LIBRI
“Quel
Ramo di mandorlo”, più che un libro uno scrigno
L’atteso volume di Errico Centofanti: un
secolo di cultura e gastronomia del ristorante “Tre Marie”
L’AQUILA – Sul finire d’una intensa e piacevole serata di fine giugno, assai attesa per l’uscita dell’ultima sua fatica letteraria, l’intervento di Errico Centofanti, conclusivo della presentazione di “Quel Ramo di Mandorlo” freschissimo di stampa per i tipi di One Group Edizioni, è inopinatamente breve, laconico. D’altronde il buongusto e la signorile sua discrezione che da sempre ne accompagnano il tratto, non gli consentono d’indugiare in valutazioni che solo ai lettori spettano sulla sua ultima creatura, la cui gestazione è stata lunga e complicata per via di quel 9 aprile 2009 che ha sconvolto la vita di ciascun aquilano e della nostra città. Lo ha detto con franchezza, l’autore, confidando di sentirsi come un muratore che sa usare bene i suoi mattoni in questa speciale ricostruzione d’una parte della memoria della città, ricostruzione non meno importante di quella materiale. E i mattoni di Errico Centofanti sono le parole, elemento ed essenza del suo lavoro che egli sa usare a dovere, anzi a meraviglia. Ne è ben consapevole e non finge ipocrite modestie. E il messaggio che affida agli Aquilani, attraverso il suo bel libro, più d’un augurio è quasi richiamo all’impegno etico e civile, perché ciascuno senta il dovere di far bene ciò che sa fare, con lo sguardo rivolto alla rinascita dell’Aquila.
Con “Quel Ramo di Mandorlo” Centofanti restituisce
all’Aquila un pezzo di storia gloriosa, proprio nel momento in cui la memoria
diventa parte fondante della rinascita. Protagonista è lo storico ristorante
“Tre Marie” della famiglia Scipioni - locale entrato nel patrimonio monumentale
del Paese - con i fatti e i personaggi che hanno segnato un’epoca, trasformando
questo luogo del gusto e della buona cucina in un tempio di cultura e insieme
di trasmissione di valori. Un luogo tra i più conosciuti e ambiti, attraverso
tutto un secolo, la cui notorietà rimbalzava dalle più selettive guide gastronomiche
ai prestigiosi quotidiani, come il New York Times. Modello d’avanguardia per
quei tempi, oggi troverebbe riscontro nelle più sofisticate definizioni dell’alta
gastronomia. A significare il legame profondo con
Il libro è un colto viaggio dell’anima, fecondo di sentimenti, di storia non solo civica, di buone tradizioni aquilane, di usanze e costume, attraverso episodi di vita cittadina, aneddoti, fatti e personaggi che hanno animato il leggendario locale, un crocevia d’incontri tra personaggi illustri, custode di pezzi importanti di storia e cultura della città e dell’Italia. E’ un singolare monologo interiore che si dispiega attraverso circa trecento pagine: un flusso di pensieri, ricordi, divagazioni e riflessioni, frutto dell'inestricabile intreccio di parole accumulato in ore e ore di conversazione tra Paolo Scipioni, ultimo discendente della famiglia proprietaria, e l'Autore. Racconta entusiasmi, utopie e tragedie del Novecento, secondo l'ottica di chi ne è stato testimone nel contraddittorio contesto, colto e diffidente, d’una città dall’irrisolta appartenenza.
Lo sviluppo narrativo
s’innerva intorno ad episodi sconosciuti o poco noti, intorno a sensazionali
ricette di cucina e ad inedite vicende riguardanti personalità dei generi più
diversi: Anouk Aimée, Giulio Andreotti, Michelangelo Antonioni, Pippo Baudo,
Carmelo Bene, Nicola Bulgari, Luigi Carnacina, Primo Carnera, Liliana Cavani,
Adriano Celentano, Fausto Coppi, Jacques Delors, Vittorio De Sica, Aldo Fabrizi,
Faruk d’Egitto, Federico Fellini, Carla Fracci, Dario Fo, Richard Gere, Gustavo
Adolfo di Svezia, Ugo