INFORM - N. 107 - 3 giugno 2011


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

La Gente d’Italia, Miami, speciale 2 giugno

Marco Ferrari: “Nel segno delle questioni aperte…”

 

E’ un 2 giugno nel segno delle questioni aperte quello che gli italiani festeggiano oggi. Nonostante coincida con i 150 anni di vita della nazione voluta da Cavour, Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II di Savoia, l’identità italiana appare scossa e indebolita.

Non c’è giorno che la Costituzione, conseguente alla lotta di liberazione e al referendum che scelse la Repubblica (che appunto si tenne il 2 e 3 giugno 1946, da cui deriva il giorno di festa), non subisca attacchi: c’è chi vuole cambiare l’articolo 1 della carta per sovraordinare il ruolo del Parlamento, chi intende far dipendere la magistratura dal potere politico, chi punta a mettere sullo stesso piano i partigiani e i militi di Salò. Poiché l’anomalia italiana cresce costantemente invece di diminuire – basta pensare al recente dialogo privato tra Berlusconi e un Obama esterrefatto su problemi personali del leader italiano e non su fatti legati al G8 -  i capisaldi della nazione e quelli della Repubblica sono traballanti al punto da mettere in discussione, prima di tutto, l’eguaglianza tra cittadini, come testimoniano molte leggi ad personam e il conseguente referendum del 12 e 13 giugno sul legittimo impedimento del Presidente del Consiglio a presentarsi davanti ai giudici. C’è chi si spinge a considerare una pur legittima cultura politica, basata sul carisma di una sola persona, una forma di Stato che prevede quindi una maggioranza eventualmente vincitrice di elezioni come unica garante dell’ordine costituzionale. Sì annienta così il principio costituzionale secondo cui la sovranità risiede nel popolo, anche dopo il voto, perché il popolo continua ad esercitarla.Il popolo è formato anche da quegli italiani – che sicuramente leggono questo giornale – che risiedono fuori dai confini nazionali.

Ma a mettere in discussione la natura stessa dell’Italia, a 150 anni dalla sua nascita, è il nesso tra unità e divisione della nazione, come evidenziato dalla recente polemica di proclamare il 17 marzo  festa nazionale. Secondo un’indagine della rivista Limes, il localismo non costituisce un'identità oppositiva alla dimensione nazionale. Anzi, negli orientamenti dei cittadini è largamente diffusa la tendenza a riassumere l'identità locale nella cornice di quella nazionale. L'Italia diventa così il principale dei contenitori di significato. Per cui in Italia non ci si dice romani, vicentini, urbinati, torinesi, veneti, siciliani, napoletani, lombardi, milanesi, toscani, fiorentini, pugliesi... o italiani. Ma milanesi e italiani, napoletani e italiani, bolognesi e italiani, marchigiani e italiani. Oppure, viceversa, italiani e poi romani, catanesi, milanesi. Al tempo stesso. Senza contraddizione. Locale e nazionale, in un'unica composizione.

L'indagine rileva come nove cittadini su dieci ritengono che l'unità d'Italia, avvenuta 150 anni fa, sia stata un avvenimento positivo anche se all’epoca poche persone scrivevano e leggevano l’italiano essendo maggioritaria la lingua francese e imperando l’analfabetismo. Così un popolo che ha sicuramente motivi di divisione, ha trovato anche gli spunti per alimentare il sentimento unitario. La ragione di un orientamento così positivo sta proprio nelle polemiche, nel dibattito acceso suscitato negli ultimi mesi intorno all'unità e ai suoi simboli. Ma è anche il risultato di un lavoro di riscoperta della memoria nazionale, dei suoi miti, dei suoi protagonisti che erano stati frettolosamente oscurati. Gli italiani si sentono più italiani quando si profila una minaccia all'orizzonte. Insomma, un Paese disincantato e disilluso ma, nonostante tutto, unito. Malgrado tutto, italiani.

Credo che questo sentimento sia prevalente anche negli italiani residenti all’estero e segnatamente in coloro che risiedono in Sud America. In loro il problema dell’identità italiana è ampliato dal vivere in un altro Stato, dall’avere impiantato là il proprio lavoro, le proprie famiglie e le generazioni a venire. Molti di loro, quasi tutti, sono partiti proprio per cercare una nuova dimensione di vita. Non si aspettano dunque molto dal Paese che hanno abbandonato per necessità, ma almeno il mantenimento di una dignità di Stato, di una identità, di un profilo unitario alto che compete a quella che è diventata una delle principali potenze industriali del mondo.

