Dal “Messaggero di sant'Antonio”, edizione italiana per l'estero
Una vita al Servizio dei migranti del Nordamerica. A tu per tu con padre Pierangelo Paternieri
L’incontro con gli Scalabriniani
ha avvicinato il sacerdote lombardo alle comunità italiane in Canada. Da Montreal
a Toronto, il religioso si è fatto promotore di una chiesa universale e mai
isolata
Nato a San Lorenzo Araldo, in Provincia di Cremona, nel 1951,
padre Pierangelo Paternieri, all’età di dieci
anni emigrò con i genitori in Francia, nella Mosella.
Dopo aver imparato il francese, si iscrisse a una scuola tecnica e lavorò
per qualche tempo in una fabbrica siderurgica. A 21 anni, attirato dall’esempio
dei padri Scalabriniani che operavano con gli emigrati
italiani, decise di entrare nel loro seminario. I missionari di San Carlo
Borromeo sono detti «scalabriniani» dal nome del
loro fondatore, il vescovo beato Giovanni Battista Scalabrini
che fondò la congregazione a Piacenza nel 1887, per rispondere all’invocazione
di aiuto dei suoi fedeli emigrati. Molti gli scrivevano: «Ci mandi un prete,
perché qui si vive e si muore come le bestie». L’intento del fondatore era
di assicurare un’assistenza umana e spirituale a quei «figli della miseria
e del lavoro» che vivevano il dramma dell’emigrazione.
Ordinato sacerdote nel 1979, padre Paternieri
venne subito inviato a Montreal, nella parrocchia della Madonna di Pompei,
una fra le più grandi e attive della comunità italiana in città. Circa due
anni più tardi, si spostò nella parrocchia di san Pasquale Baylon
a Toronto, dove rimase per cinque anni. Tornato a Montreal, fu di nuovo assistente
nella parrocchia della Madonna di Pompei e, quattro anni più tardi, venne
nominato parroco della chiesa Madre dei Cristiani a Lasalle.
Seguirono cinque anni da cappellano degli italiani in una grande parrocchia
francofona di Laval e sette anni come parroco della
chiesa Madonna del Carmine a St. Leonard, prima di tornare, nel 2006, alla
chiesa della Madonna di Pompei, in qualità di parroco. Nel settembre 2010,
l’arcivescovo di Montreal, il Cardinale Jean-Claude
Turquotte, lo nominò vicario episcopale delle comunità etniche
e rituali dell’arcidiocesi, una delle cariche di massima importanza a livello
diocesano, che esige dedizione, tatto raffinato ed enorme responsabilità.
Da circa otto mesi è il nuovo vicario episcopale dei gruppi
etnici dell’arcidiocesi di Montreal. Quali sono le sue mansioni?
Il mio compito principale è dimostrare sia ai sacerdoti che
alle comunità che il vescovo è presente in mezzo a loro e si interessa ai
loro problemi. Pur conservando la propria cultura e il proprio modo di vivere,
questi gruppi non sono separati dalla diocesi, ma formano un tutt’uno. Recentemente
ho visitato la comunità del Congo che ha modi particolari per esprimere la
fede. Non si può obbligare il congolese a partecipare ogni settimana alla
messa in italiano, inglese o francese; egli ha bisogno del proprio spazio,
del canto, del ritmo e della danza intorno all’altare, cui io stesso ho partecipato.
È necessario trovare il modo in cui tutti possiamo esprimerci e sentirci fratelli:
ciò che ci unisce è il Cristo.
Come realizza concretamente questa missione?
Sono cresciuto tra i preti italiani, ma in passato ho fatto
parte anche di diversi comitati diocesani. In quanto membro del consiglio
pastorale da 19 anni, ho incontrato 25 comunità etniche e una quarantina di
parrocchie. Ho fatto visita ai rispettivi sacerdoti per esaminare le difficoltà
riscontrate, sia dal punto di vista sociale che culturale e pastorale, e per
studiare insieme come comprendersi e vivere in armonia. Questo è il vero lavoro
di comunione, nonché uno dei miei obiettivi: inculcare il concetto di chiesa
universale e non di «parrocchietta» isolata.
Come giudica la situazione attuale della Chiesa di Montreal?
Montreal è un vero campo di missione: se alcuni decenni fa
era una città rigogliosa e piena di vitalità, oggi sta attraversando una grave
crisi religiosa. Le chiese non sono più frequentate, alcune sono persino in
vendita e le cattedrali non riuniscono le folle di una volta. Questa situazione
rattrista, ma dobbiamo andare alla radice del problema. Non possiamo più basare
la nostra fede sulla pratica religiosa o sulle manifestazioni esteriori, dobbiamo
costruire la nostra esistenza sull’amore potente del Cristo, secondo l’esortazione
apostolica di Benedetto XVI nella «Verbum Domini».
È indispensabile mettere
Lei ha lavorato in diverse parrocchie e dovunque si è fatto
apprezzare per il suo operato. Qual è il segreto dei suoi successi pastorali?
Faccio del mio meglio per ascoltare le persone e apprezzarne
le qualità. Di fronte a progetti utili alla comunità gli italiani collaborano;
per questo sono riuscito a creare qualcosa di speciale. Ho iniziato
la raccolta fondi nella chiesa Madre dei Cristiani perché corrispondeva al
desiderio dei parrocchiani di costruire un luogo di culto più grande e idoneo
alla loro dignità. Per mettere in evidenza il centenario dalla fondazione
della parrocchia della Madonna del Monte Carmelo, grazie alla collaborazione
dei fedeli, ho messo la statua della Vergine sulla facciata, dedicato un monumento
agli avieri caduti in guerra e restaurato l’interno della chiesa.
Quali sono i pregi della comunità italiana di Montreal?
La comunità è grande e ha avuto il prezioso vantaggio di conservare
la sua lingua e le sue tradizioni, grazie soprattutto alle parrocchie italiane.
Questa realtà è importante perché le nostre tradizioni simboleggiano chi siamo
realmente. La nostra fede, infatti, si esprime attraverso la cultura
e le consuetudini.
Pensa che i giovani italiani di Montreal, oltre alla lingua,
abbiano ereditato dai genitori anche mentalità e tradizioni?
Purtroppo i giovani hanno trascurato queste importanti realtà,
almeno in parte. Non sono entrati nelle associazioni, anche perché gli anziani
non hanno voluto cedere potere e responsabilità. Ho notato, tuttavia, che
in alcune comunità i ragazzi, pur potendo legarsi a compagnie inglesi o francesi,
hanno preferito aggregarsi ai gruppi italiani con cui si sentono più a loro
agio. Il legame con la famiglia, poi, è molto forte: usi, costumi e rispetto
verso genitori e nonni sono valori tramandati ai figli. E questo è di buon
auspicio per il futuro dei giovani in quanto italiani e cristiani.(Costanzo
Colantonio-Messaggero di sant'Antonio, edizione
italiana per l'estero, numero di giugno/