STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Dal
“Corriere Canadese Online”
Il mondo ricorda la strage di Marcinelle
Il presidente Napolitano: «Quei minatori
sono il simbolo dei lavoratori italiani nel mondo»
ROMA - Alle 8 e 10 di ieri mattina la campana Maria Mater Orphanorum di Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, ha suonato 262 volte: una per ciascuno dei minatori, tra i quali anche 136 italiani, che 55 anni fa alla stessa ora persero la vita in uno dei più terribili incidenti di miniera nella storia.
Come ogni anno il luogo della tragedia ha ospitato una cerimonia di commemorazione, ed i nomi delle vittime sono stati letti uno ad uno ad alta voce sul sito e altri 12 rintocchi di campana hanno ricordato il numero delle loro nazionalità.
Per l’occasione il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio ha espresso i sentimenti di vicinanza ai familiari delle vittime e a tutti i partecipanti alle cerimonie che in tutto il mondo commemorano il sacrificio del lavoro degli italiani nel mondo.
«Il tempo non attenua il ricordo di una sciagura che è divenuta simbolo del sacrificio e della nobiltà del lavoro italiano in Europa e nel mondo».
Anche in Italia cerimonie nelle città d’origine delle vittime hanno commemorato una disgrazia, che - ha sottolineato in un messaggio il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - ancora oggi ha un insegnamento da dare: «La memoria dei duecentosessantadue lavoratori che persero la vita a Marcinelle, tra i quali centotrentasei connazionali, ci deve in particolare esortare a mantenere alta la guardia sul tema della sicurezza del lavoro, la cui attualità permane immutata nonostante gli indubbi progressi del suo ricordo».
Parole cui si sono uniti anche il presidente del Senato, Renato Schifani («la loro abnegazione - ha detto - costituisce un chiaro esempio per noi tutti e soprattutto per i giovani») e quello della Camera, Gianfranco Fini, secondo il quale la disgrazia «deve costituire un forte motivo di riflessione sull’esigenza imprescindibile di tutelare sempre e in ogni circostanza la vita, la salute e la dignità dei lavoratori».
Arrivavano in tanti, dall’Italia, per diventare “gueules noires” in Belgio, facce annerite dal carbone nelle miniere.
Nel secondo Dopoguerra
furono
Poverissimi e in cerca di un futuro migliore, vivevano il presente nelle stesse baracche che pochi anni prima avevano ospitato i prigionieri sovietici dei lager tedeschi e poi, dopo la sconfitta, quelli tedeschi.
L’8 agosto 1956 nelle miniere del Bois du Cazier qualcosa andò storto. Un carrello per il trasporto del carbone si bloccò in un montacarichi provocando la rottura di un condotto di olio sotto pressione e di alcuni cavi elettrici.
L’esplosione e il successivo incendio intrappolarono gli uomini al lavoro a più di mille metri di profondità. Sopravvissero soltanto in 13, gli unici che si riuscì a riportare vivi fuori dalla miniera.
L’ultimo di loro
è morto nel 2007 ma a tenere viva la memoria ci pensano i familiari delle vittime.
«Il tempo - ha detto ancora Napolitano - non attenua il ricordo di una sciagura
che è divenuta simbolo del sacrificio e della nobiltà del lavoro italiano in
Europa e nel mondo». (