare per evitare la fine di un mondo è un impegno doveroso. Per gli emigrati che in massa raggiunsero i paesi del Sud America dove furono forti il legame sociale e le affinità culturali con l’Italia, in gran parte analfabeti e senza alcun capitale se non quello delle proprie braccia, destinati per questo a lavori umili per lo più nei campi come braccianti nelle aziende agricole latifondiste, considerati gli ultimi nella scala sociale, le difficoltà d’integrazione sono state sempre notevoli. Il senso di smarrimento, i disagi, la nostalgia ma anche il bisogno di aiutarsi vicendevolmente li spinse così a formare isole di italianità, a raggrupparsi fondando istituzioni di tutela, associazioni operaie, scuole, ospedali, banche, società di mutuo soccorso, chiese. E anche giornali. In qualsiasi parte del globo gli emigrati italiani siano andati alla ricerca di «mondi di Abbondanza», in effetti, hanno sempre tentato di ricostruire un ambiente fisico, sociale e culturale che li facesse «sentire a casa». Migliaia di persone, per lo più provenienti dagli stessi paesi e dalle stesse aree geografiche, hanno così riproposto modelli urbanistici, ambienti e comportamenti somiglianti a quelli di origine: nel nuovo mondo – soprattutto nelle Americhe – si sono portati i loro santi e le loro tradizioni, hanno difeso, finché hanno potuto, la loro lingua, hanno tentato di ricostruire un paese doppio, un sosia di quello che avevano lasciato. Insomma, per l’emigrante c’è sempre stata la necessità – avvertita o inconscia – di ricostituire nel luogo di destinazione un sistema di vita che permettesse di continuare a sperimentare, per quanto possibile, i modelli di comportamento cui erano abituati.

In questo sistema di autodifesa identitaria etnico-culturale in cui i legami si rafforzano, i giornali dell’emigrazione hanno svolto un ruolo di sostegno essenziale. Soprattutto per quanto riguarda la lingua, obiettivo culturale ma anche necessità molto avvertita. Perché se è vero che perdere la propria lingua significa perdere percentuali d’identità nazionale, è anche vero che il mantenimento dell’idioma d’origine – compito prioritario affidato alla stampa d’emigrazione soprattutto degli esordi – significa anche una potenziale maggiore diffusione degli stessi giornali italiani. Per cui si è determinato un rapporto diretto, traducibile quasi in una costante matematica, tra progressiva scomparsa della lingua e diminuzione delle testate e delle copie vendute. L’esempio dell’Uruguay è in questo senso eloquente. Ad una stampa italiana che, soprattutto nell’Ottocento, si espresse con testate quotidiane di forte spessore informativo e formativo come «L’Italia» e «L’Italia al Plata», contribuendo così a mantenere coesa la collettività immigrata e a formare un paese moderno e democratico, è subentrata una stampa man mano più debole allorquando l’integrazione degli immigrati è diventata assimilazione.

Dall’apparizione del primo periodico italiano nel secolo XIX, fino ai pochi giornali di collettività ancora pubblicati, passando dai miti del giornalismo italiano rappresentati dalla «Patria degli italiani» in Argentina, da «L’Italia al Plata» in Uruguay e dal «Fanfulla» in Brasile, ai nuovi giornali del secondo dopoguerra, la perdita di contatti con l’idioma nazionale è stata lenta e inesorabile, manifestandosi soprattutto a partire dal 1947 quando ormai si ritiene concluso il processo di integrazione-assimilazione, nonostante l’ultima ondata migratoria del secondo dopoguerra che mantenne in vita le residue testate tradizionali e impose nuovi modelli giornalistici a quelle che nacquero. Il motivo era molto semplice. Se prima della Seconda guerra mondiale i periodici di comunità avevano potuto mantenere tirature consistenti anche grazie agli emigrati stagionali che non avevano necessità di leggere in spagnolo offrendo loro informazioni sulla patria lontana e sul vicino luogo di lavoro, l’integrazione-assimilazione mutò anche le possibilità e le necessità informative dell’emigrato che non cercava più le notizie del proprio paese per sentirsi ancora parte di esso, bensì le notizie del paese di accoglienza che trovava sui fogli in lingua spagnola.

Il compito dei giornali etnici, ovviamente, non è stato e non è solo quello di contribuire al mantenimento della lingua e non si esaurisce col fatto che sempre meno gli emigrati parlino l’italiano. Nuove testate, soprattutto quotidiane come «Gente d’Italia» in Uruguay, «Il Globo» e «La Fiamma» in Australia, il «Corriere Canadese» in Canada e «America Oggi» negli Usa, ai nostri giorni hanno contribuito al risveglio di un’italianità latente e inconsapevole, sollecitando e sostenendo iniziative delle istituzioni diplomatiche e associazioni comunitarie. Vecchi e nuovi giornali della collettività hanno svolto e ancora in parte svolgono, dunque, un ruolo insostituibile di collegamento con la madrepatria e con il paese di emigrazione di cui interpretano la realtà, sono il collante della comunità, partecipi della sua vita e dei suoi problemi, voceros delle rivendicazioni, valorizzatori e divulgatori dell’italianità, promotori della cultura e dell’economia comunitaria, traghettatori tra due società e due culture per favorire un processo di integrazione totale che non sia traumatico. In alcuni momenti essi operarono come erogatori di assistenza materiale in sostituzione o in supporto dei patronati italiani che, maggiormente nel primo secolo di emigrazione, non erano presenti e attivi come lo sono oggi: all’inizio del Novecento la problematica era affidata alle associazioni di emigrati.

Balza evidente, dunque, il ruolo sociale della stampa d’emigrazione rivolta alla comunità etnica, per il sostegno, in tutti i sensi, che essa ha dato prima agli emigrati, aiutandoli a capire la nuova realtà, favorendone l’integrazione, mantenendo vivo il legame tra le «due Italie», quella di origine e quella «ricostituita» in terra d’emigrazione, e ora ai loro discendenti che, dopo un salto generazionale, riscoprono radici e identità. (Pantaleone Sergi-Gente d’Italia/Inform)

 


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