INFORM - N. 167 - 12 settembre 2011


UNDICI SETTEMBRE

Da “Gente d’Italia” del 12.9.2011

Silvana Mangione: “Dieci anni dopo”

 

NEW YORK - Ore 6.30 – Mi alzo molto più presto di quella stessa mattina di dieci anni fa. Anche oggi, almeno per adesso, il cielo è azzurro, c’è il sole, gli uccellini cinguettano sugli alberi davanti alle mie finestre, il rumore del traffico è intermittente, molto lontano e finisce per sparire completamente. Le stazioni TV da giorni non fanno altro che mandare in onda immagini sempre più precise degli attacchi, le fiamme, i crolli e intervistano ad oltranza tutti i possibili personaggi, noti e ignoti, coinvolti a qualunque titolo nella reazione e nei seguiti agli attentati. Un’amica mi ha mandato il filmato che sostiene la teoria della cospirazione. Per curiosità ho cominciato a sfogliare “Zero”, il volume in cui Giulietto Chiesa raccoglie le opinioni (non certo testimonianze dirette) di chi vuole considerare l’11 settembre l’avvio creato da Cheney/Rice/Bush figlio per costruire “l’egemonia globale degli Stati Uniti”, basata su 5 punti: il controllo del petrolio mondiale, il dominio militare dello spazio, l’incremento della spesa bellica, la dottrina dell’attacco preventivo e un evento paragonabile a Pearl Harbor per convincere l’America e il mondo ad accettare le altre quattro condizioni. Come tutte le spiegazioni “a posteriori”, basta scegliere frammenti di dichiarazioni altrui per dimostrare qualunque teoria. Sfortunatamente per gli autori, esiste un ottimo documentario della PBS (Public Broadcasting System), la TV pubblica del tutto indipendente, nel quale ingegneri e costruttori delle torri spiegano esattamente, attraverso testimonianze visive raccolte durante la costruzione, disegni e diagrammi, come l’eccezionale calore sprigionato dall’incendio del carburante dei jumbo jet, a serbatoi pieni per alimentare i voli verso la costa dell’ovest, abbia provocato l’incurvarsi delle traversine d’acciaio che reggevano i piani fino a causare l’implosione della seconda torre. La prima torre si spaccò piegandosi da una parte, come tutti ricordiamo, perché l’aereo era entrato in diagonale, confutando nei fatti la teoria delle esplosioni provocate da bombe piazzate nei grattacieli. I due presidenti degli Stati Uniti, quello di allora: George W. Bush con Laura, e quello attuale: Barack Obama con Michelle, si affacciano prima dell’inizio della commemorazione all’orlo delle due fontane che hanno la forma e il perimetro delle torri gemelle e sono state intitolate Riflesso di Assenza (Reflection of Absence). Al loro arrivo 52.000 galloni d’acqua si rovesciano in cascata nello spazio sottostante e spariscono nel quadrato centrale. 

Alle 8.36, con un tocco di tamburo, comincia ufficialmente la cerimonia in quella che fu ed è ancora Ground Zero, ma ora si vuole che venga chiamata di nuovo World Trade Center. L’inno nazionale è cantato splendidamente dal Brooklyn Youth Chorus. Sulla ripetizione dell’ultimo verso «and the home of the brave» (e la patria dei coraggiosi) si completa l’alzabandiera. L’altra bandiera, quella sporca, bucata, strappata, che i lavoratori issarono sulle macerie, ad immagine dell’alzabandiera ad Iwo Jima durante la II guerra mondiale, viene ritualmente sciorinata, piegata a triangolo ed appoggiata, con le stelle in mostra, su un piedestallo di legno, sul palco costruito a zig zag per dare il senso degli angoli delle torri. Questa bandiera è rimasta a Ground Zero per un mese, poi è stata portata nello spazio extraterrestre a bordo dello shuttle Endeavour. Prende la parola il Sindaco di New York, Mike Bloomberg, che si interrompe alle 8.46 per il primo suono di campanella e il primo momento di silenzio che rievoca l’impatto del primo aereo. Il Presidente Obama legge un passo delle Scritture, il Salmo 46, che parla di Dio come rifugio e fonte di forza. Bloomberg cita Shakespeare: «Non prendiamo a misura della perdita, che abbiamo subito, il nostro dolore, perché non avrebbe mai fine». Inizia la lettura dei nomi. Ai due podii si alternano i parenti, genitori, sposi, figli, delle vittime. Alle 9.03 il secondo momento di silenzio per il secondo impatto. Bush legge un breve discorso di Abraham Lincoln alle famiglie dei caduti. Yo Yo Ma imbraccia il violoncello per suonare la Sarabanda di Bach, segnale di apertura del Memoriale alle visite delle famiglie. Parla il figlio di un vigile del fuoco. Riprende la lettura: il suono dei nomi, i brevissimi commenti, il pianto silenzioso dei singoli familiari ribadiscono la necessità di non dimenticare. Non potremo mai dimenticare. Le cicatrici più profonde non sono quelle visibili a Ground Zero. Sono e saranno sempre dentro ognuno di noi, newyorkers per un giorno solo o per sempre. 

