ITALIANI ALL’ESTERO
Da “In rete con l’Italia” n. 3/2011, bimestrale a cura
della Direzione generale per gli Italiani all’estero del MAE
Gli italiani d’America tra passato e futuro
Intervista a Cristiano Maggipinto,
responsabile coordinamento della Rete consolare italiana in USA
La Comunità italiana negli Stati Uniti
è molto vasta e variegata. Come l’ha percepita da Console in Texas prima e ora
da coordinatore della Rete consolare?
I cittadini italiani residenti negli
USA sono oggi 205 mila, gli americani di ascendenza italiana, secondo il U.S.
Census Bureau, circa 17 milioni e 750 mila (anche se la National
Italian American Foundation
ritiene che il numero sia maggiore e possa raggiungere i 25 milioni).
Sia i discendenti degli italiani emigrati
all’inizio del XX secolo, sia gli italiani giunti dopo la fine della Seconda
Guerra Mondiale, che quelli di più recente emigrazione, sono ormai integrati
nella società americana e rivestono posizioni di notevole rilievo nel settore
pubblico come nel privato.
Da notare inoltre che nella maggior
parte dei casi gli italo-americani di seconda o terza generazione che hanno
perso la cittadinanza italiana sono spesso interessati a riacquistarla, in considerazione
dei legami, anche affettivi, che ancora hanno con la Patria di origine.
Di particolare interesse per noi è
poi l’immigrazione più recente: giovani imprenditori, ricercatori, operatori
finanziari, professionisti, uomini d’affari che investono in questo Paese, ma
conservano spesso in Italia il centro principale dei loro interessi.
Numerose sono inoltre le personalità
di spicco nella nostra comunità, a testimonianza della capacità di integrazione
dei nostri connazionali: basti citare, almeno nell’Amministrazione, Nancy Pelosi,
già speaker della Camera dei Rappresentanti e attuale leader della minoranza
democratica, Janet Napolitano, Segretario alla Sicurezza Nazionale e Leon Panetta,
attuale Direttore della CIA e prossimo Segretario alla Difesa.
Come si articola oggi la presenza consolare
negli Stati Uniti e quali sono stati gli effetti della recente razionalizzazione
della Rete?
Oggi ci sono 10 Uffici consolari di
prima categoria, cui va aggiunta la Cancelleria consolare presso l’Ambasciata
a Washington. Ci sono poi 36 Consolati onorari e 36 Corrispondenti Consolari.
Una Rete di tale importanza si giustifica
pienamente non solo e non tanto per le enormi distanze che caratterizzano questo
Paese, quanto per il fatto che le relazioni fra Italia e Stati Uniti sono in
forte e costante sviluppo sotto ogni profilo.
In questo quadro gli Uffici consolari
negli Stati Uniti, pur conservando la funzione originaria di fornitori di servizi
ai connazionali o agli americani di origine italiana, hanno acquistato in pochissimi
anni una caratteristica “multifunzionale”, essenziale nella promozione dei rapporti
economici, imprenditoriali e scientifici, e di insostituibile sostegno alle
iniziative regionali e di Enti locali. In questo senso, la razionalizzazione
della Rete consolare negli Stati Uniti deve tener conto del fatto che un eventuale
ridimensionamento avrebbe effetti controproducenti sulle relazioni bilaterali
complessive fra i due Paesi
Quali sono oggi le priorità da seguire
nel suo lavoro?
Una delle priorità è la promozione
della cultura e della lingua italiane. A questa naturalmente si aggiunge la
promozione dello sviluppo dell’interscambio nei settori commerciale, della ricerca
scientifica e tecnologica e degli investimenti, curato dall’Ufficio economico
dell’Ambasciata.
Vi sono poi le attività più tradizionali,
tese a far si che i servizi offerti dalla Rete americana, sia ai nostri connazionali,
sia agli italo-americani, sia agli americani, siano il più efficienti e rapidi
possibili.
In questo momento ci stiamo occupando
poi prioritariamente dell’organizzazione del voto referendario.
Aggiungo che quest’anno di grandissima
importanza è stata l’azione di coordinamento delle iniziative celebrative dei
150 anni dell’Unità d’Italia, che si sono svolte numerose in tutte le circoscrizioni,
con grande partecipazione di italiani ed americani.
E’ vero che ultimamente c’è un rinnovato
interesse per lo studio della lingua italiana negli Stati Uniti? E non solo
da parte dei discendenti italiani?
Sì lo confermo. L’interesse per la
lingua italiana negli Stati Uniti è in crescita. Due sono le cause principali:
la riscoperta da parte degli italo-americani della loro cultura di origine (è
significativo che nel 2009 si dichiaravano di origine italiana 17,7 milioni
di americani contro i 15,5 del 2000) e la scoperta, da parte degli americani,
dell’italiano come lingua universale della cultura e dell’arte.
Nell’ultimo decennio il numero degli
studenti universitari di italiano è passato da 49 mila ad oltre 80 mila, un
aumento di quasi il 60%; quello degli studenti nelle high school
dai 65 mila del 2004 ai quasi 78 mila del 2008.
