FONDAZIONE MIGRANTES
Gian Carlo Perego: “Per una cittadinanza
egualitaria”
Il direttore della Migrantes a margine
della recente Assemblea Generale della CEI
ROMA - In un passaggio
della prolusione del Presidente della CEI alla recente Assemblea dei vescovi
italiani (23-26 maggio 2011), parlando della grave situazione attuale dei Paesi
del NordAfrica e del MedioOriente, si afferma come necessario che “nella rimodellatura
di queste società e nella definizione dei loro sistemi giuridici, si affermi
il concetto di cittadinanza egualitaria, per la quale non sono le maggioranze
a garantire o proteggere le minoranze, ma le une e le altre si riconoscono in
un trattamento alla pari che ha perno sul valore della persona”. E’ un passaggio
importante, che ha un legame stretto anche con la proposta sull’estensione della
cittadinanza alle minoranze (rom) e ai bambini che nascono in Italia. Sono proposte
che, prima e dopo
Parlare di cittadinanza, di facilitare ed estendere la cittadinanza, significa leggere i movimenti migratori, l’arrivo in città di persone da nazionalità diverse come un’occasione nuova per ricostruire la città, rileggere le relazione, ricostruire i quartieri, ripensare la partecipazione.
Parlare di cittadinanza
significa declinare termini ormai abituali come inclusione, integrazione, non
lasciando le persone ‘forestiere’, sempre e solo come esterne, estranee, ma
come persone da riconoscere. Parlare, poi, di cittadinanza egualitaria significa
superare una visione, alle volte veramente schizofrenica, in cui diritti e doveri
si affermano a intermittenza, a seconda che si abbia o meno un interesse. Educare
alla cittadinanza egualitaria significa anche, come ricordava Gorrieri in un
bellissimo saggio, che non si possono fare “parti uguali tra diseguali”, cioè
che chi è più debole, indifeso, piccolo, forestiero ha bisogno di un’attenzione
maggiore nella politica, nella città, rispetto a chi è ricco, forte, autonomo.
La qualità dell’esercizio della cittadinanza, poi, è un segno del bene che si
vuole alla città. Educare alla partecipazione, alla solidarietà, all’accoglienza
significa fare della cittadinanza non un semplice titolo, ma un’opportunità
per tutti di costruire la città dell’uomo. Educare alla cittadinanza europea,
poi, significa anche educare a porsi alcuni interrogativi – come quello posto
dal card. Bagnasco nella prolusione: “capire perché per i missili c’erano soldi
e intesa politica, mentre per i profughi non ci sono i primi ed è inesistente
la seconda”. Il cammino della cittadinanza a livello locale e nazionale, europeo,
globale chiede un percorso educativo, un ‘nuovo alfabeto’ a cui come cristiani
dobbiamo abituarci ed educare. (Gian Carlo Perego*-Migrantes online/
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Direttore generale Fondazione Migrantes