UNDICI SETTEMBRE
Da “Gente d’Italia” del 12.9.2011
Silvana Mangione: “Dieci anni dopo”
NEW YORK - Ore 6.30 – Mi alzo molto
più presto di quella stessa mattina di dieci anni fa. Anche oggi, almeno per
adesso, il cielo è azzurro, c’è il sole, gli uccellini cinguettano sugli alberi
davanti alle mie finestre, il rumore del traffico è intermittente, molto lontano
e finisce per sparire completamente. Le stazioni TV da giorni non fanno altro
che mandare in onda immagini sempre più precise degli attacchi, le fiamme, i
crolli e intervistano ad oltranza tutti i possibili personaggi, noti e ignoti,
coinvolti a qualunque titolo nella reazione e nei seguiti agli attentati. Un’amica
mi ha mandato il filmato che sostiene la teoria della cospirazione. Per curiosità
ho cominciato a sfogliare “Zero”, il volume in cui Giulietto
Chiesa raccoglie le opinioni (non certo testimonianze dirette) di chi vuole
considerare l’11 settembre l’avvio creato da Cheney/Rice/Bush
figlio per costruire “l’egemonia globale degli Stati Uniti”, basata su 5 punti:
il controllo del petrolio mondiale, il dominio militare dello spazio, l’incremento
della spesa bellica, la dottrina dell’attacco preventivo e un evento paragonabile
a Pearl Harbor per convincere l’America e il mondo ad accettare le altre quattro
condizioni. Come tutte le spiegazioni “a posteriori”, basta scegliere frammenti
di dichiarazioni altrui per dimostrare qualunque teoria. Sfortunatamente per
gli autori, esiste un ottimo documentario della PBS (Public Broadcasting
System), la TV pubblica del tutto indipendente, nel quale ingegneri e costruttori
delle torri spiegano esattamente, attraverso testimonianze visive raccolte durante
la costruzione, disegni e diagrammi, come l’eccezionale calore sprigionato dall’incendio
del carburante dei jumbo jet, a serbatoi pieni per alimentare i voli verso la
costa dell’ovest, abbia provocato l’incurvarsi delle traversine d’acciaio che
reggevano i piani fino a causare l’implosione della seconda torre. La prima
torre si spaccò piegandosi da una parte, come tutti ricordiamo, perché l’aereo
era entrato in diagonale, confutando nei fatti la teoria delle esplosioni provocate
da bombe piazzate nei grattacieli. I due presidenti degli Stati Uniti, quello
di allora: George W. Bush con Laura, e quello attuale: Barack Obama con Michelle,
si affacciano prima dell’inizio della commemorazione all’orlo delle due fontane
che hanno la forma e il perimetro delle torri gemelle e sono state intitolate
Riflesso di Assenza (Reflection of
Absence). Al loro arrivo 52.000 galloni d’acqua si
rovesciano in cascata nello spazio sottostante e spariscono nel quadrato centrale.
Alle 8.36, con un tocco di tamburo,
comincia ufficialmente la cerimonia in quella che fu ed è ancora Ground Zero,
ma ora si vuole che venga chiamata di nuovo World Trade Center. L’inno nazionale è cantato splendidamente
dal Brooklyn Youth Chorus.
Sulla ripetizione dell’ultimo verso «and the home of
the brave» (e la patria dei coraggiosi) si completa l’alzabandiera. L’altra
bandiera, quella sporca, bucata, strappata, che i lavoratori issarono sulle
macerie, ad immagine dell’alzabandiera ad Iwo Jima durante la II guerra mondiale, viene ritualmente
sciorinata, piegata a triangolo ed appoggiata, con le stelle in mostra, su un
piedestallo di legno, sul palco costruito a zig zag
per dare il senso degli angoli delle torri. Questa bandiera è rimasta a Ground
Zero per un mese, poi è stata portata nello spazio extraterrestre a bordo dello
shuttle Endeavour. Prende la parola il Sindaco di
New York, Mike Bloomberg, che si interrompe alle 8.46 per il primo suono di
campanella e il primo momento di silenzio che rievoca l’impatto del primo aereo.
