INFORM - N. 161 - 2 settembre 2011

 


FRONTALIERI

Una nota congiunta dei rappresentanti sindacali dei lavoratori frontalieri di Cgil, Cisl e Uil

Frontalieri e ricadute nel mercato del lavoro ticinese della sopravvalutazione del franco svizzero

 

COMO - I rappresentanti sindacali dei lavoratori frontalieri di Cgil, Cisl e Uil, Claudio Pozzetti, Gianmarco Gilardoni e Roberto Cattaneo, segnalano in una nota congiunta le ricadute sul mercato del lavoro ticinese dell’attuale sopravvalutazione del franco svizzero, criticano alcune proposte formulate nella Confederazione a seguito del continuo aumento del valore del franco svizzero rispetto all’euro. Misure che rischierebbero di andare a detrimento della situazione dei frontalieri italiani in Svizzera, “attualmente oltre 60.000, di cui 51.155 soltanto in Canton Ticino, secondo un dato recente fornito dall’Ufficio cantonale di statistica – segnala Claudio Pozzetti, responsabile nazionale dei frontalieri per la Cgil.

“La situazione della finanza mondiale che vede, di fronte ad una speculazione diffusa sull’euro, una corsa verso i beni rifugio come l’oro e soprattutto il franco svizzero, vede ovvie ricadute anche nel mercato del lavoro interregionale – si legge nella nota sottoscritta dai rappresentanti delle tre organizzazioni sindacali. - La parità di cambio sfiorata tra la moneta europea ed il franco porta a dirette conseguenze sulle esportazioni di prodotti svizzeri all’estero che oggi appaiono meno competitivi dal punto di vista del loro costo. Nasce quindi una ennesima situazione di crisi che scatena le più varie iniziative per ridurre o almeno ridimensionare i costi di produzione”. 

“A causa del cambio attuale, gli stipendi dei lavoratori frontalieri italiani, convertiti in euro, sono aumentati; la presenza di un cambio favorevole - segnalano Cgil, Cisl e Uil - ha scatenato da più parti alcune proposte per ridurre le sole retribuzioni dei lavoratori frontalieri, arrivando persino alla proposta di pagare tali retribuzioni non più in franchi svizzeri ma in euro, oppure di stabilire un tasso fisso di cambio in maniera artificiosa”. 

Le organizzazioni sindacali italiane si dichiarano contrarie a questa pratica “volta esclusivamente a cercare di ridurre i costi aziendali, creando all’interno delle imprese ticinesi una evidente situazione di dumping salariale”.

“Le retribuzioni del lavoro non devono dipendere dalla nazionalità degli operai, ma esclusivamente dalle capacità, dalle competenze e dalle mansioni assegnate – sottolinea la nota, definendo la proposta distinzione salariale fra ticinesi e frontalieri “una pericolosa deriva discriminatoria del mercato del lavoro, oltretutto con effetti controproducenti per l’assunzione di ticinesi a causa del dumping. Lo stesso tentativo di introdurre un contingentamento del numero di frontalieri per incentivare l’assunzione di disoccupati ticinesi – si rileva - ci appare sbagliata”.

“L’aumento del numero di frontalieri dipende esclusivamente dal fatto che imprenditori ticinesi riescono a offrire stipendi inferiori ai frontalieri rispetto ai ticinesi. Il problema quindi – precisano le organizzazioni sindacali - non è rappresentato dai frontalieri bensì dai datori di lavoro ticinesi che sfruttano questa loro posizione di privilegio”.

Biasimata anche l’introduzione di contingenti per i frontalieri: “oltre a essere una procedura sbagliata, - evidenzia la nota - è anche non corretta rispetto alla giurisdizione europea, che la Svizzera ha accettato con gli Accordi Bilaterali tra Confederazione e Unione Europa sulla libera circolazione, approvati anche con referendum popolare”. 

“La critica di un parte politica rispetto al forte incremento del numero di frontalieri nel settore terziario dimostra una non conoscenza dei dati. La statistica del numero dei frontalieri nel settore terziario include anche tutti i frontalieri che lavorano per le agenzie di lavoro temporaneo; tali lavoratori sono impiegati per la quasi totalità nel settore manifatturiero (operai in tutti i settori, persino nell'edilizia), che poco hanno a che fare col settore terziario”. 

“La situazione attuale non è semplice, lo riconosciamo, ma le soluzioni da percorrere non devono andare nella direzione di discriminare i frontalieri, ma avviando seri tavoli di confronto fra tutte le parti sociali coinvolte - concludono i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, dichiarando la disponibilità dei rispettivi sindacati all’avvio di strumenti di confronto “all’interno di una seria e fattiva governance del mercato del lavoro interregionale”. (Inform)

 


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