RASSEGNA STAMPA
Lettera del ministro degli Esteri Frattini a “La
Stampa”
“Le tre lezioni dell’11 settembre”
Caro direttore,
l'11 settembre ha cambiato per
sempre il corso della storia, ha messo in rilievo la vulnerabilità delle nostre
società di fronte alle nuove minacce. Credevamo, dopo la fine della Guerra fredda,
che la nostra sicurezza fosse ormai «blindata». Ed invece I'11 settembre ha
dimostrato il contrario. Dieci anni dopo, credo abbiamo tre principali lezioni
da trarre.
La prima è che la lotta al terrorismo
è un'impresa molto complessa, non riconducibile - come si è pensato per molti
anni - al concetto militare di «guerra» (global war on terror), ma che richiede
uno sforzo «sistemico» e di lungo periodo. Non si può vincere il terrorismo
solo con gli eserciti. La lotta non può esaurirsi con l'eliminazione del capo
di Al Qaeda, Osama Bin Laden, né può terminare con
il disimpegno militare dall'Afghanistan nei prossimi anni. Il terrorismo ha
troppe diramazioni e articolazioni, fa capo a troppi gruppi o anche individui
che non rispondono ad una lineare catena di comando. Né esso può essere visto
esclusivamente come un prodotto esterno, importato dai soli Paesi dall'arco
di crisi, dalla Somalia all'Afghanistan. Gli svariati episodi di terrorismo
all'interno delle nostre società - da Londra a Madrid alla più recente tragedia
in Norvegia (un gesto, quello di Breivik, certo non riconducibile ad un semplice atto criminale)
- ce lo hanno ampiamente e tragicamente dimostrato. Lottare contro il terrorismo
«oltre Bin Laden» significa lottare con il più ampio e sofisticato ventaglio
di strumenti - politici, diplomatici, culturali, oltre che militari - contro
l'espressione più violenta e deprecabile di odio e intolleranza. Significa creare
solidarietà e cooperazioni concrete tra il più ampio numero di governi, coordinando
iniziative e misure comuni di intelligence, prevenzione, collaborazione tra
polizie ed istituzioni giudiziarie, come quelle che verranno discusse il 19
settembre a New York, nell'ambito del Simposio sulla cooperazione internazionale
anti-terrorismo organizzato dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e al quale parteciperò
per l'Italia. Significa coinvolgere attivamente le società civili per sviluppare
il dialogo tra civiltà e culture diverse ed isolare in tal modo i nemici della
pacifica convivenza. Significa continuare il nostro impegno nelle missioni di
pace anche nella fase post-conflitto, consapevoli che Paesi con istituzioni
deboli costituiscono un terreno particolarmente fertile per terroristi esistenti
e potenziali. Significa, infine, un impegno comune e senza ambiguità nel contrasto
alla proliferazione nucleare, perché è il binomio terrorismo-proliferazione
che rappresenta in assoluto il principale pericolo esistenziale della nostra
era. Significa in sostanza mantenere forte il nostro impegno comune, mantenere
alta la guardia, malgrado l'attuale emergenza economico-finanziaria, anche per
evitare che i terroristi percepiscano l'assorbimento di attenzione e risorse
verso quest'ultima da parte dei nostri governi come un'opportunità per loro.
La seconda lezione riguarda il
rapporto tra libertà e sicurezza. Ho già avuto occasione di sostenere che il
terrorismo rappresenta «il totalitarismo del XXI secolo», perché i terroristi
sono animati dal fine comune di volere assoggettare le nostre società ad una
sorta di «pensiero unico» fondato sulla paura collettiva, l'imposizione di muri
umani e culturali tra gli individui in antitesi ai valori della libertà, della
convivenza e della solidarietà. È evidente che per essere credibili nella nostra
lotta dobbiamo innanzitutto difendere le libertà e i diritti fondamentali all'interno
delle nostre società. Non possiamo, né dobbiamo rinunciare alla nostra anima
e identità. Non c'è contrapposizione tra libertà e sicurezza, bensì complementarità.
Se sacrificassimo le nostre libertà la daremmo vinta ai terroristi, e ciò costituirebbe
un errore imperdonabile. Dobbiamo semmai migliorare i meccanismi di integrazione
all'interno delle nostre società multiculturali e sviluppare in tutte le sue
componenti la coscienza dei valori comuni, il rispetto per il diritto alla vita,
il rispetto della dignità umana.
Una terza lezione ci viene dagli
avvenimenti dell'ultimo anno, dalle primavere arabe che hanno rivoluzionato
gli assetti nei Paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. In questi Paesi il terrorismo
di matrice islamica era stato per molti decenni, artificialmente e con la sola
leva repressiva, tenuto sotto controllo, nel quadro di «patti di convenienza»
che l'Occidente aveva cinicamente accettato con regimi dittatoriali e sanguinari.
Mentre questi patti sono stati irreversibilmente spazzati via dal vento delle
rivoluzioni arabe, il nuovo ordine che emergerà in quest'area potrà contribuire
alla nostra sicurezza e a sradicare il terrorismo quanto più la comunità internazionale,
e innanzitutto l'Europa, sapranno aiutare ad offrire prospettive di lavoro ed
opportunità di vita alle giovani generazioni di quei Paesi e a costruire ponti
umani con esse. Se dopo essersi liberati dalle dittature corrotte ed oppressive,
i giovani di quei Paesi venissero abbandonati e lasciati privi di prospettive,
si rischierebbe di creare una nuova fonte di reclutamento per l'estremismo ed
il terrorismo. Un nuovo serbatoio di indignados che, dopo aver eliminato il nemico in casa
propria, avrebbero la tentazione di rivolgersi all' esterno, in particolare
contro quell'Occidente democratico che, non aiutandoli nel dopo-rivoluzione,
ha tradito le loro speranze. E’ bene che l'Europa ne sia consapevole e si assuma
in pieno le proprie responsabilità nell'interesse della sicurezza dei suoi cittadini.
(Franco Frattini*-La Stampa dell’11 settembre 2011)
*Ministro
degli Affari Esteri
Inform