RASSEGNA STAMPA
Su “Il Messaggero” di oggi intervista al ministro degli
Affari Esteri
Frattini: “Patto Europa-Cina
per una governance globale”
ROMA - E’ più politica che economica
la partita del futuro che ci giocheremo con la Cina. Siamo abituati a guardare
al gigante asiatico come alla più grande fabbrica del mondo, a un mercato con
straordinarie potenzialità di assorbimento del nostro export, a un forziere
stracolmo di denaro pronto a risollevare economie in crisi, ma la vera sfida
sta nella capacità strategica che Europa e Cina avranno di stringere un patto
per una governane globale».
Parla con il tono di chi la sa lunga
Franco Frattini, forte di un'idea che è una convinzione maturata negli anni
e che come ministro degli Esteri con un'esperienza di commissario europeo alle
spalle lancia sotto forma di slogan: «Scommettere sul G2 Europa-Cina».
Ministro, parla come se non volesse
considerare che quando ci si riferisce al G2 si pensa al binomio Usa-Cina. Non le pare azzardato?
«Niente affatto. Anzi, penso sia l'ora
di dare segnali chiari in controtendenza».
Sulla base di quali dati concreti?
«Del semplice fatto che siamo noi,
l'Europa, il partner migliore per la Cina».
Trascurando il fatto che gli Stati
Uniti sono la prima economia mondiale e la Cina è al secondo posto, oltre a
essere il maggior detentore di buoni del tesoro Usa e il terzo partner commerciale
americano dopo Canada e Messico, con accordi per 45 miliardi di dollari?
«Tutto vero, come è vero che l'Europa
ha il vizio d'origine di non riuscire sempre a parlare con una voce sola. Ma
non sottovalutiamo la nostra forza: gli indicatori economici ci dicono che ormai
abbiamo un interscambio commerciale con la Cina superiore a quello americano».
E questo basta?
«No, naturalmente. Su temi cruciali
come i cambiamenti climatici, la non proliferazione delle armi nucleari e la
stabilizzazione del continente africano, Europa e Cina hanno visioni e interessi
convergenti e possono impegnarsi per imporre una svolta. Riconoscendosi reciprocamente
come interlocutori privilegiati sotto il profilo politico, oltre che economico».
Un altro tema sensibile sul tavolo
delle relazioni internazionali è quello della riforma del Consiglio di sicurezza
delle Nazioni Unite...
«E anche su questo siamo in linea con
la Cina. Nel senso di pensare a una riforma che garantisca una maggiore rappresentatività
evitando una mera moltiplicazione dei seggi permanenti».
E' emerso qui alla Farnesina, all'incontro
di metà maggio tra le 120 delegazioni Onu?
«Certamente. Il governo di Pechino
ha partecipato con il suo viceministro degli affari esteri, Cui Tiankai, con il quale la sintonia è stata immediata ed evidente».
Se non sarà Chimerica a governare il
mondo, con buona pace di Niall Ferguson, quale ruolo
può ritagliarsi l'Italia in questo processo di definizione dei nuovi equilibri?
«Il nostro paese può svolgere una fondamentale
azione di mediazione e di spinta per la realizzazione di due obiettivi di primaria
importanza per Pechino: la revoca dell'embargo delle armi leggere, deciso dopo
i fatti di Tiananmen dell'89 ma ormai inattuale; e
il riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato. Questa è la
direzione verso la quale ci siamo mossi anche durante l'ultima visita a Pechino
con il presidente Napolitano, nella convinzione che l'asse transatlantico e
l'asse pacifico possano lavorare insieme per lo sviluppo e la pace globale».
Proprio su questa unità d'intenti Henry
Kissinger sta animando un acceso dibattito tra le elite americane, e non solo,
con la pubblicazione del suo «On China». Liu Mingfu, che raccoglie consensi anche a Washington, è diventato
un cult con il libro «China Dream» e la tesi dell'urgenza
di puntare sullo sviluppo militare in vista dell'inevitabile «duello del secolo»
con gli Stati Uniti. Ma Kissinger ha ribaltato la prospettiva, sostenendo la
necessità di far convergere sforzi e obiettivi dei due paesi sulla costruzione
di una nuova «pacific community». Cosa ne pensa?
«Condivido l'obiettivo finale indicato
da Kissinger, ma non il punto di partenza: è anacronistico pensare che per governare
il mondo basti l'asse sino-americano».
Non crede peraltro che dai moti rivoluzionari
che stanno sconvolgendo il Nord Africa potrà uscire una nuova mappa del potere
e delle influenze su tutta l'area del Mediterraneo, con una Cina ancora più
presente e forte economicamente di quanto non sia già oggi?
«E' probabile. Ma non dimentichiamo
che il dato caratteristico dell'Italia non è quello di andare alla conquista
di nuovi mercati sulla base della corsa al prezzo più basso, bensì del livello
qualitativo dell'offerta. Ecco perché l'ingresso dei cinesi non preclude, ma
al contrario spesso apre prospettive concrete di lavoro e business anche per
noi».
Tradotto in soldoni,
questo significa che non ci disturba l'espansione a macchia d'olio della Cina
sui grandi progetti finché sarà garantito uno spazio di nicchia per l'Italia?
«E' così. In Etiopia, per esempio,
i cinesi si sono aggiudicati la realizzazione di un importante progetto infrastrutturale
nel quale hanno coinvolto l'Italia proprio perché capiscono e apprezzano il
valore strategico di una sinergia con noi. E di esempi potrei citarne diversi».
Fin dove crede sia destinato ad arrivare
l'espansionismo cinese con un Pil in crescita del 10,3 per cento nel 2010 e,
secondo le previsioni, del 9,3% quest'anno?
«Per quanto riguarda l'Italia, l'interesse
a nuove acquisizioni è evidente. L'acquisto dell'8% di Ferragamo ne è una recente
conferma».
Quel che è importante capire, però,
è la dimensione strategica di questo processo...
«Certamente. Ed è proprio per questo
che abbiamo costituito il Comitato strategico italo-cinese.
E' un organismo presieduto dai ministri degli Esteri dei due paesi, che si riunisce
regolarmente con il compito di seguire e far avanzare dossier su temi di natura
politica ed economica».
Quando sarà il prossimo incontro, e
con quale ordine del giorno?
«A luglio, a Pechino. Ci occuperemo
di argomenti diversi, dall'Afghanistan al Pakistan fino alle borse di studio
e agli stage di lavoro per i giovani cinesi in Italia».
E i problemi che ci bruciano sulla
pelle, come la contraffazione e l'immigrazione clandestina?
«Ne parleremo, così come tratteremo
il tema spinoso della proprietà intellettuale. I dossier sul tavolo del Comitato
sono importanti, alcuni molto delicati e complessi. E' evidente che richiederanno
tempo».
In questi giorni colui che è destinato
a succedere al presidente Hu Jintao, l'attuale vicepresidente Xi
Jinping, sarà a Roma in visita ufficiale. Cosa pensa
cambierà con lui al timone?
«In passato c'era un termine sovrano
in tutti i piani politici ed economici della Cina: armonia. Nel senso di garanzia
di una crescita equilibrata, senza traumi nè accelerazioni
eccessive. La nuova strategia quinquennale di sviluppo si fonda su due diverse
parole-chiave: felicità e benessere. Eccola la Cina del prossimo futuro, è tutta
qui. Moderna, lungimirante». (Lucia Pozzi- Il Messaggero del 1 giugno 2011)
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