In fondo se la Penisola ha raggiunto queste vette si deve anche a loro, al loro sacrificio, alle loro rimesse, al fatto che hanno lasciato spazio ad altri ed ora le loro antiche case sono occupate da altri emigranti, venuti principalmente dall’Est Europa e dal Nord Africa. Un paradosso? Crediamo di no. L’uomo si è sempre disposto secondo le necessità del pianeta. C’era da occupare un grande spazio vuoto come il continente latino-americano ed è stato fatto da tanta gente laboriosa partita dall’Europa. Ora c’è da occupare lo spazio determinato dal calo delle nascite in Europa e lo occupano quelle persone che sfuggono dalla miseria e dalle guerre. E diventano essi stessi necessari per il funzionamento dell’economia, così come lo sono stati gli italiani partiti per l’Uruguay, l’Argentina, il Brasile, il Venezuela.

Questi si aspetterebbero che lo Stato si ricordi di loro, li renda in qualche maniera protagonisti, li facci ancora sentire italiani, magari agevoli le loro condizioni di vita e in taluni casi ne permetta il rientro in patria. Ma ciò non avviene da tempo. L’Italia è quasi scomparsa dai paesi dell’emigrazione. Si spreca così un insieme di memorie storiche ma soprattutto un potenziale di forte, qualificata  e compatta presenza nei meccanismi politici, economici, sociali e culturali dei paesi ospitanti. Ad esempio in Uruguay i presidenti della Repubblica sono stati in gran parte italo-uruguayani: José Serrato, Gabriel Terra, Alfredo Baldomir Ferrari, Raphael Addiego Bruno, Pedro Demicheli, Julio Maria Sanguinetti e anche l’attuale presidente José “Pepe” Mujica è di madre italiana. Oggi un terzo della popolazione uruguayana porta cognome italiano. Si calcola che a sbarcare al porto di Montevideo siano stati circa 350 mila italiani, dall’indipendenza agli anni sessanta del secolo scorso (su un totale di 55 milioni di europei che hanno attraversato l’Atlantico).  In Argentina, poi, più di metà della popolazione ha cognome italiano mentre in Brasile il 25% ha origini nella penisola.

Il fenomeno migratorio, conseguenza dell'Unità italiana, ha preso consistenza a partire dal 1876: da allora, nel corso di meno di un secolo, lasciarono la terra natia 26 milioni di italiani, dieci dei quali partiti dal sud e dalle isole, cinque dal centro, più di dieci dal nord. Il loro viaggio della speranza, ancora agli inizi del Novecento, durava mediamente un mese di navigazione. Gli italiani hanno giocato un ruolo politico e sociale di primo piano ed ancora adesso formano comunità coese ed unite anche se un terzo dei migranti e dei loro discendenti hanno fatto ritorno delle terre d'origine, per ultimi gli argentini, afflitti dalla crisi economica sfociata nelle proteste dei casseroleiros.

Nonostante tutto, le dittature patite, le crisi economiche e finanziarie, il basso indice dei servizi sociali essenziali, il continente latino-americano ha finalmente trovato un assetto democratico e progressista in cui gli italiani e i loro discendenti giocano un ruolo determinante. Ci si aspetterebbe quindi un certo rispetto dal paese d‘origine. Invece ciò non avviene. Ad esempio ad oggi nei consolati italiani del continente latino-americano giacciono circa 1 milione di richieste di cittadinanza italiana. Questi discendenti di italiani hanno gli stessi diritti di coloro che vivono nella penisola, ma a loro non è consentito di ottenere un documento che in Italia si ottiene in una settimana. E a loro non è consentito esercitare il diritto di voto previsto dalla legge. Una disparità che va sanata.

Dopo decenni di distacco tra l’Italia e il mondo degli emigranti e dei loro discendenti a partire dal 2001 con l’emanazione della legge n. 459 che ha concesso il diritto di voto ai cittadini italiani residenti all’estero, lo Stato ha ritrovato i suoi figli sperduti nel mondo. Se la legge ha mostrato palesi difficoltà di applicazione e se di discute come rinnovarla in termini di trasparenza e sicurezza, è pur vero che questo strumento ha riattivato canali che rischiavano di chiudersi per sempre. Le Regioni, poi, hanno emanato leggi specifiche che concernono i rapporti con i giovani figli di emigranti, lo studio della lingua italiana, il rimpatrio delle salme, borse di studio e persino la possibilità di far ritorno alle terre di origine. Per un paese come il nostro che è bisognoso di professionalità artigianali, manuali, tecniche e operaie l’opzione rientro di discendenti di italiani sarebbe da definire e guidare con apposite leggi ed agevolazioni ma a tuttora, nonostante gli sforzi e gli impegni del parlamenti eletti all’estero, non si è giunti ad una legislazione specifica. Ciò è avvenuto ad esempio, in contingenze diverse, in paesi a noi vicini come la Germania e la Francia.

Gli italiani dell’America Latina e i loro discendenti non vogliono essere considerati solo un serbatoio di voti, ma hanno bisogno di sentirsi cittadini d’Italia con i loro doveri e i loro diritti, non considerati un peso a perdere, ma una risorsa vitale. Gli strumenti legislativi per attuare questa politica, anche in tempi di crisi economica e globale, ci sono, così come ci sono gli organismi, a cominciare dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, dai Comites, dalle Federazioni di Circoscrizione Consolare, dai patronati e dalle innumerevoli associazioni di emigranti. Manca un ministero degli italiani nel mondo che molti parlamentari chiedono a gran voce. Solo in Argentina si contano 800 associazioni italiane, un centinaio in Uruguay, molte altre in Brasile, Venezuela, Cile, Bolivia, Paraguay, Colombia e Bolivia. 

Quello che manca oggi è un sistema Italia rivolto al Sud America che produca un duplice effetto: sfrutti le potenzialità di 50 milioni di persone legate al Belpaese e le faccia diventare una grande opportunità di scambio, conoscenza, espansione dell’economia, della lingua e della cultura tricolore. La rete esiste basta sfruttarla.

L’attuale governo ha risposto alla voce di richiamo che si leva dal Sud America con una politica di tagli, giudicata inevitabile dalle forze di maggioranza e, al contrario, offensiva dalle forze dell’opposizione e da gran parte dei parlamentari eletti all’estero che sono scesi in piazza a novembre per protestare contro le sforbiciate della Finanziaria. Risulta assai ridotta l’attività dei consolati e degli istituti italiani di cultura, praticamente azzerata una politica di assistenza socio-sanitaria, inadeguato il sostegno alla categorie più deboli, inefficiente un sistema di solidarietà sociale. Un terzo dei pensionati italiani che vivono in Sud America ha problemi ad arrivare a fine mese, secondo uno studio dei patronati. Un sostegno concreto a quanti godono del sistema previdenziale italiano e a quanti lo richiedono e lo rivendicano è una questione prioritaria di parità tra cittadini residenti in Italia e all’estero.

Ciò che è microscopicamente palese è la scarsità di interesse verso lo sviluppo della cultura e della lingua italiana, come testimoniato dai tagli dei contributi alla Società Dante Alighieri e alle sue 400 sedi sparse nel mondo sceso a 600 mila euro l’anno. Basta una comparazione europea per comprendere i valori e la considerazione dei nostri governi rispetto all'italianità nel mondo. Il British Council ha  un finanziamento pubblico da 220 milioni di euro, il Goethe Institut promuove la cultura tedesca con 218 milioni, lo spagnolo Cervantes ha a disposizione 90 milioni, il portoghese Camoes 13 milioni e Alliance Française 10,6. Questo nonostante il fatto che l’italiano sia la quinta lingua più studiata al mondo.

Nel momento in cui si festeggia il 150° anniversario dell’Unità italiana, mortificare la lingua e la cultura che è nata con lo Stato non aiuta a ritrovarsi e riconoscersi come nazione e soprattutto non agevola l’italianità che ancora si respira nel mondo, soprattutto in Sud America dove la nostra presenza è viva e palpabile.

Nel tempo, si sa, le cose sono cambiate e l’Italia, invasa da nuovi emigranti, ha dimenticato di essere stata patria di emigrazione. Ma per fortuna la catena delle identità, degli affetti e delle origini non si è rotta. Quasi un miracolo che resiste ancora oggi e che richiede la giusta attenzione da parte dello Stato italiano.

Ora si rimettere mano anche a quegli organismi che “governano” il mondo dell’emigrazione italiana. Nonostante le critiche, la bozza Tofani  sulla riforma della rappresentanza degli italiani all'estero è stata approvata dalla maggioranza di centro-destra al Senato. Si andranno così riducendo i Comites sul territorio, verranno tagliati i servizi consolari, si sacrifica la rappresentanza degli italiani, si introduce il sistema maggioritario che verrà gestito da poche  persone e soprattutto si  mortifica il mondo associativo e si penalizzano i patronati con l'introduzione di incompatibilità mirate. Poi si affossa la positiva esperienza dei “Piani Paese”, si trasforma il CGIE da organismo di rappresentanza nei confronti delle istituzioni italiane a organismo di coordinamento dell'intervento pubblico all'estero, escludendo totalmente la rappresentanza sociale dall'assemblea generale annullando il ruolo dell'associazionismo nazionale e del mondo sindacale.

Per la prima volta anche sul mondo dell’emigrazione, così fragile, così discosto e così umanamente sensibile, si gioca una partita politica di lacerazione garantita da una manciata di voti in più. Oltre la palese divisione di quell’ambiente, il rischio vero è di emarginarlo ancora di più. Se non ci sarà condivisione di idee, progetti e interventi in quegli organismi, un velo scuro scenderà pietosamente sugli italiani all’estero. E una pagina ricca diventerà una pagina nera.  (Marco Ferrari-La Gente d’Italia/Inform)

 


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