A ciò ha contribuito in modo significativo
l’azione condotta dal Ministero degli Esteri per una incisiva affermazione della
nostra lingua nelle strutture scolastiche dei Paesi ospitanti, in particolare
nelle scuole della fascia dell’obbligo scolastico, che qui negli Stati Uniti
ha ottenuto risultati particolarmente significativi. Grazie anche al ruolo di
mediazione delle nostre collettività, l’inserimento curricolare di corsi di
lingua e cultura per gli italiani all’estero, utilizzando appositi contributi
ministeriali assegnati a Enti locali per l’organizzazione di tali corsi, si
è rivelato uno strumento particolarmente efficace. Questa azione, collocando
l’italiano accanto alle altre lingue studiate, proprio partendo dalle prime
classi di scuola, ha contribuito a creare un ampio bacino di utenza grazie al
quale è stato possibile raggiungere livelli avanzati di competenza linguistica,
con incrementi del numero di studenti nelle high school e nei college.
Per sostenere e sviluppare questa tendenza
il nostro Governo si è impegnato per il reinserimento dell’italiano nel programma
Advanced Placement (AP)
delle scuole superiori americane, che consente agli studenti che ne superano
la prova finale di ottenere crediti nelle università. Questa è la strada maestra
per contribuire alla diffusione della nostra lingua nelle oltre 30mila scuole
ed università americane. Una volta reinserito l’italiano nell’AP, grazie all’accordo
con il College Board dello scorso ottobre, raggiunto
con il sostegno delle maggiori Organizzazioni italo-americane e di alcune nostre
grandi aziende, abbiamo deciso di costituire l’Osservatorio della lingua italiana,
in cui sono rappresentate le Organizzazioni che hanno contribuito a tale reinserimento,
con compiti di indirizzo, coordinamento e monitoraggio delle attività di diffusione
della nostra lingua. Anche in questo settore è necessario fare sistema, mantenendo
il coinvolgimento di tutti gli attori interessati.
A proposito d’istruzione, la nuova
emigrazione esprime anche figure con scolarizzazione molto elevata come gli
scienziati-imprenditori. Quale il loro ruolo oggi nella società americana?
Il contributo della nuova emigrazione
ai rapporti bilaterali fra Italia e Stati Uniti ed allo sviluppo della collaborazione
tecnico-scientifica ed economica fra i nostri Paesi è essenziale. Basti pensare
a questo: attualmente sulla Stazione Spaziale Internazionale, costruita per
circa metà da aziende italiane, opera da dicembre un nostro astronauta, Paolo
Nespoli. Nei prossimi giorni è prevista la partenza della penultima missione
Shuttle che porterà nello spazio un altro astronauta italiano, Roberto Vittori.
Tale missione consentirà inoltre di sistemare sulla Stazione uno strumento sofisticatissimo,
lo spettrografo alfa–magnetico, destinato a studiare la cosiddetta antimateria:
anche questo è uno strumento costruito in buona parte da aziende del nostro
Paese e con la determinante partecipazione di nostri scienziati. Non sto a citare
poi i tanti esempi di medici italiani impegnati nelle ricerche più avanzate
nei centri ospedalieri e di studi di questo Paese, da Bethesda a Houston, da Filadelfia a San Francisco, città quest’ultima
in cui è fortissima la presenza di imprenditori e ricercatori italiani, che
hanno dato un fondamentale contributo allo sviluppo della società dell’informazione
nella cosiddetta Silicon Valley.
Negli Usa ci sono circa 1.000 Associazioni
italo-americane, oltre ovviamente ai Comites e al
CGIE. Come vi rapportate a loro?
Abbiamo un rapporto direi quotidiano
con le Associazioni italiane ed italo-americane e con gli Organismi eletti dalla
collettività. Esso è essenziale per tastare il polso della nostra comunità,
per capirne le esigenze ed i bisogni.
Ogni Consolato pone quindi una cura
particolare nelle relazioni con le Associazioni, siano esse di origine regionale,
di natura professionale o le grandi Organizzazioni italo–americane a livello
nazionale, ovvero sia la National Italian American
Foundation (NIAF), l’Order
Sons of Italy in America
(OSIA), la Conference of
Presidents of Major Italian American Organizations.
Con i Comites
e con i Consiglieri CGIE il livello di collaborazione è altissimo, nel rispetto
dei rispettivi ruoli: anch’essi sono formidabili attori del sistema Paese.
Secondo lei dove si dovrebbe investire
di più in futuro per valorizzare il contributo della comunità italiana nella
società statunitense?
Il contributo della comunità italiana
negli Stati Uniti è stato ed è essenziale, ed è ampiamente riconosciuto ai più
alti livelli istituzionali, da ultimo dallo stesso Presidente Obama nella “Proclamation” che ha emanato lo scorso 17 marzo in occasione
del 150mo anniversario dell’Unità d’Italia.
La valorizzazione di tale contributo
passa ancora una volta attraverso l’ulteriore consolidamento delle relazioni
politiche bilaterali, che stanno attraversando una fase particolarmente positiva,
l’azione di promozione e diffusione della lingua e della cultura italiane e
quella della nostra presenza economica, scientifica, tecnica e commerciale.
La comunità italiana negli Stati Uniti è in questo senso un attore di primo
piano del sistema Italia, che gioca un ruolo sempre più attivo ed esteso. (In
rete con l’Italia/Inform)