GIOVANI
ITALIANI ALL’ESTERO
Dal “Messaggero di sant’Antonio”, edizione per l’estero
Stati Uniti: PIB, i Professionisti Italiani di Boston
Talento e simpatia tricolore sul Charles River. Oltre
400 soci uniti da un grande entusiasmo, i “PIB” sono diventati il punto di
riferimento della comunità italiana nel New England per condividere amicizie
e contatti professionali
BOSTON - Aggregare professionisti italiani dell’area
di Boston, facilitare collaborazioni tra iscritti, favorire i contatti tra
professionisti in Italia e colleghi italiani e stranieri di Boston, organizzare
eventi culturali interessanti per la comunità italiana, ma aperti anche alla
partecipazione internazionale; insomma, promuovere l’italianità a Boston.
Sono chiari e pragmatici gli obiettivi delineati dallo statuto di PIB: il
gruppo di Professionisti Italiani a Boston che, nel giro di soli due anni,
è diventato il punto di riferimento per i giovani connazionali che scelgono
le sponde del Charles River come punto di partenza per il loro curriculum
negli States, e non solo.
Professionisti, imprenditori, ricercatori, artisti italiani
che vivono nell’area di Boston: sono queste le figure che danno corpo al sodalizio
apolitico nato in quest’angolo nord-orientale degli Stati Uniti, culla dell’indipendenza
americana. Ma, soprattutto, sono giovani. Giovanni Abbadessa, Cynthia
Carrillo Infante, Marcella Debidda,
Federica Del Monte, Elisa Dell’Oglio, Melissa Gallin,
Nadia Di Carlo, Marco Ferrara, Francesco Fragasso,
Eugenia Garrisi, Salvatore Mascia, Tiziana Musacchio,
Valentina Oppezzo, Nicola Orichuia,
Alberto Pepe, Marco Perucchi, Bastiano
Sanna, Sandro Santoro, Alessandro Vianello, Davide
Zaccagnini: sono questi i nomi del direttivo di un’associazione che vanta
membri provenienti dal mondo accademico e industriale, e che rappresenta un
vero modello per le comunità di italiani in altre città statunitensi che si
stanno ispirando al programma sviluppato dal PIB.
Una rete per vivere bene
«Nei primi anni – spiega Michele Abbadessa, co-fondatore
e coordinatore del sodalizio – vivevo a Philadelphia, in Pennsylvania, dove
ho conosciuto tanti italiani. Le associazioni cui mi avvicinavo, aggregavano
soprattutto gli italo-americani che magari non parlano la lingua italiana;
oppure italiani arrivati negli Stati Uniti diversi decenni fa. Anche a Boston
era la stessa cosa. Così, insieme ad alcuni amici, ho deciso di fondare un’associazione
riservata a professionisti che vivono nell’area di Boston e che parlano la
lingua italiana. I “Professionisti Italiani a Boston” (www.piboston.org) sono più di 400, oltre a
un paio di centinaia di affiliati internazionali. Siamo inseriti nel tessuto
sociale e professionale della città, nonostante la maggior parte di noi sia
qui da meno di vent’anni. Questo perché si tratta di professionisti, in genere
specializzati in Italia, trasferitisi qui per occupare posizioni lavorative
di rilievo oppure per specializzarsi in una delle prestigiose università bostoniane,
e che poi sono rimasti qui per lavoro. La difficoltà di ottenere visti per
lavoro, unita alla competitività del nordest americano, è un elemento di selezione
naturale del livello professionale degli italiani che rimangono a Boston.
Al mio arrivo in città, nel 2007, non si sapeva esattamente quanti italiani
lavorassero qui. Oggi i nuovi arrivati possono contare su una community attiva
che organizza eventi sociali e professionali utili sia per sentirsi a casa
che per crescere sul piano lavorativo. E che si sforza di fare da ponte con
l’Italia».
