INFORM - N. 102 - 26 maggio 2011


ITALIANI ALL’ESTERO

Da “In rete con l’Italia” n. 3/2011, bimestrale a cura della Direzione generale per gli Italiani all’estero del MAE

Gli italiani d’America tra passato e futuro

Intervista a Cristiano Maggipinto, responsabile coordinamento della Rete consolare italiana in USA

 

La Comunità italiana negli Stati Uniti è molto vasta e variegata. Come l’ha percepita da Console in Texas prima e ora da coordinatore della Rete consolare?

I cittadini italiani residenti negli USA sono oggi 205 mila, gli americani di ascendenza italiana, secondo il U.S. Census Bureau, circa 17 milioni e 750 mila (anche se la National Italian American Foundation ritiene che il numero sia maggiore e possa raggiungere i 25 milioni).

Sia i discendenti degli italiani emigrati all’inizio del XX secolo, sia gli italiani giunti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che quelli di più recente emigrazione, sono ormai integrati nella società americana e rivestono posizioni di notevole rilievo nel settore pubblico come nel privato.

Da notare inoltre che nella maggior parte dei casi gli italo-americani di seconda o terza generazione che hanno perso la cittadinanza italiana sono spesso interessati a riacquistarla, in considerazione dei legami, anche affettivi, che ancora hanno con la Patria di origine.

Di particolare interesse per noi è poi l’immigrazione più recente: giovani imprenditori, ricercatori, operatori finanziari, professionisti, uomini d’affari che investono in questo Paese, ma conservano spesso in Italia il centro principale dei loro interessi.

Numerose sono inoltre le personalità di spicco nella nostra comunità, a testimonianza della capacità di integrazione dei nostri connazionali: basti citare, almeno nell’Amministrazione, Nancy Pelosi, già speaker della Camera dei Rappresentanti e attuale leader della minoranza democratica, Janet Napolitano, Segretario alla Sicurezza Nazionale e Leon Panetta, attuale Direttore della CIA e prossimo Segretario alla Difesa.

Come si articola oggi la presenza consolare negli Stati Uniti e quali sono stati gli effetti della recente razionalizzazione della Rete?

Oggi ci sono 10 Uffici consolari di prima categoria, cui va aggiunta la Can­celleria consolare presso l’Ambasciata a Washington. Ci sono poi 36 Consolati onorari e 36 Corrispondenti Consolari.

Una Rete di tale importanza si giustifica pienamente non solo e non tanto per le enormi distanze che caratterizzano questo Paese, quanto per il fatto che le relazioni fra Italia e Stati Uniti sono in forte e costante sviluppo sotto ogni profilo.

In questo quadro gli Uffici consolari negli Stati Uniti, pur conservando la funzione originaria di fornitori di servizi ai connazionali o agli americani di origine italiana, hanno acquistato in pochissimi anni una caratteristica “multifunzionale”, essenziale nella promozione dei rapporti economici, imprenditoriali e scientifici, e di insostituibile sostegno alle iniziative regionali e di Enti locali. In questo senso, la razionalizzazione della Rete consolare negli Stati Uniti deve tener conto del fatto che un eventuale ridimensionamento avrebbe effetti controproducenti sulle relazioni bilaterali complessive fra i due Paesi

Quali sono oggi le priorità da seguire nel suo lavoro?

Una delle priorità è la promozione della cultura e della lingua italiane. A questa naturalmente si aggiunge la promozione dello sviluppo dell’interscambio nei settori commerciale, della ricerca scientifica e tecnologica e degli investimenti, curato dall’Ufficio economico dell’Ambasciata.

Vi sono poi le attività più tradizionali, tese a far si che i servizi offerti dalla Rete americana, sia ai nostri connazionali, sia agli italo-americani, sia agli americani, siano il più efficienti e rapidi possibili.

In questo momento ci stiamo occupando poi prioritariamente dell’organizzazione del voto referendario.

Aggiungo che quest’anno di grandissima importanza è stata l’azione di coordinamento delle iniziative celebrative dei 150 anni dell’Unità d’Italia, che si sono svolte numerose in tutte le circoscrizioni, con grande partecipazione di italiani ed americani.

E’ vero che ultimamente c’è un rinnovato interesse per lo studio della lingua italiana negli Stati Uniti? E non solo da parte dei discendenti italiani?

Sì lo confermo. L’interesse per la lingua italiana negli Stati Uniti è in crescita. Due sono le cause principali: la riscoperta da parte degli italo-americani della loro cultura di origine (è significativo che nel 2009 si dichiaravano di origine italiana 17,7 milioni di americani contro i 15,5 del 2000) e la scoperta, da parte degli americani, dell’italiano come lingua universale della cultura e dell’arte.

Nell’ultimo decennio il numero degli studenti universitari di italiano è passato da 49 mila ad oltre 80 mila, un aumento di quasi il 60%; quello degli studenti nelle high school dai 65 mila del 2004 ai quasi 78 mila del 2008.

