INFORM - N. 115 - 15 giugno 2011


ITALIANI ALL’ESTERO

La Festa della Repubblica al Teatro Coliseo: una celebrazione austera

 

BUENOS AIRES - Per rilevanza e tradizione la Festa della Repubblica è da anni “la festa” per antonomasia della collettività italiana di Buenos Aires.

Un evento che, nella sua versione 2011 è stato davvero speciale, in quanto all’anniversario del referendum dal quale nacque la Repubblica Italiana, si sommava la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia ed è stato inoltre quello della “presentazione in società” del nuovo Console generale d’Italia a Buenos Aires Giuseppe Scognamiglio.

Si tratta di una celebrazione che abitualmente provoca una grande attesa in seno alla nostra comunità, sia verso lo spettacolo in programma, sia verso il contenuto politico dei messaggi dei dirigenti che salgono sul palcoscenico per un saluto al pubblico.

Questo tradizionale appuntamento, convoca un pubblico numeroso, che abitualmente colma la capacità del Coliseo, il cui interno diventa una sorte di cassa di risonanza degli aneli, degli umori e delle preoccupazioni della nostra comunità.

Una festa che in questa occasione è stata segnata da alcune espressioni nei messaggi dell’Ambasciatore La Tella e del Console generale Scognamiglio, quali: “il rilancio”, “un clima nuovo nei rapporti tra l’Italia e l’Argentina”, che hanno risuonato con una enfasi particolare, così come una richiesta: “l’invito alla comunità italiana a unirsi, superando ogni tipo di incomprensione e divisione”.

Una delle protagoniste della serata è stata, probabilmente a causa della crisi economica e finanziaria, la cornice di austerità dentro alla quale si è svolta la celebrazione, nella quale è stata possibile, grazie al sostegno di un gruppo di sponsor, la presentazione di artisti provenienti da Roma, nell’austerità di uno scenario sprovvisto di una scenografia all’altezza delle circostanze. Così come anche l’assenza di invitati speciali, quali, ad esempio, funzionari del Governo della Città di Buenos Aires, oppure il senatore nazionale César Ambrosio Gioja, legislatore che, come abbiamo informato la settimana scorsa, il 3 giugno u.s. “Día del Immigrante Italiano en Argentina”, aprì le porte del Senato per renderci omaggio.

Austerità che si è manifestata in qualche modo, persino nei saluti protocollari, schietti, concreti e politicamente asettici, ad eccezione del saluto del Console generale all’on. Ricardo Merlo, per la sua presenza nella sala e alle adesioni dell’on. Giuseppe Angeli e dei senatori Mirella Giai ed Esteban Caselli.

Un evento nel quale, inoltre, sono state spezzate alcune tradizioni e che hanno visto tra gli oratori, unicamente le autorità diplomatiche, atteggiamento che sembra, tenda a chiudere (solo per ora?), la stagione dei discorsi, la maratona dei saluti dei dirigenti politici e invitati speciali, che in questa occasione non hanno avuto accesso allo scenario, un posto che sembra esercitare un fascino particolare per i politici.

Messa da parte anche l’abitudine di organizzare la manifestazione con istituzioni quali il Comites, Feditalia e Fediba, tra le altre. In questa occasione, da quanto era scritto negli inviti, l’organizzazione della celebrazione è stata di esclusiva responsabilità del Consolato generale d’Italia a Buenos Aires.

Ad ogni modo, al di la di quanto segnalato, la cerimonia ha avuto aspetti interessanti, quali l’eliminazione delle patetiche file per accedere alla sala, ottenuta con il semplice buonsenso di consentire l’ingresso con la dovuta anticipazione e, altro aspetto da rilevare, la percezione generale di un clima disteso nella sala, radicalmente opposto a quello manifestatosi l’anno scorso con lo spinoso caso del sen. Esteban Caselli, contestato da una parte del pubblico, situazione che lo portò a lasciare la sala, davanti ad una platea sorpresa e disorientata.

Per quanto lo spettacolo presentato: “Cantando sotto la storia”, si tratta di un affascinante percorso storico-musicale nel quale, lungo due ore durante le quali si snodano 18 capolavori della canzone italiana, l’autore e cantastorie, prof. Gianni Borgna, in un ruolo che conosce bene, vista la sua esperienza come docente universitario e avendo a disposizione un eccellente gruppo di musicisti (pianoforte, viola, violino e violoncello) e una esimia e giovane cantante quale Roberta Albanesi, ci ha fatto percorrere la storia italiana suddivisa in vari capitoli. Dall’Unità fino alla Grande Guerra, l'irruzione della radio, gli anni del fascismo, la Seconda guerra mondiale, l’avvento della televisione nelle case degli italiani, il Festival di Sanremo coi suoi successi, fino ad arrivare ai nostri giorni.

Il prof. Borgna, seguendo un percorso cronologico, ha transitato per diverse canzoni e autori da: “Era di maggio” (Salvatore Di Giacomo), "Mattinata" (Ruggero Leoncavallo), per poi continuare con canzoni che ci toccano più da vicino, sulla problematica dell’emigrante, suscitando emozione e nostalgia in parte del pubblico: "Santa Lucia lontana" (E.A.Mario) "Partono 'e bastimente. Pe terra assaje luntane. Cantano a buordo e sò napulitane..." E poi ancora canzoni come: "L'uomo in frac" (Modugno) o "Il mio mondo" (Bindi), con la quale ha brillato la giovane Roberta Albanesi e con la quale l’“applausometro” ha raggiunto il massimo, per poi concludere con brani di De Gregori e Vasco Rossi, tra gli altri.

A margine della qualità e della professionalità del gruppo protagonista della serata, se consideriamo che l’austerità non è per forza in contrasto con la creatività, la presentazione ha pure offerto alcune ombre, quali lo svolgimento a sipario sempre aperto, dall’inizio alla fine, togliendo magia e fantasia allo spettacolo.

Un altro dei “dettagli” che in qualche modo ha reso meno brillante la serata è stato lo scenario completamente nero: nero il sipario, nero il fondo, neri i vestiti dei musicisti. Unica eccezione la sciarpa rossa del maestro Borgna. Tradizionalmente il nero viene identificato con il buio, con la mancanza di speranza, col dolore ed ha un impatto visuale negativo nel pubblico.

Quindi uno show con alti e bassi, senza sfumature, che solo nel finale è riuscito a entusiasmare il pubblico, a superare una certa monotonia, quando nello schermo sono state proiettate fotografie e filmati di artisti e personaggi citati nella storia.

Infine, a richiesta della simpatica presentatrice dello spettacolo, gli artisti hanno concesso il bis, momento in cui è stato raggiunto il clima più ameno ed entusiasmante della serata.

L’esperienza in questo tipo di feste ci indica che, in maggioranza, il pubblico che di solito si reca nel teatro Coliseo è costituito da persone di età, di spirito partecipativo, generoso e ricettivo, con un incontenibile desiderio di battere le palme accompagnando le canzoni, ma con la premessa di non confonderlo con quello di “cantina e tarantella”. In questo senso, lo spettacolo offerto, solo in poche occasioni ha dato quella possibilità.

Andando via, abbiamo ascoltato commenti favorevoli allo spettacolo, anche se non abbiamo palpato un grande entusiasmo. Forse la sintesi migliore l’ha data una signora che con una battuta in italo-porteño ha definito lo spettacolo così: “Mi è piaciuto ...ma non troppo”  (Walter Ciccione-Tribuna Italiana/Inform)

 


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