INFORM - N. 119 - 21 giugno 2011
ITALIANI ALL’ESTERO
Dal
“Messaggero di sant’Antonio”, giugno 2011
Sessanta anni di attività a Soho: Bar Italia
per sempre
A Londra c’è un locale intramontabile,
emblema dell’italianità, dove sono passati tanti grandi dello spettacolo e milioni
di persone sconosciute. Lo gestiscono Nino Polledri e la sua famiglia
LONDRA - Londra
è una città in continua evoluzione. Chi ci vive o chi ci ritorna di tanto in
tanto non può fare a meno di notare che laddove c’era un centro commerciale
ora è nato un bel prato; dove c’era un negozio di abbigliamento, oggi c’è un
ristorante; dove c’era un campo fiorito, oggi sorge un complesso residenziale.
Non a caso gli inglesi usano l’espressione: Disappearing
London (la Londra
che scompare), con un tocco di nostalgico attaccamento al passato. Fortunatamente
rimangono le pietre miliari a mantenere vivo il trait d’union con la storia: le statue,
i palazzi, i grandi viali... e il «Bar Italia». Sissignori, un bar come quelli
che non si vedono più neppure nel nostro Paese. Piccolo e stretto, rappresenta,
da oltre sessant’anni, un modesto ma significativo angolino di italianità nel
cuore di Soho, un centrale quartiere di Londra e, soprattutto in passato, cuore
di tante laboriose comunità straniere, tra cui quella italiana.
In questo locale
sono passati milioni di persone, famose o sconosciute, sole o in compagnia,
ricche o povere: a ognuna di loro è sempre stato riservato un trattamento speciale
basato sull’autentico spirito dell’ospitalità. Nessuno mai è stato considerato
un mero cliente o un numero; ogni essere umano nel bene o nel male ha trovato
ristoro e conforto davanti a una tazzina di caffè. Il Bar Italia è passato di
padre in figlio fino all’attuale terza generazione che ne ha raccolto l’eredità.
A parlarcene è Nino Polledri l’uomo che ha traghettato il locale, fondato dai
suoi genitori, fino agli albori del nuovo millennio contribuendo a farlo crescere
di prestigio. «I miei genitori, originari di Piacenza – ci racconta – si erano
trasferiti a Londra negli anni Venti. Erano degli imprenditori, e infatti presto
aprirono un piccolo bar a Covent Garden dove un tempo c’era il mercato
della frutta e della verdura e dove i lavoratori venivano a fare la colazione. L’attività
era fiorente anche in un momento difficile per tutti, in particolar modo per
gli italiani che, solo unendosi tra loro, riuscivano a combattere la carenza
della lingua, una notevole emarginazione nonché la grande nostalgia dell’Italia.
Poi però scoppiò la guerra – prosegue Nino –, mio padre fu internato e il peso
del lavoro ricadde tutto su mamma Caterina. Io nacqui nel 1936 e, a causa del
conflitto, fui spostato da un posto all’altro per tenermi lontano dai bombardamenti
e quindi persi anche molti anni di scuola».
L’anno della svolta
per la famiglia Polledri
è il 1949: «Dopo il ritorno di papà i miei decisero di rilevare un bar a Soho
dandogli il nome con cui è conosciuto oggi in tutto il mondo. Fu un successo
immediato. Gli italiani venivano da ogni parte della città: si riunivano per
conoscere la sorte degli amici o dei famigliari scomparsi durante la guerra:
parlavano di politica, di calcio, delle proprie origini. Tutti davanti a un
caffè di una nostra specialissima miscela che abbiamo sempre acquistato dagli
stessi fornitori. L’ambiente era familiare. Il pavimento di mosaico era stato
messo in posa da mio zio. I panini e i dolci li preparava mia madre mentre i
nostri barman erano tutti connazionali». Un piccolo microcosmo che per le sue
peculiarità attirò l’attenzione della comunità ma anche del quartiere di Soho,
con i suoi personaggi pittoreschi (all’epoca la zona era malfamata e teatro
di scontri tra clan criminali di fazioni opposte), e un poco alla volta conquistò
anche lo star system. «Dopo aver completato gli studi elementari – continua
Nino – decisi di aiutare i miei genitori essendo anche rimasto figlio unico.
Fu una vita durissima dovendomi alzare prima delle 4 ogni mattina».