A ciò ha contribuito in modo significativo l’azione condotta dal Ministero degli Esteri per una incisiva affermazione della nostra lingua nelle strutture scolastiche dei Paesi ospitanti, in particolare nelle scuole della fascia dell’obbligo scolastico, che qui negli Stati Uniti ha ottenuto risultati particolarmente significativi. Grazie anche al ruolo di mediazione delle nostre collettività, l’inserimento curricolare di corsi di lingua e cultura per gli italiani all’estero, utilizzando appositi contributi ministeriali assegnati a Enti locali per l’organizzazione di tali corsi, si è rivelato uno strumento particolarmente efficace. Questa azione, collocando l’italiano accanto alle altre lingue studiate, proprio partendo dalle prime classi di scuola, ha contribuito a creare un ampio bacino di utenza grazie al quale è stato possibile raggiungere livelli avanzati di competenza linguistica, con incrementi del numero di studenti nelle high school e nei college.

Per sostenere e sviluppare questa tendenza il nostro Governo si è impegnato per il reinserimento dell’italiano nel programma Advanced Placement (AP) delle scuole superiori americane, che consente agli studenti che ne superano la prova finale di ottenere crediti nelle università. Questa è la strada maestra per contribuire alla diffusione della nostra lingua nelle oltre 30mila scuole ed università americane. Una volta reinserito l’italiano nell’AP, grazie all’accordo con il College Board dello scorso ottobre, raggiunto con il sostegno delle maggiori Organizzazioni italo-americane e di alcune nostre grandi aziende, abbiamo deciso di costituire l’Osservatorio della lingua italiana, in cui sono rappresentate le Organizzazioni che hanno contribuito a tale reinserimento, con compiti di indirizzo, coordinamento e monitoraggio delle attività di diffusione della nostra lingua. Anche in questo settore è necessario fare sistema, mantenendo il coinvolgimento di tutti gli attori interessati.

A proposito d’istruzione, la nuova emigrazione esprime anche figure con scolarizzazione molto elevata come gli scienziati-imprenditori. Quale il loro ruolo oggi nella società americana?

Il contributo della nuova emigrazione ai rapporti bilaterali fra Italia e Stati Uniti ed allo sviluppo della collaborazione tecnico-scientifica ed economica fra i nostri Paesi è essenziale. Basti pensare a questo: attualmente sulla Stazione Spaziale Internazionale, costruita per circa metà da aziende italiane, opera da dicembre un nostro astronauta, Paolo Nespoli. Nei prossimi giorni è prevista la partenza della penultima missione Shuttle che porterà nello spazio un altro astronauta italiano, Roberto Vittori. Tale missione consentirà inoltre di sistemare sulla Stazione uno strumento sofisticatissimo, lo spettrografo alfa–magnetico, destinato a studiare la cosiddetta antimateria: anche questo è uno strumento costruito in buona parte da aziende del nostro Paese e con la determinante partecipazione di nostri scienziati. Non sto a citare poi i tanti esempi di medici italiani impegnati nelle ricerche più avanzate nei centri ospedalieri e di studi di questo Paese, da Bethesda a Houston, da Filadelfia a San Francisco, città quest’ultima in cui è fortissima la presenza di imprenditori e ricercatori italiani, che hanno dato un fondamentale contributo allo sviluppo della società dell’informazione nella cosiddetta Silicon Valley.

Negli Usa ci sono circa 1.000 Associazioni italo-americane, oltre ovviamente ai Comites e al CGIE. Come vi rapportate a loro?

Abbiamo un rapporto direi quotidiano con le Associazioni italiane ed italo-americane e con gli Organismi eletti dalla collettività. Esso è essenziale per tastare il polso della nostra comunità, per capirne le esigenze ed i bisogni.

Ogni Consolato pone quindi una cura particolare nelle relazioni con le Associazioni, siano esse di origine regionale, di natura professionale o le grandi Organizzazioni italo–americane a livello nazionale, ovvero sia la National Italian American Foundation (NIAF), l’Order Sons of Italy in America (OSIA), la Conference of Presidents of Major Italian American Organizations.

Con i Comites e con i Consiglieri CGIE il livello di collaborazione è altissimo, nel rispetto dei rispettivi ruoli: anch’essi sono formidabili attori del sistema Paese.

Secondo lei dove si dovrebbe investire di più in futuro per valorizzare il contributo della comunità italiana nella società statunitense?

Il contributo della comunità italiana negli Stati Uniti è stato ed è essenziale, ed è ampiamente riconosciuto ai più alti livelli istituzionali, da ultimo dallo stesso Presidente Obama nella “Proclamation” che ha emanato lo scorso 17 marzo in occasione del 150mo anniversario dell’Unità d’Italia.

La valorizzazione di tale contributo passa ancora una volta attraverso l’ulteriore consolidamento delle relazioni politiche bilaterali, che stanno attraversando una fase particolarmente positiva, l’azione di promozione e diffusione della lingua e della cultura italiane e quella della nostra presenza economica, scientifica, tecnica e commerciale. La comunità italiana negli Stati Uniti è in questo senso un attore di primo piano del sistema Italia, che gioca un ruolo sempre più attivo ed esteso. (In rete con l’Italia/Inform)

 


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