STAMPA ONLINE
Da
“Scopri New York”, the Volatour Magazine
Chi sono gli italiani di New York? Ve li
presentiamo
“Gli Italiani di New York”, il nuovo libro
di Maurizio Molinari, è stato presentato ieri presso la casa Zerrilli Marimò
NEW YORK - Sta uscendo un nuovo magazine sugli
italiani a New York, finanziato dal tour operator Volatour e diretto da Piero
Armenti. Il lancio definitivo del sito avverrà a fine ottobre.
“Noi chi siamo?” Si chiede Maurizio Molinari,
scrittore e corrispondente de
Noi chi siamo, per esprimere lo stupore dopo una conversazione vivace, tra pezzi da novanta dell’italianità oltre frontiera. E la risposta è semplice? Su quel palco ci sono alcuni degli italiani d’America, anzi di New York, riuniti per chiacchierare sull’ultimo lavoro di Molinari, ma anche per lanciare nuove idee, un think tank naturale e involontario.
Uno spaccato della comunità (collettività) immigrata
forse più importante degli Stati Uniti. I numeri fanno rabbrividire, come scrive
Molinari nell’introduzione, New York è la più grande città italiana degli Stati
Uniti, 3.372.512 residenti che rappresentano il 16% dei 21,2 milioni di abitanti.
E il corrispondente de
L’Olimpo include politici, come Andrew Cuomo e Rudolph Giuliani, scrittori della fama di Gay Telese, o la anchorman finanziaria Maria Batiromo, ma poi c’è tutta la galassia degli espatriati che arrivano in fuga dall’Italia, paese statico, e qui diventano professionisti di successo. Penetrano nel tessuto sociale cittadino, e fanno da battistrada per i nuovi arrivati. Sul palco spicca Antonio Monda, critico cinematografico, organizzatore del festival del cinema italiano al Lincoln Center. Per capire fin dove è arrivato, partendo da Velletri, basta ricordare, come fa Molinari nel libro, che in casa sua “Philip Roth ha incontrato Al Pacino, Salman Rushdie ha conosciuto Roberto Saviano, e Renzo Piano ha pranzato con Meryl Streep”. Dal palco Monda spiega il declino del cinema italiano. Ci sono pochi grandi nomi (tra cui Paolo Sorrentino che sta lavorando negli Stati Uniti) ma non sono supportati da un’industria cinematografica forte. I produttori italiani scontano ora un errore fatto in passato, quando il cinema si è lasciato cannibalizzare dalla Tv, ha semplificato ed essiccato il linguaggio, degradando l’estetica cinematografica.
Italiani d’America
Ma chi sono davvero gli italiani d’America? La sintesi migliore arriva da un intervento del pubblico. Un’identità in bilico tra due estremi, quello di Al Capone, stereotipo del mafioso a cui ha fatto da cassa di risonanza il film Il Padrino, e quello di Michelangelo, e quindi del talento creativo, su cui si sofferma il designer Gaetano Pesce nel proprio intervento. “Mica siamo tedeschi”, sostiene il designer che fa sorridere la platea illustrando la propria idea del ponte sullo stretto di Messina. Siamo curvilinei e non geometrici. Per Gaetano Pesce il progetto attuale è orrendo, un’imitazione semplicemente più lunga del Golden Gate Bridge di San Francisco. Il designer ha pensato invece a un ponte a forma di S, lettera iniziale di Sicilia, dove ogni pilastro “è abitato”, come il Ponte Vecchio di Firenze. Abitato da chi? Ogni regione adotterebbe un pilastro, e all’interno potrebbe presentare i propri prodotti tipici, illustrare lo stile regionale, aprire alberghi, boutique. Da un pilastro all’altro il viandante passerebbe dai cannoli siciliani alla pastiera napoletana. Un’idea che unisce la tradizione italiana e il gusto per l’artificiale tipico nordamericano.
Sorprende l’intervento del prete Al Barozzi, senza camicia per sottolineare una traiettoria da prete di strada, con una grande esperienza con i siciliani. E’ il più bravo a ipnotizzare la platea con aneddoti divertenti: dal dramma del salamino sequestrato in aeroporto al consiglio di regalare a tutti il libro dell’autore. Che abbia talento come comunicatore non sorprende nessuno: ha studiato giornalismo, e su Radio Maria trasmette ogni giovedì il proprio programma. Una trasmissione che usa come un’arma, se c’è da far ragionare i propri corregionali. E’ successo tempo fa quando Al Barozzi ha costretto un mafioso, che si vantava di fare opere di bene, a pagare un dipendente che aveva lavorato senza ricevere il salario. Come ha fatto? E’ bastato dirgli che l’avrebbe citato come cattivo esempio alla sua radio, e il connazionale siciliano ha ritrovato la retta via, almeno per un po’.
L’ unica signora del parterre, invece, è Matilda Cuomo. Filantropa, donna forte di una famiglia che ha contribuito a superare il razzismo antitaliano negli States. Madre del governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo, e moglie del tre volte governatore Mario Cuomo, conosce ben gli stereotipi negativi sugli italoamericani. Stereotipi che si superano, ma a volte ritornano, divulgati dai prodotti mainstream, come la serie tv sulla mafia Sopranos, ma soprattutto dal reality show campione d’incassi “Jersey Shore”che ha rilanciato l’idea degli italoamericani cafoni e incolti, lasciando sullo sfondo la vasta platea di professionisti, artisti e uomini d’affari, che invece sono il cuore della realtà metropolitana made in Italy.
Ma se c’è uno stereotipo intramontabile, e veritiero, è quello culinario. Messa da parte la disputa su ciò che sia veramente italiano, e sulla classificazione di ibridi italoamericani come le meatballs e il chiken alla parmigiana, tutti sanno che i ristoratori sono grandi protagonisti della città. Col rosmarino nel taschino della giacca, Cesare Casella siede al fianco dell’autore. E’ uno degli chef più apprezzati di Manhattan, e nel 2009 ha aperto la salumeria Rosi, disegnata da Dante Ferretti, dove ai suoi clienti propone prodotti di alta qualità, come prosciutto di Parma, mortadella, porchetta, arista.
L’ultimo ospite
a prendere la parola è l’esperto di finanza
Federico Mennella. Ha il difficile compito di concludere, lo fa con ottimismo
ricordano la grande tradizione finanziaria e industriale italiana, ma in realtà
nell’opera di Molinari la sua testimonianza è velata di pessimismo (o è forse
un ottimista ben informato). Sottolinea
la scomparsa degli italiani a Wall Street, con la diminuzione negli ultimi venti
anni dell’industria italiana. “Un tempo c’erano grandi gruppi industriali come
Olivetti, Fiat, Ferruzzi, Finmecanica, Pirelli, Telecom, mentre oggi sono rimaste
solo alcune grandi colonne, come la moda con Valentino, Armani, Prada e Ferragamo”.
Bisogna ripartire, e ritrovare la spinta propulsiva, perché, come dice
con Matilda Cuomo, “l’Italia è meravigliosa”.
(Piero Armenti - www.moviil.com/scoprinewyork/