ITALIANI ALL’ESTERO
Dal
“Messaggero di sant’Antonio”, giugno 2011
Stati Uniti. Talento e simpatia tricolore
sul Charles River
PIB, i Professionisti Italiani di Boston
Oltre 400 soci uniti da un grande entusiasmo,
i «PIB» sono diventati il punto di riferimento della continuità italiana nel
New England per condividere amicizie e contatti professionali
BOSTON - Aggregare
professionisti italiani dell’area di Boston, facilitare collaborazioni tra iscritti,
favorire i contatti tra professionisti in
Professionisti, imprenditori, ricercatori, artisti italiani che vivono nell’area di Boston: sono queste le figure che danno corpo al sodalizio apolitico nato in quest’angolo nord-orientale degli Stati Uniti, culla dell’indipendenza americana. Ma, soprattutto, sono giovani. Giovanni Abbadessa, Cynthia Carrillo Infante, Marcella Debidda, Federica Del Monte, Elisa Dell’Oglio, Melissa Gallin, Nadia Di Carlo, Marco Ferrara, Francesco Fragasso, Eugenia Garrisi, Salvatore Mascia, Tiziana Musacchio, Valentina Oppezzo, Nicola Orichuia, Alberto Pepe, Marco Perucchi, Bastiano Sanna, Sandro Santoro, Alessandro Vianello, Davide Zaccagnini: sono questi i nomi del direttivo di un’associazione che vanta membri provenienti dal mondo accademico e industriale, e che rappresenta un vero modello per le comunità di italiani in altre città statunitensi che si stanno ispirando al programma sviluppato dal PIB.
Una rete per vivere bene
«Nei primi anni – spiega Michele Abbadessa, co-fondatore e coordinatore del sodalizio – vivevo a Philadelphia, in Pennsylvania, dove ho conosciuto tanti italiani. Le associazioni cui mi avvicinavo, aggregavano soprattutto gli italo-americani che magari non parlano la lingua italiana; oppure italiani arrivati negli Stati Uniti diversi decenni fa. Anche a Boston era la stessa cosa. Così, insieme ad alcuni amici, ho deciso di fondare un’associazione riservata a professionisti che vivono nell’area di Boston e che parlano la lingua italiana. I “Professionisti Italiani a Boston” (www.piboston.org) sono più di 400, oltre a un paio di centinaia di affiliati internazionali. Siamo inseriti nel tessuto sociale e professionale della città, nonostante la maggior parte di noi sia qui da meno di vent’anni. Questo perché si tratta di professionisti, in genere specializzati in Italia, trasferitisi qui per occupare posizioni lavorative di rilievo oppure per specializzarsi in una delle prestigiose università bostoniane, e che poi sono rimasti qui per lavoro. La difficoltà di ottenere visti per lavoro, unita alla competitività del nordest americano, è un elemento di selezione naturale del livello professionale degli italiani che rimangono a Boston. Al mio arrivo in città, nel 2007, non si sapeva esattamente quanti italiani lavorassero qui. Oggi i nuovi arrivati possono contare su una community attiva che organizza eventi sociali e professionali utili sia per sentirsi a casa che per crescere sul piano lavorativo. E che si sforza di fare da ponte con l’Italia».
Abbadessa – senior
medical director di ArQule – dopo aver lavorato alcuni anni in un dipartimento
di oncologia a Milano, ha proposto a un laboratorio americano un progetto che
poi è stato approvato e finanziato. Infine si è trasferito negli Stati Uniti
con l’idea di non restarci più di un anno. «Il primo impatto è stato molto positivo
– ammette –. Tutto sembrava funzionare molto bene dal punto di vista lavorativo.
Un «concentrato» di talenti
«Avevo sentito parlare di PIB prima di arrivare a Boston – ricorda il console d’Italia Giuseppe Pastorelli, insediatosi a fine 2010 – e ho scoperto che rappresenta la realtà altamente qualificata della recente presenza italiana. Questa è una specificità di Boston. Non si trova questa concentrazione di talenti in altre città».
La specialità
di Valentina Oppezzo è
Il coraggio di rischiare
Nel 2010, grazie
a un nuovo visto, Valentina ha deciso di aprire il suo studio fotografico, nel
quale realizza ritratti, fotografie di prodotti, e portfolio di modelli e modelle.
Autrice del volume Harry Potter al Cinema, edito in Italia da Le Mani Editore,
la giovane professionista insegna anche italiano agli adulti presso scuole serali
e associazioni. «Francamente – conclude Valentina – se fossi rimasta in Italia,
la fotografia si sarebbe probabilmente ridotta a un hobby. Qui, invece, mi sono
sentita più motivata, circondata da esempi positivi e da tanta determinazione.
Gli americani investono molto, fanno debiti e a volte perdono tutto. Gli italiani
hanno sempre un gruzzoletto in banca, ma, onestamente, ci provano meno. Manteniamo
ancora molti contatti con l’Italia, con gli amici e le nostre famiglie. L’esperienza
americana, al di là di quanto durerà, è destinata a finire perché abbiamo deciso
fin da subito che, a un certo punto, saremmo tornati a casa. Gli States sono
tutto fuorché un Paese che garantisce assistenza. E anche il solo fatto di mandare
i propri figli all’asilo costa cifre strepitose e impensabili». (Generoso D’Agnese-Il
Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero/