INFORM - N. 104 - 30 maggio 2011


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Da “La Gente d’Italia”, 30.5.2011

Da Masone a Montevideo cercando una nuova vita

 

MONTEVIDEO - Sulle tracce degli emigranti in Sud America, dei loro antenati e delle loro ramificazioni. Quello compiuto dalla Valle Stura, alle spalle di Genova, è un vero e proprio censimento. Alla rovescia. Si è censito, cioè, chi è partito, l’anno del viaggio, la paternità, la sua destinazione, l’attuale collocazione dei discendenti. Un viaggio di famiglia in famiglia, nell’altra parte del mondo, principalmente tra Argentina e Uruguay ma anche Cile, Messico, Stati Uniti. Il paese di Masone e la Valle Stura, infatti, hanno dato un significativo contributo all’emigrazione, in particolare verso l’America del Sud, un contributo che prosegue ancora oggi nei paesi di destinazione dove queste comunità mantengono coesione e solidarietà. E’ quanto ci spiega Pasquale Aurelio Pastorino nel volume “Va là che vai bene. L’emigrazione da Masone e dalla Valle Stura verso l’America tra Ottocento e Novecento”, edito dalla casa editrice genovese Redazione e da Casa America, acquistabile adesso con internet bookshop Ibs.it.

Lo spostamento di contadini e operai nel nuovo continente nella zona di Masone è diventato fenomeno di massa a partire dagli anni quaranta dell’Ottocento, proseguendo fino alla metà del Novecento. Molti di questi emigranti sono riusciti a realizzarsi, cogliendo le opportunità di inserimento lavorativo offerte da Paesi in sviluppo e integrandosi pienamente nella società latino-americana, per diventarne, spesso, protagonisti nel campo economico, sociale, culturale. Nella prima parte del libro vengono analizzate le dinamiche migratorie e i movimenti demografici del paese negli ultimi due secoli: grazie allo studio della situazione politico-economica della Valle Stura dagli inizi dell’Ottocento, si chiariscono le cause che, in determinati periodi, hanno spinto un gran numero di famiglie a emigrare. Vengono inoltre analizzate le motivazioni che hanno determinato la scelta di una nazione anziché altre da parte degli abitanti dell’entroterra genovese.

La seconda parte del volume ricostruisce in modo dettagliato storie e biografie di masonesi che hanno provato a migliorare la propria vita mutando residenza, lingua, occupazione. Da queste biografie, ricostruite grazie a documenti, fotografie e a testimonianze inediti, emergono vicende commoventi, drammatiche, a volte esaltanti. Un saggio che è contemporaneamente storia e testimonianza, resoconto dell’amore per una terra aspra, discosta, montagnosa da parte di tantissimi che, nella loro “nuova” lingua”, mantengono tracce di un dialetto che si trasmette di generazione in generazione anche nell’altra parte del mondo. Molti di quegli emigranti non sono più tornati, ma i loro figli e nipoti hanno conservato nelle proprie radici l’immagine legata ai racconti dei “vecchi”. L’elenco dettagliato di oltre 480 persone che da Masone si sono trasferite in America completa quest’opera, unica e sotto molti aspetti esaustiva, resa difficile anche dalle moltissime omonimie. Pasquale Aurelio Pastorino, nato e residente a Masone, già sindaco, insegnante, giornalista e storico locale, ha compiuto una analisi biografica dei nuclei famigliari emigrati. In particolare tra i cognomi presenti già nel 1500 nell’entroterra ligure cinque sono giunti sino a noi: Carlini, Macciò, Ottonello, Pastorino e Vigo. Dunque, il libro segue le strade dell’emigrazione intraprese da questi nuclei familiari.

Prendiamo ad esempio l’Uruguay. Seguiamo le tracce di due importanti famiglie. La prima corrente migratoria verso l’Uruguay è avviata da Giobatta Macciò sposato con Giuseppina Ottonello, arrivato a Montevideo nel 1842. Una famiglia di chiodaioli che troverà una nuova ottima sistemazione al punto che il fratello Matteo, la cognata Maria Ottonello e la figlia Maria Maddalena li raggiungeranno di lì a poco. Altri Macciò e Ottonello si aggiungeranno al nucleo famigliare oltreoceano formando una forte comunità. La famiglia riesce ad ottenere un terreno vergine a San Josè de Mayo, a nord della capitale, dove viene impiantata un’azienda agricola che si ingrandisce inglobando altri terreni e facendo venire da Masone altra braccia umane. Matteo Macciò può permettersi atti di filantropia verso i poveri e i nuovi venuti in Uruguay. Nel 1900 muore Bartolomeo Macciò, figlio di Matteo, che lascia ai famigliari il compito di costruire una grande opera in suo nome, il teatro Bartolomeo Macciò a San José de Mayo su progetto dell’architetto italiano Leopoldo Tossi, inaugurato il 5 giugno 1912. Nel 1959 gli eredi Macciò vendono lo stabile al Banco di San José che a sua volta, subito dopo, lo dona all’amministrazione comunale che tuttora lo amministra. L’edificio è considerato Monumento Historico National. Sempre in Uruguay si indirizzano contadini e chiodaioli della cascina Caice guidati da Carlo Antonio Ottonello e dalla moglie Francesca Pastorino con altre 12 parsone che si imbarcano nel 1855 a Genova. A indurli a lasciare la terra natia è un’epidemia di colera che portò ad un centinaio di morti a Masone. Anche in questi caso la famiglia ottiene un terreno vergine. Sono abituati ai paesaggi scoscesi e ripidi dell’Appennino, per loro dissodare un appezzamento di pianura è un gioco da ragazzi. La coltivazione di ortaggi rende abbastanza e viene venduta bene al mercato di Montevideo. Con l’espansione dell’area urbana, la famiglia raggiunge un certo benessere per l’attività edilizia.

Così, a distanza di tanti anni, una discendente di Carlo Ottonello ripercorre la strada inversa e giunge alla cascina “Caice” dove vivono ancora adesso i pronipoti di Giobatta, l’unico figlio di quella prima coppa che non attraversò l’oceano e restò in Liguria. Qui Anna Maria Peralta Ottonello dopo un secolo e mezzo scopre i suoi lontani cugini con i quali ancora oggi intrattiene rapporti. Su quella rotta atlantica, oltre ai Macciò e agli Ottonello, giunsero molti altri masonesi come i Pastorino, la famiglia Bruzzone, Aneto Santina, Francesco e Mattia Ferrari, Geronima Pirlo,  Vigo Simone e Rosa Assunta. Tanta gente laboriosa che cercava la normalità per sfuggire la miseria, la fama, la guerra. Ora questa biografia collettiva raccoglie nomi, generazione, genealogie, storie personale, partenze, ritorni e addii, lavoro, anonimato, successo. Insomma, la vita come un romanzo. (Marco Ferrari-La Gente d’Italia/Inform)

 


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