INFORM - N. 154 - 10 agosto 2011


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Corriere Canadese Online, 10 agosto 2011

«Mio padre, sfuggito a Marcinelle»

Storia di Rocco D’Astolfo, minatore fino a tre mesi dalla strage

 

TORONTO - Un misto tra il sollievo e il senso di colpa. È questo il sentimento con cui ha convissuto negli ultimi 55 anni Rocco D’Astolfo, minatore che lasciò Marcinelle proprio tre mesi prima della tragedia che è stata ricordata al Community Centre di Woodbridge lunedì scorso. D’Astolfo, che oggi vive al Columbus Centre, era uno dei 23 ragazzi di Manoppello, piccolo paese in provincia di Pescara, che lavoravano nella miniera belga divenuta tristemente famosa per la strage di 262 minatori, dei quali 136 erano italiani.

Lavorò in Belgio dal 1951 all’aprile del 1956, quando fece richiesta di lavoro in Canada e partì per iniziare una nuova vita con la moglie e le due figlie Antonietta e Lea. Proprio Antonietta ha raccontato la storia del padre, adesso malato di Alzheimer, al Corriere.

«Le miniere erano un posto terribile per lavorare - racconta la figlia di D’Astolfo - e c’era sempre il rischio che qualcuno morisse. Non potevamo neanche ascoltare la radio per essere sempre in grado di sentire se suonasse o meno la campana dell’allarme». Fu così che dopo cinque anni di vita durissima l’ormai trentenne D’Astolfo scelse di trasferirsi in Canada per lasciarsi alle spalle i rischi della vita di minatore e costruirsi un nuovo futuro. «Prima di cinque anni non si potevano lasciare le miniere» ricorda Antonietta precisando che appena fu possibile il padre prese l’occasione di trasferirsi.

«Dal Belgio non serviva la “sponsorizzazione” per arrivare in Canada - continua Antonietta - non so come funzioni oggi». Fu così che D’Astolfo lasciò alle spalle un lavoro «molto pericoloso» che tutti i minatori svolgevano in condizioni fisiche impossibili da descrivere e alla unica luce della lampadina che tenevano sopra il loro elmetto. Minatori che venivano da luoghi e Paesi diversi, ma che «si rispettavano a vicenda» e anzi condividevano sofferenze e pericoli aiutandosi l’un l’altro in clima di solidarietà tipico dei lavori usuranti. «Se qualcuno rischiava la vita durante il lavoro gli altri avrebbero fatto di tutto per salvarlo» dice la figlia di Rocco D’Astolfo per far capire il profondo legame che c’era tra i minatori e quel “senso di colpa” che prendeva suo padre quando ripensava alla tragedia e al fatto che lui l’aveva evitata per soli tre mesi. D’Astolfo «era caposquadra» e «aiutava spesso le persone di Manoppello ad essere assunte in miniera». Quando decise di partire «un paesano» gli chiese «di mettere una buona parola perché lui potesse prendere il suo posto in miniera» e D’Astolfo accettò. Il nome del ragazzo era Edoardo. Dopo la tragedia di Marcinelle, continua Antonietta, «noi pensammo che era stato fortunato, ma lui si sentì in colpa per Edoardo. Diceva: “Se non me ne fossi andato sarei morto io, non Edoardo». Il pensiero di tanti compagni con i quali aveva condiviso sofferenze e sfottò, con i quali aveva sudato, lavorato e rischiato la vita lo faceva soffrire. Soprattutto il pensiero dei suoi concittadini di Manoppello.

«Quando accadde la tragedia io avevo dieci anni - ricorda Antonietta - e fu un trauma vedere tutti quei corpi sdraiati sul pavimento della chiesa di Manoppello». «L’altro giorno ho sentito che ci sarebbe stata la commemorazione - prosegue la figlia del minatore - e ho detto a mio marito: “Non possiamo mancare” e mia sorella ha detto lo stesso». Le sensazioni sono state le stesse di quando anni fa Antonietta è tornata a Manoppello e davanti al monumento dei caduti di Marcinelle ha incontrato dei turisti francesi che avevano portato lì i propri figli di dieci e dodici anni per far loro conoscere la storia di Marcinelle e di quel paese che ha visto morire 23 suoi ragazzi senza colpa: «È stata una cosa molto emozionante». (Leonardo N. Molinelli/Corriere Canadese Online/Inform)

 


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