STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Il direttore
della “Voce d’Italia” intervista Antonio Di Pietro
Di
Pietro: “L’italiano all’estero può dare tanto all’Italia”
Il
presidente dell’Italia dei Valori invita a fare un distinguo tra i connazionali
onesti imprenditori e “quei personaggi in cerca d’autore” che “umiliano le nostre
istituzioni”. Sostiene che “l’italiano che vive oggi all’estero non è più quello
di ieri; non risponde più allo stereotipo
dell’emigrante”
ROMA –
Di nuovo nell’occhio dell’uragano. Non sorprende. E’ sempre così, ogni qualvolta
si affronta un processo elettorale. Lo è stato nelle passate “politiche”, quelle
del 2008. Perché sarebbe dovuto essere differente in occasione del referendum?
In questa circostanza, la causa delle polemiche, anche assai animate, è stato
il timore del movimento referendario di non poter raggiungere il “quorum”. Potenziali
responsabili? Le comunità all’estero. Insomma, i più di 3 milioni di cittadini
aventi diritto al voto. Ma, archiviate, almeno per ora, le passioni politiche,
ci vien da chiedere: quale importanza si attribuisce effettivamente agli italiani
all’estero? Siamo ancor oggi una riserva indiana? Lo chiediamo al presidente
dell’Italia dei Valori, l’on. Antonio Di Pietro, che schietto e “senza peli
sulla lingua”, invita a non confondere “la
lana con la seta”. Ovvero, a far un distinguo fra la
comunità, intraprendente e laboriosa, e i “mestieranti dell’emigrazione”
che saranno pure pochi ma non perdono occasione per mettersi bene in mostra.
Ci dice:
- Devo
scindere innanzitutto tra la comunità che lavora onestamente e certi personaggi
in cerca d’autore. Quest’ultimi, approfittando del buon nome degli italiani
all’estero, si stanno costruendo una carriera politica. Mi dispiace dover usare
un tono così grave, ma...
Commenta
che si è battuto in prima persona “affinché gli italiani all’estero potessero
essere rappresentati in parlamento; perché la loro intraprendenza e professionalità
si distinguesse nel Paese”. Ma precisa:
- Purtroppo,
la strumentalizzazione che han fatto della legge elettorale alcuni personaggi
in cerca d’autore ha reso più difficile il lavoro e contribuito a umiliare le
nostre istituzioni.
A tale
proposito, sostiene convinto la necessità di “una revisione molto forte del
ruolo delle istituzioni delle nostre comunità”.
- Dobbiamo
farlo a cominciare dal Comites e dal Cgie – precisa -. Dobbiamo renderci conto
che l’italiano che vive oggi all’estero non è più quello di ieri. Insomma, non
risponde più allo stereotipo dell’emigrante a cui è necessario stare accanto
per alcuni bisogni esistenziali, di prima necessità.
Sottolinea
che “oggi il connazionale all’estero è un italiano di qualità”; un cittadino “che vuole risposte precise in
termini di efficienza”.
- L’italiano
all’estero – prosegue – può dare tanto all’Italia. Ma si allontana da queste
storture proprio perché si rende conto che bisogna andare oltre le sagre.
Il caldo
afoso è solo un presagio della stagione estiva che promette di far impennare
la colonnina di mercurio a punte da record. Negli uffici dell’Italia dei Valori,
nel cuore di Roma, si respira ora una pacata aria di tranquillità. E’ un clima
assai diverso da quello vissuto appena alcune settimane fa, quando il referendum,
fortemente voluto dall’on. Di Pietro, era alle porte. Allora era un viavai di
gente, militanti o no, impegnata specialmente nella crociata contro il nucleare.
- Ogni
qualvolta un politico si reca all’estero afferma che le nostre comunità, presenti
ovunque, sono una ricchezza per l’Italia. Cosa dovrebbe fare il governo per
dare un contenuto a tali espressioni?