Il terzo momento di silenzio segna la collisione con il Pentagono. Il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, cita il “Discorso delle quattro libertà” pronunciato da F.D. Roosevelt nel 1941: tutto il mondo dovrebbe poter godere delle libertà di pensiero e di religione, delle libertà dal bisogno e dalla paura. James Taylor suona e canta “Close your eyes”. Alle 9.59, la campanella d’argento suona quattro volte per segnare il crollo della Torre Sud. Il Governatore dello Stato del New Jersey, Chris Christie, legge “Turn again to life” di Mary Lee Hall. Una donna poliziotto, morta nel reiterato tentativo di salvare altri, è onorata dal marito e dalla figlia. Emi Fergusson esegue al flauto “Amazing Grace”. Alle 10.03, cinque tintinnii argentini ricordano l’ultimo aereo, caduto in Pennsylvania; alle 10.28, sei rintocchi richiamano il crollo della Torre Nord. L’ex Governatore dello Stato di New York, George Pataki, recita alcuni versi dal poema “Names” di Billy Collins: «Così tanti nomi. C’è a malapena lo spazio sulle pareti del cuore». Le immagini dei familiari, che infilano fiori, accarezzano e ricalcano i nomi intagliati sulle strisce di metallo ai perimetri dello scomparso World Trade Center, si alternano ai volti di chi continua la lettura. Ai leggii si susseguono molti giovanissimi, alcuni dei quali non hanno conosciuto i propri genitori. Le poche parole che ognuno ha il permesso di dire dipingono squarci di vita, fanno emergere l’intensità degli affetti e la ferita della scomparsa. L’animo si gonfia di lacrime e il cuore di rabbia. Il cielo si ingrigisce. Sui cornicioni dei palazzi circostanti si affacciano i tiratori scelti, disposti per proteggere i presenti. Il Sindaco di New York di allora, Rudy Giuliani, recita versi dal libro dell’Ecclesiaste, seguito da Paul Simon che canta alla chitarra “The Sound of silence” e non c’è più un occhio asciutto, mentre in sovrimpressione vediamo la commemorazione al Pentagono. I bordi del palco sono ancora circondati da reti color arancio e macchine da costruzione. Parla anche l’ex Governatore dello Stato del New Jersey, Donald Di Francesco. Non posso che ammirare le scelte di Bloomberg e la decisione di tutti i personaggi politici che hanno accettato di non fare discorsi, ma di leggere la Bibbia o brani degli interventi di grandi Presidenti nei momenti storici più tragici per gli Stati Uniti o poemi di autori e autrici che hanno cantato la redenzione e la rinascita dall’angoscia. 

Mi rendo conto che sto elencando quello che succede come per fissarlo per sempre nella memoria, come se dovesse essere questa l’ultima volta che assisteremo alla recitazione dei nomi, che rivivremo le emozioni indicibili di quella terribile giornata e delle sue ricadute in tutte le nostre vite e nella nostra visione della realtà, colti come siamo nell’irriducibile dicotomia fra il tentare di capire e il voler sopravvivere ritrovando una misura di felicità, scevra di orrore e di paura. Il nostro corpo cancella il ricordo del dolore fisico, ma la nostra ragione non sa far affievolire la memoria della sofferenza. (Silvana Mangione-La Gente d’Italia/Inform)  

 


Vai a: