RASSEGNA STAMPA
Il
Secolo d’Italia intervista l’inviato speciale della Farnesina per le emergenze
umanitarie
Margherita
Boniver: “Ho visto con i miei occhi, servono più pattugliamenti e anche un tribunale
speciale”
ROMA -
Lo ha promesso e lo ha fatto. «Se è utile, sono pronta a una missione politico-diplomatica
nel Corno d'Africa per tentare di risolvere questo ennesimo atto di pirateria»,
aveva detto Margherita Boniver, inviato speciale della Farnesina per le emergenze
umanitarie. Politica di lungo corso, già sottosegretario agli Esteri, è tornata
mercoledì dal suo viaggio in Tanzania e a Gibuti per imprimere un'accelerazione
alla complicata liberazione delle due navi e degli undici marinai italiani sequestrati
dai pirati alcuni mesi fa (a febbraio e ad aprile). «Gibuti è un punto di osservazione
molto interessante, anche per la presenza di diverse missioni militari, non
tutte legate al pattugliamento anti-pirateria», dice all'indomani dei colloqui
con le massime autorità del piccolo Stato affacciato sul golfo di Aden, il più
tempestato dall'attività dei "corsari".
Come
è andata?
«Ci hanno
garantito «pieno appoggio» per combattere la pirateria. Ma la situazione è molto
complessa».
Che
speranze ci sono per i nostri connazionali?
«La cooperazione
per la liberazione degli 11 italiani sequestrati dai pirati, che hanno la loro
base logistica in Somalia, è stato il primo punto all'ordine del giorno della
mia visita. So per certo che sono partiti tutti i protocolli che il governo
può legalmente mettere in campo per ottenere il rilascio. Ovviamente non si
tratta di pagare un riscatto ma di agire diversamente, come è già successo per
il sequestro della Buccaneer».
Sos
pirateria... I riflettori della stampa si accendono a corrente alternata, noi
vediamo solo la punta dell'iceberg...
«La questione
è della massima serietà e gravità, stiamo parlando di un braccio di mare dove
passano circa 22mila navigli l'anno, oltre il 40 per cento del traffico mondiale.
Il fenomeno non è certo nuovo ma si è enormemente intensificato negli ultimi
anni».
Qualche
numero?
«Da gennaio
2011 sono stati ben 140 i tentativi di attentati contri navi mercantili. di
cui 22 andati a segno, e tra questi quelli alle nostre due navi, la petroliera
Savina Caylyn e la motonave Rosalia D'Amato. Sono pirati che hanno per patria
Il
governo di Gibuti, che si affaccia su una delle rotte mercantili più strategiche,
sollecita un approccio più muscolare...
«Vede,
da tempo la tattica dei pirati somali si è affinata, non sono certo poveri pescatori,
ma hanno una grande organizzazione criminale alle spalle e sofisticati metodi
di assalto: alcune delle navi sequestrate vengono attrezzate per essere usate
come navi-madre da cui partono i barchini che vanno all'assalto. Mentre stiamo
parlando sono circa 360 gli ostaggi di varie nazionalità nelle loro mani. Questo
ha un peso crudele per la vita delle persone ma anche ricadute economiche, incide
molto sui costi di trasporto».
Qual
è la risposta della comunità internazionale?
«Ci sono
due missioni militari nel golfo di Aden, una sotto l'egida Nato e l'altra dell'Ue
che svolgono attività di pattugliamento e scortano le imbarcazioni umanitarie
delle agenzie dell'Onu. È un vero e proprio corridoio di protezione».
Ma
non è sufficiente, dicono i governi del Corno d'Africa...
«Andrebbe
intensificato. Le operazioni sono complesse perché il raggio d'azione dei pirati
si sta allargando dalla Somalia fino alla Tanzania, al Kenya, tutto l'Oceano
Indiano è diventato molto insicuro».
Ma
è vero che la parola chiave del premier di Gibuti, Dileita, è stato "neutralizzare"
le navi-madre?
«Naturalmente
non è un'ipotesi all'ordine del giorno (sorride). Sì, mi ha detto "ma perché
l'Europa non bombarda le navi dei pirati?". Quello che si deve fare è allargare
sempre di più il corridoio di transito protetto, ma tra il dire e il fare, in
questo caso, c'è di mezzo un Oceano».
Quanto
incide sull'escalation degli attacchi la precaria situazione politica di Mogadiscio?
«Moltissimo.
Possiamo dire che è la matrice principale di questa rete criminale.
A
che punto è la vecchia idea del Tribunale internazionale per giudicare gli autori
degli atti di pirateria?
«Si sta pensando di convertire il Tribunale
internazionale per i crimini in Ruanda in un Tribunale speciale internazionale
per giudicare i pirati. L'obiettivo, ancora lontano, è quello di costituirlo
sul territorio somalo». (Gloria Sabatini- Secolo d'Italia dell’8 luglio 2011)
Inform