Abbadessa – senior medical
director di ArQule – dopo aver lavorato
alcuni anni in un dipartimento di oncologia a Milano, ha proposto a un laboratorio
americano un progetto che poi è stato approvato e finanziato. Infine si è
trasferito negli Stati Uniti con l’idea di non restarci più di un anno. «Il
primo impatto è stato molto positivo – ammette –. Tutto sembrava funzionare
molto bene dal punto di vista lavorativo. Ma dopo il primo anno, ho cominciato
a vedere anche gli aspetti negativi, soprattutto quelli riguardanti la sanità
e l’educazione, decisamente più complesse rispetto all’Italia. Ma anche logiche
di crescita professionale che non sempre sono perfette. Dopo essere stati
lontani dal proprio Paese per un po’ di tempo, si tende poi a idealizzarne
alcuni aspetti, perché magari si viene influenzati da sentimenti nostalgici».
Impegnato a sostenere le attività di collaborazione con il Consolato d’Italia
e con altri gruppi di giovani italiani negli Stati Uniti, il PIB organizza
incontri con le eccellenze italiane che si fermano a Boston. «In casa – precisa
Michele – si parla e si mangia italiano. Nostro figlio sta imparando a parlare
italiano, inglese, spagnolo, e ha numerosi coetanei italiani con cui giocare,
oltre a quelli americani. Nell’ambito di PIB, sono già nate varie attività
volte a far incontrare i più piccoli in modo che anche i figli dei membri
possano beneficiare del gruppo. Stiamo favorendo anche la nascita di gruppi
gemelli di PIB a New York, Montréal, Madrid, Philadelphia.
E speriamo anche in altre grandi città all’estero».
Un «concentrato» di talenti
«Avevo sentito parlare di PIB prima di arrivare a Boston
– ricorda il console d’Italia Giuseppe Pastorelli, insediatosi a fine 2010
– e ho scoperto che rappresenta la realtà altamente qualificata della recente
presenza italiana. Questa è una specificità di Boston. Non si trova questa
concentrazione di talenti in altre città».
La specialità di Valentina Oppezzo
è la fotografia. Nata a Casal Monferrato ventinove anni fa, e trasferitasi
a 19 anni a Trieste per gli studi universitari, dopo la laurea al DAMS, Valentina
ha scelto il mondo dell’immagine per la sua professione. Dopo un periodo passato
a vendere polizze assicurative, decise di approfondire la sua passione per
la fotografia e divenne assistente di importanti fotografi. «La molla che
mi ha spinto a partire per gli States è arrivata
da Francesco, che oggi è mio marito. All’epoca era studente, dottorando di
fisica, alla Sissa,
Il coraggio di rischiare
Nel 2010, grazie a un nuovo visto, Valentina ha deciso
di aprire il suo studio fotografico, nel quale realizza ritratti, fotografie
di prodotti, e portfolio di modelli e modelle. Autrice del volume Harry Potter
al Cinema, edito in Italia da Le Mani Editore, la giovane professionista insegna
anche italiano agli adulti presso scuole serali e associazioni. «Francamente
– conclude Valentina – se fossi rimasta in Italia, la fotografia si sarebbe
probabilmente ridotta a un hobby. Qui, invece, mi sono sentita più motivata,
circondata da esempi positivi e da tanta determinazione. Gli americani investono
molto, fanno debiti e a volte perdono tutto. Gli italiani hanno sempre un
gruzzoletto in banca, ma, onestamente, ci provano meno. Manteniamo ancora
molti contatti con l’Italia, con gli amici e le nostre famiglie. L’esperienza
americana, al di là di quanto durerà, è destinata a finire perché abbiamo
deciso fin da subito che, a un certo punto, saremmo tornati a casa. Gli States
sono tutto fuorché un Paese che garantisce assistenza. E anche il solo fatto
di mandare i propri figli all’asilo costa cifre strepitose e impensabili».(Generoso
D'Agnese- Dal “Messaggero di sant’Antonio”, edizione
per l’estero, numero di giugno/