- Gli
italiani all’estero, quelli di qualità naturalmente – spiega -, non perdono
più tempo a discutere con le nostre strutture. Da esse non hanno risposte. Credo
che i ministeri degli Esteri e del Commercio Estero dovrebbero essere uniti.
E penso che la cooperazione internazionale dovrebbe andare oltre l’assistenzialismo
ed essere ripensata in termini di opportunità, di joint ventures, di capitali.
Gli italiani vogliono investire in Italia Ma c’è una anomalia che va sottolineata:
nel nostro Paese se un connazionale decide di tornare deve pagare la ricchezza.
E’ ovvio, allora, che difficilmente consideri di portare i capitali in Italia.
Si domanda perché pagare di nuovo tasse che ha già pagato all’estero?
Sostiene
poi che è indispensabile dare nuovi impulsi agli Istituti Italiani di Cultura
“che non possono limitarsi alla presentazione di qualche libro o ad alcune cene
sociali”.
- Certo,
bisogna anche riconoscere che vi sono Istituti Italiani di Cultura che sono
molto qualificati e lavorano molto bene – precisa -. A mio avviso è assai importante
che nei bilanci del nostro Stato si preveda un incremento delle risorse da destinare
a queste strutture. Inoltre, credo che il ministero dell’Istruzione debba instaurare
un rapporto più intenso con quello degli Esteri così da fare in modo che le
nostre eccellenze possano esplicarsi meglio in quella sede.
Dall’istruzione
e la cultura, al turismo. Il presidente dell’Idv parla adagio, a volte accompagnando
le sue affermazioni, le sue riflessioni, con lunghe pause. Si nota che il tema
non gli è estraneo, ma non è di quelli su cui è interrogato abitualmente. Il
dibattito politico in Italia, d’altronde, si concentra su altri argomenti. Le
comunità all’estero, lo si voglia o no, rappresentano solo interessi periferici.
Sostiene
che l’ambito occupato dall’industria del turismo dovrebbe essere gestito dai
privati imprenditori ai quali dare la possibilità di interloquire con il ministero
del Turismo in condizioni di parità.
Immigrazione
e ipocrisie
Il tema
torna agli onori della cronaca ogni qualvolta una “carretta della morte” riesce
a raggiungere le coste italiane con il suo carico di speranza. O, ancor peggio,
quando il mare traditore fa naufragare i barconi, inghiottendo il loro carico
umano e restituendolo senza vita. Allora ci invade un sentimento di pietà ma
soprattutto di rabbia e di indignazione.
Immigrazione.
Un cammino a ritroso. L’Italia, il secolo scorso, fu terra di emigranti. Tanti
furono i connazionali che lasciarono
- La storia
insegna che quei paesi che come gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia, tanto
per citarne alcuni, si sono aperti all’emigrazione sono cresciuti economicamente,
socialmente e culturalmente. Perché l’Italia, che in passato fu
terra d’emigrazione, ora non cerca di
trarre profitto dalle ondate di migranti? E perché vi trovano terreno
fertile i movimenti xenofobi?
L’on.
Di Pietro non è d’accordo. E lo manifesta immediatamente mettendo i puntini
sulle”i”.
- Il paragone
con il Canada, gli Stati Uniti o l’Australia – ci dice – non regge. E’ un paragone
troppo facile e scontato. Non ci dimentichiamo che quei paesi, quando vi fu
l’immigrazione, erano sostanzialmente disabitati. Il nostro, in cambio, ha un
territorio iperurbanizzato. Detto ciò, comunque, non vuol dire che dobbiamo
impedire l’emigrazione. Voglio dividere la sua domanda in due argomenti.
Ribadisce
che il paragone con gli Stati Uniti, il Canada o l’Argentina non è credibile
poiché “si tratta di realtà geo-politiche diverse”: l’Italia “è un piccolo enclave
in cui la densità demografica è già molto elevata”.
- E a
tutto c’è un limite – sottolinea -. Detto questo, quel che a nostro avviso risulta
inconcepibile è che, in questo particolare momento storico, si accentui la divaricazione
tra Nord e Sud; tra paesi industrializzati che stanno bene, troppo bene nella
loro opulenza, ed una infinita massa di nazioni povere, troppo povere. E questo,
in un mondo civile, dovrebbe risultare inaccettabile.
Poi richiama
l’attenzione sulla “politica del respingimento” per sottolineare che essa “è
un’offesa al genere umano”.
- E’ un’offesa
– spiega – alla ragione dell’esistenza, della vita. E lo è non per una appartenenza
ad una ideologia comunista, ma per un semplice precetto cristiano. C’è bisogno
di una redistribuzione più equitativa delle risorse a livello mondiale.
E’ convinto
che l’Onu,
- Considero
che oggi, se non si arriva ad una forma di cooperazione più accentuata e più
rispettosa dei diritti umani – commenta
-, è, e sarà, un’utopia non immaginare il respingimento.
Ammette
che “è impossibile fermare una massa enorme di persone che nel decidere tra
la morte ed il rischio della vita, preferisce mettere la propria vita a repentaglio”.
Ed afferma che “è inaccettabile che si torni all’era medioevale”.
- Fino
a quando l’Onu,
- Non
ci sono spazzi tecnici – prorompe -. E’ inutile cadere in ipocrisie. Io sono
contro ogni respingimento in mare, ma non sono così ipocrita da pensare che
50 milioni di stranieri possano stare assieme a 50 milioni d’italiani in un
territorio così ridotto come quello del nostro paese. Scaricare ogni responsabilità
sull’Italia, in quanto ‘paese di confine’, poi, è anch’essa un’utopia.
Insiste
nell’affermare che senza l’interessamento degli organismi sovranazionali il
problema per l’Italia sarà irrisolvibile poiché il nostro paese, solo, non è
in grado di farsene carico.
- Da solo
– sottolinea – non potrà risolverlo mai per una semplice ragione di matematica.
Quindi
aggiunge:
- L’Italia,
purtroppo, ha trovato la peggiore delle soluzioni: quella di considerare criminali
i clandestini. Metterli dentro vuol dire fare un atto di violenza. Essere clandestini
non è essere criminali. Vuol dire essere
disperati. Anche così – prosegue – resta il problema di fondo: non siamo
in grado di dare a tutti un tozzo di pane. E’ matematicamente impossibile. Non
possiamo farci carico di tutti coloro che vogliono immigrare in Italia. Questa
dovrebbe essere responsabilità di tutti, anche di quelle nazioni che ci criticano
standosene alla finestra senza far nulla.
Un
programma di governo per il centrosinistra
Tutto
il mondo è paese. E, forse, più di quel che ci immaginiamo. In Venezuela, mentre
all’interno dell’arcipelago di partiti che costituiscono la “Mesa de
- Perché
questa proposta in controtendenza? Perché mentre nel centrosinistra si parla
di primarie, lei chiede di costruire una alternativa al berlusconismo cominciando
dalla elaborazione di un programma di governo?
- L’Italia
dei Valori è, e resta, un partito antiberlusconiano – precisa -. Fa dell’opposizione
a Berlusconi il punto di riferimento certo e ineludibile della sua azione politica.
Questa, per essere seria e credibile – aggiunge – deve proporre all’opinione
pubblica una alternativa. Deve poter permettere al giudice elettore una valutazione
comparativa fra proposte diverse.
Se in
materia di emigrazione l’on. Antonio Di Pietro indugiava, meditava e si abbandonava
a lunghe pause, in questo caso le parole scorrono spontanee.
- L’Idv
– prosegue – vuole essere il primo nel proporre soluzioni che facciano il bene
del paese. E’ per questo che, dopo il successo ottenuto nei referendum; dopo
la battaglia per informare i 27 milioni di italiani che hanno espresso la loro
avversione al programma di Berlusconi; oggi intendiamo costruire una alternativa
programmatica. Per questo abbiamo esortato i nostri alleati a non perdere tempo.
Anzi, abbiamo chiesto al partito della maggioranza nell’opposizione di far sua
questa nostra proposta.
Assicura
che se il Partito Democratico “non dovesse prendere la battuta, è pronto a farlo
l’Idv”. E’ convinto che “’competition is competition’ anche all’interno della
coalizione”.
- A suo
giudizio, quali dovrebbero essere i punti salienti di questo programma?
- Economia
e sviluppo, lavoro e occupazione, da una parte; dall’altra, legalità e sicurezza,
difesa della pace sociale – elenca, per poi entrare nei dettagli:
- Tradotto,
riteniamo che uno dei maggiori danni arrecati al nostro paese sia quello del
debito pubblico incancrenito e della spesa. Ivi compresi gli sprechi per la
gestione della politica. Riteniamo necessario dover ristabilire la certezza
del diritto ma anche della pena. Se proprio ci deve essere qualcuno in galera,
è meglio che ci vada l’evasore e non l’immigrante clandestino.
Suggerisce
una “sforbiciata alle incrostazioni infinite
della spesa pubblica eliminando, ad esempio, le provincie come strutture intermedie
della gestione del potere politico” o “accorpando i comuni” che, a suo dire
sono troppi, “una esagerazione”. Indica, quindi, l’aggregazione di servizi che
i comuni possono gestire assieme, per poi passare alla tassazione. Un argomento,
questo, sul quale gli italiani sono assai sensibili.
- Ad esempio
– illustra -, si potrebbe aumentare la tassazione alle speculazioni finanziarie
dal 12,5 al 20 per cento. O si potrebbe evitare la realizzazione di nuovi concorsi,
fino a quando non vengano assorbiti tutti i vincitori di quelli precedenti.
O, ancora, sarebbe possibile stabilire una aliquota più elevata a chi assume
con contratto a termine e più bassa a chi contratta a tempo indeterminato.
- Lei
ha affermato che presenterà la propria candidatura nelle primarie...
- Ho detto
che prima è necessario un programma – ci interrompe per precisare. Sottolinea:
- Senza
un programma, le primarie non hanno alcun significato. Non vogliono dir nulla.
- Allora,
nel caso che ci si mettesse d’accordo sul programma...
- No,
nel caso ‘no’ – insiste -. Il programma si deve fare.
- Bene,
una volta elaborato il programma, se lei dovesse risultare vincitore nelle primarie
e poi eletto premier, cosa farà i primi 100 giorni, quali obiettivi crede che
si debbano raggiungere?
- La prima cosa da fare è prendere provvedimenti
urgenti sulla stabilità dei conti economici – sostiene -. Oggigiorno, chiunque
vada al governo deve sapere che per mantenere un ruolo di rilievo in Europa
deve trovare 43 miliardi di euro per i prossimi tre anni. Il resto se lo porta
il vento.
- D’altronde,
è l’obiettivo che persegue Tremonti...
- Certamente
sarà il primo argomento da affrontare, da discutere – afferma e rilancia:
- Il secondo
sarà sicuramente la riforma dell’Amministrazione pubblica.
Per concludere
chiediamo:
-Cosa
è cambiato in lei dal Di Pietro emigrante, al Di Pietro magistrato e, poi, al
Di Pietro politico?
- Nulla
– afferma -. E’ la naturale prosecuzione di un impegno civile che ho portato
avanti nelle diverse fasi della mia vita, interpretando di volta in volta il
ruolo che il destino mi ha riservato.
Facendo il muratore ho cercato di costruire il muro dritto; facendo il poliziotto,
di arrestare i delinquenti; e facendo il magistrato, di assicurare alla giustizia
tutti quei padreterni. Oggi mi dedico alla politica per servire meglio
il mio paese. (Mauro Bafile-La Voce d’Italia dell’11.7.2011/