STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Da
“
L’ambasciatore Leggeri ai piccoli della
scuola italiana: “V’insegno come si cucinano pizza, gnocchi e tiramisu”
MONTEVIDEO - Una ventata di entusiasmo infantile colpisce al volto, entrando nell'aula magna della Scuola Italiana di Montevideo, strapiena.
I bimbi di tutte le classi delle elementari, avvolti nella penombra, cantano a squarciagola “Aiuto, aiuto! Che confusione! Che cuoco pasticcione!” e la classica “Aggiungi un posto a tavola”.
Intanto, sullo scenario illuminato il giovane chef Damián Furtado impasta una pizza, e la telecamera che lo riprende dall'alto proietta le mosse sui due maxischermi laterali senza perdersi un dettaglio.
E poi, dopo l'applausone finale, entra in scena la professoressa Inverso, maestra delle seconde classi, che da consumata presentatrice saluta con brio bambini e genitori e ringrazia l'anfitrione.
“I ragazzi si sono preparati in classe, stanno aspettando questo momento. E i loro maestri vi possono assicurare che sapranno senz'altro ordinare al ristorante!”
Con consumato
mestiere,
L'ambasciatore comincia il suo show. Presenta, saluta e ringrazia il suo chef personale, e spiega al giovanissimo pubblico a che cosa assisterà. O meglio, a che cosa parteciperà. “Pizza, gnocchi di patate e tiramisù”. E parte il primo applauso. L'ambasciatore si è già conquistato l'audience.
“Chi non sa cos'è la pizza? Ah...tutti lo sanno!”. “Vi piace?”. “Che pizza vi piace di più?” Comincia a girare tra le file col microfono, in una selva di mani alzate. La prima bimba, un'incantevole biondina, si schermisce timidamente, ma poi risponde: “La pizza con questo”. Rotto il ghiaccio, il microfono viaggia spedito. Alcuni rispondono in spagnolo, ma dopo il primo che lo fa in italiano, tutti provano a seguirlo, con buon successo. “A me quella con la mozzarella”, “A me, quella senza mozzarella”, “A me, quella con la mozzarella”. Un sostanziale pareggio tecnico. Ma non manca qualche vocina fuori dal coro. “A me non piace”, afferma Marco.
“A me, la pizza Sibarita!”. “E com'è?”, chiede Leggeri. “E’ con molta mozzarella, con pomodoro, e con la pasta”. Applauso.
La parola allo chef, che spiega i passi della ricetta. Farà una Margherita e una pizza con rucola, con la forma della bandiera italiana. Stira la pasta, prepara gli ingredienti, e ripassa la palla al diplomatico animatore che, a suo completo agio, continua lo spettacolo. “Chi conosce la pizza Margherita? Sapete com'è nata? Si chiama così perché è stata dedicata a una signora che si chiamava Margherita, che era anche la regina d'Italia”.
E ricominciano le microinterviste. “A mí mi piace la pizza con pancetta”, declama sicuro un bambino sui dieci anni. “Io mi chiamo Juanchi e mi piace la pizza senza mozzarella”. Disinvolto, l'ambasciatore riprende: “È difficile dire quanti tipi di pizza ci sono... Salata, dolce, di pesce, di carne... Sapete che la pizza napoletana è protetta dall'Unione Europea? Questo vuol dire che dev'essere fatta con ingredienti precisi e buoni, di qualità, e non può essere imitata con ingredienti meno buoni, altrimenti non è lei”.
“Cosa stai facendo adesso, Damián?”, chiede allo chef. Il ritmo è agile, e i bimbi seguono attenti.
Il primo problema si presenta al momento dell'assaggio. Ce n'è per sette-otto bambini...
E allora l'ambasciatore si tappa gli occhi e con la mano libera va a pescarne tra i “volontari” (cioè tutti quanti, manco a dirlo!). Joel, Giuliana, Joaquín, un'altra Giuliana, Victoria, Fabricio ed Emiliano sono i fortunati che trionfanti addentano i caldi triangolini, tra i mormorii generalizzati di piccoli e grandi, che non possono assaggiare, ma non possono non annusare...
“Sapete quanto
misura la pizza più grande che sia stata fatta?”, riprende Leggeri. “L'ho cercato
su Google: trentasette metri!”. “Ooooh!” risponde il coro. “Sì, quasi la metà
di questa sala! E per prepararla ci sono voluti
E via, senza perdere il ritmo si passa alla seconda parte.
Damián spiega come ha prodotto l'impasto degli gnocchi e come proseguirà. “Con un kg di purè di patate, mezzo kg di farina, un uovo, un pizzico di noce moscata e sale. L'importante è aggiungere solo il necessario di farina, affinché non diventino duri, ma restino teneri, senza disfarsi con la cottura”. Ora insieme con lui ci sono alcuni piccoli cuochi, con grembiule e cappello, che passano i pezzetti di pasta via via tagliati attraverso il legnetto scannellato che da’ forma agli gnocchi.
Intanto l'ambasciatore parla di questo piatto. “La storia degli gnocchi è legata alla storia della patata, che quando arrivò in Europa era una grande novità...”
“La cosa più importante è dar loro la forma, con il legnetto o con la forchetta. Perché, Damiàn?” “Credo che sia perché cuociano meglio. Altrimenti, se fossero come palline, sarebbe più difficile la cottura della parte interna. Ma confesso che non l'ho verificato. Semplicemente, siccome questo è il tradizionale modo di farli, li faccio così. Come li faceva mia nonna, e poi mia mamma, così li faccio io”. Da vero showman, l'ambasciatore prende la palla al balzo: “Vedete, bambini: com'è importante la tradizione. Aiuta a capirsi, abitua a vivere insieme, e a trasmettere di madre in figlio la cultura. E le nonne italiane e uruguayane insegnano le stesse cose ai loro nipoti”.
“Aaaah!”, esclama il pubblico vedendo gli gnocchi pronti in padella. “¡Què rico huele!” si sente qua e là. Come dargli torto...
Intanto, quatta quatta, una bimba alta così si è messa al fianco dello chef, e non pare disposta a muoversi. Il suo sorriso è degno di una foto incorniciata.
Pochi agili movimenti, ed ecco i piatti pronti. Seconda manche della moscacieca diplomatica.
E parte il secondo assalto verso il braccio teso dell'ambasciatore. Le maestre fanno fatica ad evitare l'allegra ressa da rockstar. La bimba sul palco affonda il cucchiaio nel piatto senza perdere la concentrazione.
In sala la confusione è notevole, anche se i bambini ci sguazzano come nel loro ambiente naturale, in armonia. Ad ogni modo, quando l'attenzione ritorna allo chef, ritorna anche una certa calma.
E quando Damián colloca la rucola e appare il tricolore sulla seconda pizza appena tolta dal forno, l'applauso è immediato e spontaneo.
“Il tiramisù è stato inventato per il duca fiorentino Cosimo De' Medici. Lo chiamarono appunto 'la zuppa del duca'”, continua Leggeri. “Se uno si sente un po' stanco, dopo averlo mangiato si sente meglio, poi hanno cominciato a chiamarlo 'tiramisù'”.
Il cuoco spiega le fasi della ricetta, che ha mandato in precedenza ai bambini, raccomandando loro di farsi aiutare da un grande. Prima spiega come pastorizzare le uova crude, per il possibile rischio di salmonella, con sciroppo di zucchero caldo.
Ormai Damián ha perso l'iniziale nervosismo, e dialoga con scioltezza con il pubblico e con i suoi piccoli aiutanti. Che ora sono ben otto! Cerca di metterli a loro agio quando passa a una bambina il sac-a-poche (la “manga”) per distribuire la crema di uova, zucchero, mascarpone e panna, e quando mostra a un maschietto come passare velocemente i savoiardi nel caffè.
Ogni tanto l'ambasciatore interviene, come quando raccomanda ai bimbi di approfittare degli avanzi e non buttare i cibo, oppure quando sottolinea l'importanza di lavarsi le mani, affinché “quello che si prepara faccia solo ingrassare, ma non faccia altri danni”.
Per provare il tiramisù, purtroppo occorrerà aspettare l'indomani... (segue una contenuta esclamazione di delusione).
Ma dopo i ringraziamenti e i saluti di rito, i bambini ritornano in classe contenti.
Approfittiamo per chiedere all'ambasciatore Leggeri come gli è venuta la brillante idea di questa simpatica attività.
“Non lo so”, risponde simpaticamente. “L'idea è sempre quella di sottolineare che l'educazione è una delle cose più importanti. E tutto quello che può contribuire a far conoscere l'Italia alle nuove generazioni è importante. Io vengo regolarmente alla Scuola, e parliamo di tante cose coi ragazzi. Dico loro: 'parliamo dell'Italia che volete'. Mi fanno domande, dialoghiamo. Con i dirigenti docenti dell'istituzione ci siamo chiesti cosa fare per i più piccoli. Ed è venuta l'idea di far qualcosa legato al mangiare, alla cucina”.
“Ed è stato un successo, non le pare?” “Sì, sì, mi pare proprio di sì”.
“I bambini si sono divertiti molto. Anche lei?”
“Sì, certo!!”.
(Silvano Malini-La Gente d’Italia/