STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
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Il dilemma del CGIE
NEW YORK - La prima reazione di chiunque ami questo nostro consesso e voglia proteggerne il futuro deve essere positiva. E’ rinata una diversa volontà di discutere fra le molteplici anime del CGIE: territoriali, elette, nominate, sindacali, di patronato, di informazione, di associazione, di partito e di politica dell’emigrazione. Con tutti i pregi e i difetti, le grandi aperture e gli ancor più grandi limiti che scattano nei casi in cui si fa prevalere l’appartenenza alla “categoria” su quella all’ “organismo”, messo in sempre più grave pericolo dagli opposti egoismi autodistruttivi dei lemmi antichi e nuovi della rappresentanza. Affinché il confronto di idee non si trasformi in contrapposizione di schieramenti, lineari o trasversali che siano, è assolutamente necessario risolvere prima di tutto il dilemma della scelta fra le due filosofie che sono emerse con forza. Esse, infatti, riguardano la natura stessa del CGIE. Dalla scelta dell’una piuttosto che dell’altra conseguono le decisioni sulle iniziative che il CGIE deve intraprendere subito per salvare l’intero paradigma della rappresentanza, senza cedere all’allettante tentazione offerta dalla promessa: mors tua, vita mea, che sembra aver ispirato alcuni Comites e alcuni parlamentari eletti all’estero a remare più o meno apertamente contro il Consiglio, voluto ed eletto dai primi e fautore dei secondi.
La prima filosofia,
centripeta, si rifà al preciso dettame dell’Art. 1bis della legge istitutiva
del CGIE, che recita: «Il CGIE è l’organismo di rappresentanza delle comunità
italiane all’estero presso tutti gli organismi che pongono in essere politiche
che interessano le comunità all’estero». Su questo articolo di legge si fonda
quella che chiamerò la “filosofia dei
La posizione di
altri Consiglieri, che chiamerò “filosofia del decentramento” privilegia invece
la lontananza da Roma, come specifica la comunicazione a prima firma del Vice
Segretario per i Consiglieri di nomina governativa: «Riteniamo invece che nelle
iniziative continentali sia possibile realizzare un rapporto d’informazione
e di coinvolgimento delle diverse Comunità locali e dei Comites, rapporto indispensabile
e decisivo per determinare le condizioni per bloccare il disegno del Governo
e della maggioranza che lo sostiene. Inoltre le iniziative il più possibile
decentrate possono realizzare una sensibilizzazione e una pressione forte sui
rappresentanti parlamentari eletti all’estero e sulle autorità diplomatiche
che, pur senza poter decidere nel merito, possono esercitare una forte pressione
sull’Amministrazione centrale. Naturalmente una forte iniziativa decentrata
non si contrappone al ruolo che il Cgie ha giocato e può, anzi deve giocare,
in queste settimane e in questi mesi, con un forte impegno unitario com’è stato
nel recente passato, anzi lo integra, lo completa e lo rafforza». Anche questa
strada è già stata sperimentata, l’anno scorso, quando il CGIE ha anticipato
le Commissioni Continentali a Vancouver, Buenos Aires e Francoforte in segno
di protesta contro i tagli alle attività per gli italiani all’estero e la pessima
legge sulla riforma di Comites. e CGIE che, per la fattiva testardaggine del
suo iniziale proponente e di chi lo appoggia dentro l’attuale governo, continua
la sua marcia accelerata ed inesorabile verso l’approvazione. Ma in Italia non
se ne accorse nessuno, eccettuato forse per quanto riguarda Francoforte. Infatti,
mentre a Francoforte sono potute intervenire: «le rappresentanze dei Comites
e delle Associazioni venute dalla Germania, dal Belgio, dalla Svizzera, dalla
Francia, dal Lussemburgo, dall’Olanda, dal Regno unito, dai Paesi Scandinavi,
dalla Grecia e dall’Algeria», la fondamentale partecipazione di Comites, associazioni
e giovani, nei lontani Paesi extraeuropei, che insistono su interi Continenti,
è resa del tutto impossibile dalle distanze e dai costi che il CGIE o gli stessi
interessati non possono coprire. Questa filosofia nacque nel lontano 1995, quando
fu costituito il Gruppo di lavoro sulla riforma del CGIE: i Consiglieri europei,
in prima linea i futuri parlamentari Sen. Claudio Micheloni e On. Gianni Farina,
presentarono allora la proposta della creazione delle Commissioni Continentali,
che fu abbracciata da tutti. Ma la loro successiva idea che le Commissioni Continentali
dovevano riunirsi quattro volte l’anno all’estero e
Ecco dove le disparità
fra le anime territoriali, di cui parlavo prima, si manifestano e si riflettono
nel dibattito: i promotori della filosofia del decentramento sono quasi tutti
residenti in Italia o molto vicino al centro, hanno quindi un contatto frequentissimo
con esponenti di governo e opposizione, da cui discende la loro certezza che
nel momento di una scelta netta fra Commissioni Continentali ed una terza Plenaria
(anche abbreviata per ragioni di bilancio) si debbano scegliere le prime per
sensibilizzare le comunità di Dublino, Lima e Washington, DC. La filosofia dei
50, nel chiedere la plenaria anticipata a Roma, seguita da una breve straordinaria
alla fine di novembre, sostiene che il CGIE non deve chiudersi per tre giorni
nelle sale del Ministero degli Esteri, ma deve dividersi in delegazioni per
andare negli uffici dei politici a Roma, sedersi di fronte alle loro scrivanie
e chiarire tanti errori ed incomprensioni, per esempio: che abbiamo sempre avuto
il diritto di voto; e che se dovessimo riversare i nostri voti nelle circoscrizioni
d’origine i parlamentari siciliani, ma anche i calabresi, i pugliesi, i campani,
i veneti, e così via, sarebbero di fatto eletti dagli italiani all’estero. Diremmo
loro che il papocchio di riforma di Comites e CGIE approvato al Senato fa sì
che soltanto i pensionati, i ricchi e gli impiegati di alcuni enti – non certo
i lavoratori dipendenti o i microimprenditori e i giovani – avranno la possibilità
di accumulare tutte le cariche previste dalla nuova legge istitutiva delle rappresentanze
e che i giovani, che vogliamo coinvolgere, sarebbero praticamente tagliati fuori
al pari degli oriundi, a causa di questioni di cittadinanza. Guardandoli negli
occhi dovremmo far capire loro che i parlamentari eletti all’estero rappresentano
“tutto” il popolo italiano, non soltanto quello residente fuori dai confini
della Repubblica, e al massimo possono esercitare qualche maggiore attenzione
nei confronti degli elettori residenti nelle loro ripartizioni, mentre soltanto
il CGIE può rappresentare e rappresenta «le comunità italiane all’estero presso
tutti gli organismi che pongono in essere politiche che interessano le comunità
all’estero», cosa che i nostri stessi parlamentari non possono fare. La goccia
scava la pietra, dicevano i latini. Il CGIE deve tornare a diventare quella
goccia. (Silvana Mangione*-La Gente d’Italia/
*
Vice Segretario generale del CGIE per i Paesi anglofoni