Papà Lou aprì
in seguito anche un’agenzia di viaggio e poi un altro bar. L’intraprendenza
e il coraggio non gli mancavano. Purtroppo, però, gli mancò la salute e la sua
scomparsa prematura spinse il giovane Nino a doversi assumere ogni responsabilità:
«Negli anni Settanta, presi il diretto controllo del bar. Decisi che, mentre
tutti i locali si rinnovavano per stare al passo con i tempi, noi non avremmo
cambiato il nostro look. I nostri barman erano tutti italiani che riuscivamo
a far venire in Inghilterra grazie a
un contratto di lavoro. Erano persone che hanno condiviso con noi la passione
per il caffè e per la clientela. Il nostro
segreto era di far sentire tutti a proprio agio: dai muratori ai gelatai, dagli
studenti ai produttori cinematografici, dagli attori agli imprenditori. Di ognuno
di loro conoscevamo i gusti: portavamo loro i piatti preferiti o il tipo di
caffè che amavano ancora prima che li ordinassero». Alle pareti del Bar Italia
ci sono decine di fotografie in bianco e nero o a colori dei tanti personaggi
che lo hanno frequentato e che spesso diventavano degli habitués. Tra di esse campeggia una gigantografia
di Rocky Marciano, il grande campione americano di pesi massimi d’origine italiana.
«Diventammo amici – confida Nino –. Un giorno, stanco della cucina inglese,
ci chiese di poter assaporare qualche autentico piatto nostrano. Lo accompagnai
a casa di mia nonna che gli preparò un ottimo pranzo e dopo si riposò in una
delle camere. Quando morì tragicamente, nel 1969, sua moglie ci inviò una fotografia
autografa per ringraziarci di quel gesto affettuoso di cui il campione si ricordò
sempre».
Di episodi del
genere ce ne sono moltissimi. Nino, che ha conosciuto migliaia di persone, aggiunge:
«Da noi si veniva anche per trovare un impiego. Molte persone sostenevano il
colloquio di lavoro ai tavolini del bar e voglio credere che a qualcuno abbiamo
portato fortuna!». Nino ha un’inflessione dialettale emiliana e, nonostante
l’inglese sia la sua prima lingua, ama esprimersi nell’idioma delle sue radici:
«Sono nato in Inghilterra, ma sono un oriundo e il legame con il mio Paese è
forte. I miei figli, che continuano l’attività di famiglia, si sentono italiani
grazie anche a Vera, mia moglie e loro mamma, che, pur essendo scozzese, ha
abbracciato in pieno la nostra cultura». Oggi Nino è in pensione e, come Cavaliere
della Stella della Solidarietà, si dedica a molte attività sociali, pur continuando
a essere un punto di riferimento per i figli Luigi, Veronica e Antonio.
Il Bar Italia,
recentemente sottoposto a un costoso restauro per preservarne lo stile originale,
è frequentato da tanti giovani appena giunti a Londra. «Il nostro bar è conosciuto
in tutto il mondo
– riflette il signor Polledri. Le guide turistiche consigliano di visitarlo.
I ragazzi vengono ancora da noi a vedere le partite di calcio proprio come quando,
oltre trent’anni fa, installammo un grande schermo e per la prima volta gli
italiani seguirono in diretta nel 1981 la vittoria della Nazionale ai Mondiali
contro la Germania dell’Est». Il Bar Italia è stato citato
in alcune autobiografie di attori famosi, ha fatto da sfondo per il video di
una canzone di Sade (nel quale compare anche Nino), è stato riprodotto in un
film del 1986 (in cui appaiono i due figli di Nino). Il marchio Bar Italia stampato
sulle tazzine da caffè è diventato un cult. E presto diventerà anche un musical,
grazie alla penna di Dave Steward del gruppo musicale Eurythmics, anche lui
cliente affezionato, che ha colto lo spirito di questo locale e di questa storia
d’emigrazione. «Il nostro successo – conclude Nino – è forse un esempio di come
la famiglia, rimanendo sempre unita, possa costruire qualcosa di bello». Una
piccola famiglia cattolica in una terra poco ospitale per gli italiani che,
grazie a una geniale intuizione, tanto sacrificio e collaborazione, è riuscita
a portare un sorriso sul volto di milioni di clienti. (Sagida Syed-Il Messaggero
di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero/Inform)