Il Presidente Obama legge un passo delle Scritture, il Salmo 46, che parla di
Dio come rifugio e fonte di forza. Bloomberg cita Shakespeare: «Non prendiamo
a misura della perdita, che abbiamo subito, il nostro dolore, perché non avrebbe
mai fine». Inizia la lettura dei nomi. Ai due podii
si alternano i parenti, genitori, sposi, figli, delle vittime. Alle 9.03 il
secondo momento di silenzio per il secondo impatto. Bush legge un breve discorso
di Abraham Lincoln alle famiglie dei caduti. Yo Yo Ma imbraccia il violoncello per suonare la Sarabanda
di Bach, segnale di apertura del Memoriale alle visite delle famiglie. Parla
il figlio di un vigile del fuoco. Riprende la lettura: il suono dei nomi, i
brevissimi commenti, il pianto silenzioso dei singoli familiari ribadiscono
la necessità di non dimenticare. Non potremo mai dimenticare. Le cicatrici
più profonde non sono quelle visibili a Ground Zero. Sono e saranno sempre dentro
ognuno di noi, newyorkers per un giorno solo o per
sempre.
Il terzo momento di silenzio segna
la collisione con il Pentagono. Il Governatore dello Stato di New York, Andrew
Cuomo, cita il “Discorso delle quattro libertà” pronunciato
da F.D. Roosevelt nel 1941: tutto il mondo dovrebbe
poter godere delle libertà di pensiero e di religione, delle libertà dal bisogno
e dalla paura. James Taylor suona e canta “Close your
eyes”. Alle 9.59, la campanella d’argento suona quattro
volte per segnare il crollo della Torre Sud. Il Governatore dello Stato del
New Jersey, Chris Christie, legge “Turn again to life” di Mary Lee Hall. Una donna poliziotto, morta
nel reiterato tentativo di salvare altri, è onorata dal marito e dalla figlia.
Emi Fergusson esegue al flauto “Amazing Grace”. Alle 10.03, cinque tintinnii argentini
ricordano l’ultimo aereo, caduto in Pennsylvania; alle 10.28, sei rintocchi
richiamano il crollo della Torre Nord. L’ex Governatore dello Stato di New York,
George Pataki, recita alcuni versi dal poema “Names”
di Billy Collins: «Così tanti nomi. C’è a malapena lo spazio sulle pareti del
cuore». Le immagini dei familiari, che infilano fiori, accarezzano e ricalcano
i nomi intagliati sulle strisce di metallo ai perimetri dello scomparso World
Trade Center, si alternano ai volti di chi continua la
lettura. Ai leggii si susseguono molti giovanissimi, alcuni dei quali non hanno
conosciuto i propri genitori. Le poche parole che ognuno ha il permesso di dire
dipingono squarci di vita, fanno emergere l’intensità degli affetti e la ferita
della scomparsa. L’animo si gonfia di lacrime e il cuore di rabbia. Il cielo
si ingrigisce. Sui cornicioni dei palazzi circostanti si affacciano i tiratori
scelti, disposti per proteggere i presenti. Il Sindaco di New York di allora,
Rudy Giuliani, recita versi dal libro dell’Ecclesiaste,
seguito da Paul Simon che canta alla chitarra “The Sound of
silence” e non c’è più un occhio asciutto, mentre in sovrimpressione
vediamo la commemorazione al Pentagono. I bordi del palco sono ancora circondati
da reti color arancio e macchine da costruzione. Parla anche l’ex Governatore
dello Stato del New Jersey, Donald Di Francesco. Non posso che ammirare le scelte
di Bloomberg e la decisione di tutti i personaggi politici che hanno accettato
di non fare discorsi, ma di leggere la Bibbia o brani degli interventi di grandi
Presidenti nei momenti storici più tragici per gli Stati Uniti o poemi di autori
e autrici che hanno cantato la redenzione e la rinascita dall’angoscia.
Mi rendo conto che sto elencando quello che succede come per fissarlo per sempre nella memoria, come se dovesse essere questa l’ultima volta che assisteremo alla recitazione dei nomi, che rivivremo le emozioni indicibili di quella terribile giornata e delle sue ricadute in tutte le nostre vite e nella nostra visione della realtà, colti come siamo nell’irriducibile dicotomia fra il tentare di capire e il voler sopravvivere ritrovando una misura di felicità, scevra di orrore e di paura. Il nostro corpo cancella il ricordo del dolore fisico, ma la nostra ragione non sa far affievolire la memoria della sofferenza. (Silvana Mangione-La Gente d’Italia/Inform)