INFORM - N. 150 - 4 agosto 2011


ITALIANI ALL’ESTERO

Di origini abruzzesi, l’attore è sul grande schermo per il film dedicato al ‘loco de Macuto’: Armando Reverón. Sul set anche Antonio Delli e Diana Volpe

Luigi Sciamanna: essere Armando Reverón

 

CARACAS - Quando si parla di Armando Reverón si parla sempre della ‘luce’ di Reverón. Luce che si riflette sul mar dei Caraibi e filtra dagli alberi della Cordillera de la Costa, luce che il pittore trasferiva su tele improvvisate dipingendo tra le rocce, con i piedi in acqua e il sole negli occhi. Ma quando Reverón lo devi interpretare devi filtrare nelle zone d’ombra del personaggio, nel labirinto di pazzia, vitalità e dolore di uno tra i più grandi pittori della storia venezuelana.

Lo sa bene Luigi Sciamanna, protagonista del film “Reverón” di Diego Rísquez, che sta facendo rivivere sugli schermi l’eccentrico artista della prima metà del ‘900. Un omaggio al ‘matto di Macuto’ che viveva libero in una capanna sulla montagna e morì rinchiuso in un ospedale psichiatrico. 

Sul set anche altri due italovenezuelani: Diana Volpe (nei panni di Doña Lola) e Antonio Delli (come l’amico Alfredo Boulton).

La grande occasione

- Interpretare “Reverón” è stata l’esperienza più intensa della mia carriera - spiega Sciamanna, nato a Caracas da genitori abruzzesi -. Aspettavo da anni una parte dove mettere in gioco tutto quello che ho imparato in più di vent’anni da attore.

Le aspettative erano molte. “Reverón” era un film che il regista covava dagli anni Settanta e aveva già accarezzato con un cortometraggio, una performance al ‘castillete’ e un film ispirato al pittore. Inoltre, c’era la curiosità di vedere come se la sarebbe cavata Sciamanna con un personaggio così complesso che si spoglia, si masturba, balla e si arrampica sugli alberi. Ancor più difficile da affrontare per un attore calvo e dalla pelle chiara che da vent’anni non riusciva a farsi assegnare una parte da protagonista.

- Rísquez mi telefonava quasi tutti i giorni per dirmi che ero nella rosa dei candidati. Poi dopo un anno di sofferenza mi ha detto: “Sei tu”. Era arrivata la grande occasione per mettermi alla prova, dopo tante parti che ho visto sfuggire... perché la calvizia è una tragedia per un attore - scherza Sciamanna - sei costretto a fare lo psichiatra, il bibliotecario o il sacerdote. Ma ero così entusiasta che le difficoltà erano spinte che mi davano più vigore.

“Reverón” ha dato a Sciamanna anche l’opportunità di rispolverare la sua vecchia passione per il canto. È infatti l’attore a dar voce al brano “Niña dulce”.

La trasformazione

Sciamanna per vestire i panni del ‘loco de Macuto’ ha rinunciato per mesi al rasoio e si è allenato a dipingere con la mano sinistra. Si è fatto crescere “i pochi capelli”, ha modellato il suo fisico e abbronzato la pelle.

- Ho messo tutta la carne sulla brace. Per un anno intero ho intervistato tutti e studiato tutto sul personaggio. Poi al primo ciak ho dovuto dimenticare la parte razionale e di studio. Dovevo vivere il personaggio e dargli tutto: la mia anima, la mia pelle, le mie budella, la mia psiche.

Un lasciarsi andare “intenso, difficile e doloroso”, spiega Sciamanna.

- Reverón aveva una personalità complessa spiritualmente, psicologicamente, religiosamente, sessualmente. Era un personaggio schizofrenico. Poi arriva il momento in cui devi interpretare scene in cui sei vecchio, ammalato, mentalmente turbato... lavori con il dolore e devi capire il dolore.

Sciamanna sceneggiatore

Scaiamanna ha collaborato nel film anche come co-sceneggiatore. Ha rivisto il copione da capo a piedi, ristrutturato i personaggi di Reveron e Juanita (la compagna del pittore sulla cui vita post-Reveron l’attore pensa di scrivere un testo teatrale o cinematografico) ed inserito quelli di Doña Lola e Oscar Yánes.

