RASSEGNA STAMPA
Il Sole 24 Ore
intervista il ministro degli Affari Esteri
Frattini:
“Sportello unico per il made in Italy”
ROMA -
Ministro Frattini, dopo un lungo braccio di
ferro con il ministero dello Sviluppo economico alla fine è stata raggiunta
una soluzione per l'Ice, con il passaggio dei 116 uffici all'estero alla rete
delle ambasciate, e quindi alla Farnesina.
«Non è
stato un braccio di ferro. É andato a compimento un disegno in gestazione da
molto tempo. L'idea è partita dieci anni fa, quindi ben prima dell'arrivo del
ministro Paolo Romani allo Sviluppo economico. Fu il presidente Berlusconi,
allora ministro degli Esteri ad interim nel lontano
Ambasciate
e Ice, una sovrapposizione che spesso generava confusione di ruoli, oltre che
spreco di risorse e di energie.
«Questo
è il secondo passaggio. L'idea che ci ha mosso era quella di una autostrada
che collega l’Italia con ciascuno dei paesi dove va il made in Italy. Questa
autostrada ha come casello di partenza il sistema Italia nazionale, che è rappresentato
dalle camere di commercio, dalle associazioni industriali, e da tutto il mondo
imprenditoriale, e l'uscita saranno le ambasciate. L'unicità di questo casello
era una dei punti fondanti di quel disegno che Berlusconi lanciò».
Un
parto difficile, visti i tempi, e gli scontri che si sono più o meno consumati
all'interno dei governi.
«Ci sono
state fasi molto travagliate, si è tentato di operare attraverso una legge delega
poi scaduta. E questo mentre si registravano crescenti richieste del mondo industriale
affinché il sistema normativo si adeguasse alla forte attesa di avere uno sportello
unico Italia in ogni paese».
Non
si poteva prevedere la strada opposta, e cioè potenziare l'Ice e dargli maggiore
capacità operativa?
«Lo sportello
unico non può che essere la sede dell'ambasciata. Questo è tanto vero in un
mondo globalizzato in cui cresce la presenza del made in Italy nei paesi emergenti:
è qui che c'è bisogno della presenza politica delle ambasciate, e quindi non
solo di una presenza tecnica, quale quella di un ufficio Ice, per accompagnare
in modo efficace le imprese italiane. Quando noi andiamo nei paesi del Golfo,
in Cina (dove il ministro andrà in missione il 17 luglio, ndr) in India, in
Russia, è chiaro che in quei paesi i sistemi sono tali per cui se dietro una
iniziativa italiana c'è il governo, attraverso il suo ambasciatore, è una rassicurazione
sulla solidità della proposta».
Al
di là delle prospettive di lungo termine, quali effetti produce la soppressione
dell'Ice?
«Anzitutto
armonizza un sistema che andava riformato. É statala scelta questa strada in
alternativa a quella ventilata di una sorta di autoriforma. Il personale sarà
salvaguardato e passerà integralmente al ministero per lo Sviluppo Economico.
Sul fronte dei risparmi, noi puntiamo al recupero di un terzo del budget dell'Ice,
che è di 6o milioni. Quindi per ora 20 milioni, che possiamo riversare per la
promozione del made in Italy. Si tratta comunque di una cifra che per i tempi
che corrono non è disprezzabile affatto».
Quindi
i dipendenti non passeranno nei ruoli della Farnesina?
«No. Il
personale passerà allo Sviluppo Economico: lo strumento cambia, ma la funzione
resta. Lo strumento non sarà più la duplicazione, ma la riconduzione all'ambasciata
della funzione mentre il personale, le risorse, la politica industriale, la
continueranno a fare insieme i due ministeri. É ovvio che da sola
Questo
per la rete estera. E per gli uffici italiani, che passano da
«In Italia
la cosa è diversa. La funzione passa alle regioni e alle camere di commercio,
ma anche il personale in Italia passa allo Sviluppo».
Come
saranno trasmessi gli impulsi politici alla rete?
«A Roma
ci sarà una cabina di regia centrale, che sarà copresieduta dal ministro degli
Esteri e da quello dello Sviluppo economico, e questa darà gli indirizzi di
politica economica all'estero. Ripeto: il meccanismo ha il vantaggio di ridurre
certamente l'inefficienza, quindi le spese, non ci saranno uffici e strutture
anche fisicamente diversi, ci sarà accorpamento fisico e funzionale presso ciascuna
ambasciata, con un decisoziamento della funzione».
Pensiamo
a New York, dove c'è una grande ufficio Ice: la struttura passeri dentro i locali
del consolato oppure sarà necessario creare una nuova sede diplomatica?
«Vedremo
caso per caso. O resta lì oppure in alcune capitali si può pensare di creare
un Palazzo Italia, o una Casa Italia, centralizzando tutto, dagli uffici diplomatici
a quelli commerciali e laddove ci sono anche quelli dell'Enit. Ma deve essere
chiaro dove devono andare gli imprenditori che vogliono operare in quei paesi».
La
riforma dell'Ice era peraltro un tema su cui ha battuto molto Confindustria.
«Ci siamo
sentiti spesso con la presidente Marcegaglia, sappiamo che ha parlato direttamente
con Tremonti e Berlusconi. Nei nostri colloqui mi ha ricordato con forza che
questa linea portata avanti dal governo era la tesi di Confindustria, e di cui
lei alle assise di Bergamo aveva pubblicamente parlato, raccogliendo applausi
della base».
Il
Dipartimento del commercio estero resta allo Sviluppo economico?
«Sì, e
deve restare lì. Si occuperà delle strategie di promozione industriale, e ne
ha tutte le competenze tecniche».
In
questo disegno come sarà il rapporto con
«
In
questo quadro in movimento di diplomazia economica emerge che le banche italiane
sono quasi del tutto assenti da aree giudicate strategiche.
«Per fare
un passo avanti bisogna insistere con stimoli forti, proprio sulla strada di
questo provvedimento. Bisogna rendere più unito il sistema Italia per far evolvere
la presenza, da una presenza di esportatori che vanno e vengono a investitori
che si radicano sul terreno. Penso per esempio a Fiat e Benetton in Serbia.
È su questo piano che dobbiamo lavorare, per creare un effetto attrattivo anche
per una presenza stabile per le banche».
Come
si prospetta la situazione perle imprese italiane in Libia, dove la situazione
è sempre molto incerta?
«Stiamo
varando una norma - che sarà inserita nel decreto missioni - che permetterà
di utilizzare i beni congelati a garanzia di prestiti che saranno effettuati
a favore del Cnt, e pensiamo ai 300 milioni da parte di Unicredit e i 150 milioni
di carburanti da parte dell'Eni».
Questo
mette in sicurezza i contratti già firmati?
«Molti
imprenditori italiani grazie a noi hanno avuto dal Cnt la garanzia che quei
contratti non saranno disdettati, a partire dall'Eni, ma anche per esempio Impregilo
e Astaldi».
Parliamo
di come questa manovra è stata approvata, con scontri a cui i governi Berlusconi
non erano abituati.
«Questa
manovra è stata approvata dopo una riunione di cinque ore: è senz'altro più
partecipata e inclusiva di quella approvata dopo quindici minuti. É segno della
capacità di discutere, approfondire, e poi di concludere. Quando si approvava
in "copertina" c'era l'insoddisfazione di molti perché non si era
arrivati a questo livello di condivisione, quindi è stato un passaggio positivo
e un giusto metodo di governo per i prossimi due anni». (Carlo Marroni- Il Sole
24 Ore del 2 luglio 2011)