- Ho approfondito la parte artistica, psicologica e religiosa dell’artista: il mondo spirituale che mi attirava e non era del tutto ritratto nella prima stesura. Volevo che si capisse la vera scommessa di Reverón: togliere dalla vita tutti gli ‘avanzi’ per arrivare all’origine, all’essenza. Ma senza perdersi o senza sacrificare nulla, solo dicendo ‘io voglio vivere così’: con questa donna, dinanzi a questo mare e dipingere, dipingere, dipingere. E’ meraviglioso. Certo era pazzo, schizofrenico, ma c’era tanta luce in mezzo a quella pazzia.

Il ‘Castillete’

Reverón ha vissuto per anni in una capanna sugli scogli nota come ‘el castillete’, spazzata via durante la ‘tragedia di Vargas’ che nell’inverno del ‘99 ha raso al suolo la costa di Caracas. Una casa-taller che “per l’artista era tutto”, spiega Sciamanna, costruita con l’aiuto dei vicini perché “non è vero che Reverón non ne voleva sapere della gente, lui non ne voleva sapere della città”. Un nido riempito da bambole “perverse, sessuali, intimidatorie” e oggetti costruiti dallo stesso artista: pianole che non suonano, telefoni che non squillano. “Tutto è finto. Cose che a Reveron non servono e allora le ha come attrezzature, come oggetti scenici di teatro”.

- Reverón era capito dagli altri artisti, non dalla società. A Macuto gli buttavano sassi, le donne del paese passando davanti alla sua porta si facevano il segno della croce. Per tutti era un pazzo che viveva con una donna che non era sua moglie, che dipingeva quadri tutti bianchi (è il ‘periodo bianco’ del pittore che Rísquez traduce con un magnifico uso della luce, ndr) di cui non si capiva nulla. Era una Venezuela rurale. Ma le società rispetto agli artisti sono sempre rurali.

La morte di Reverón

‘El castillete’ è il ventre da cui Reverón è stato strappato. Stava male e due amici pittori lo convinsero a passare un po’ di tempo al ‘Sanatorio’ di San Antonio, in città. Ma era l’epoca degli elettroshock e, al secondo ricovero, l’artista morì.

- Nel film questo passaggio è particolarmente violento, con gli infermieri che lo trascinano via da casa. È una metafora, un aggiustamento del reale necessario per mostrare la violenza dell’esperienza. Lo hanno rapato, lavato, vestito per farlo vivere in un posto orribile quanto poteva essere orribile un manicomio negli anni ’50. Basta guardare le sue foto dell’epoca: non lo si riconosce, c’è una totale perdita dell’identità.

A riprese concluse, Sciamanna ha provato sulla sua pelle l’esperienza vissuta da Reverón.

- Un venerdì di settembre abbiamo girato la scena in cui mi tolgono la barba e la mattina dopo ero a casa, solo. Ero confuso, non sapevo cosa fare, mi toccavo e non avevo la mia barba, mi chiedevo ‘perché non ho la mia barba?’. Da un anno vivevo quella vita, quel personaggio... Non capivo nulla e non avevo la barba che tanto amavo. Dovevo iniziare le prove in teatro per una pièce su Heiddeger ma non riuscivo, non avevo la forza, l’anima, non avevo più niente. Sono restato a letto per un mese. Come non poteva morire Reverón?

L’oggi del cinema criollo

“Reverón” ha portato in sala 700 mila spattatori. Un buon risultato in un “momento interessante per il rapporto del cinema con il pubblico, che non si dovrebbe trascurare”, come spiega Sciamanna.

- Trent’anni fa il cinema criollo aveva gravi difetti di fattura ma aveva una comunione con i venezuelani e riscuoteva grande successo. Questo rapporto si è perso. Il grande schermo ha dato il grande salto ma ha trascurato i copioni, l’arte dell’attore, le storie che si devono raccontare. È quindi il momento per richiamare il pubblico.  Il Venezuela non è un paese di telenovelas. (Monica Vistali-La Voce d’Italia/Inform)

 


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