INFORM - N. 100 - 24 maggio 2011


ASSEMBLEA PLENARIA CGIE

La relazione del presidente della V Commissione Franco Santellocco

 

TORINO – La Commissione tematica del Cgie “Formazione Lavoro Impresa e Cooperazione” nella seduta del 17 maggio, svoltasi a Torino, ha approvato un documento in cui si prende atto che in numerose circoscrizioni consolari di Paesi non appartenenti alla U.E. sono stati portati a termine con soddisfazione i corsi di formazione. A tale proposito la Commissione ritiene indispensabile avere il punto di situazione sul completamento dei progetti finanziati ed invita sia i consiglieri competenti per circoscrizione a fornire le informazioni in loro possesso, attraverso uno specifico questionario, sia il segretario generale del Cgie a richiedere al ministero del Lavoro lo stato di attuazione dei progetti assegnati. Nel documento si chiede inoltre che il nuovo bando relativo ai corsi di formazione venga emanato al più presto, con adeguato finanziamento e valorizzando le innovazioni apportate al sistema di assegnazione e gestione dei corsi, e che, comunque, vengano utilizzati i fondi non assegnati con il bando 01/2007. Si suggerisce anche, in attesa della emanazione dell’avviso, che i Comites individuino ed aggiornino con attenzione le esigenze formative. La Commissione richiama poi l’attenzione degli organismi rappresentativi degli italiani all’estero, sul fatto che i corsi forniscono formazione e non finanziamenti.

Nel testo si ricorda inoltre come la Commissione abbia ascoltato con interesse la relazione del presidente Franco Santellocco relativa alla presenza dell’industria italiana in Nord Africa, in cui viene evocata sia la situazione di grave instabilità in Libia ed Egitto, con evidenti ripercussioni per le imprese italiane, sia la fase di recupero in atto in Tunisia. La Commissione, in vista delle nuove strategie europee in itinere, richiede inoltre che il Cgie solleciti il Governo e le Regioni ad assumere adeguate iniziative a sostegno di progetti che favoriscano le sinergie tra migrazione e sviluppo in termini di assistenza tecnica, creazione di impresa, consulenza e formazione per le piccole e medie imprese del Nord Africa. Si ritiene inoltre necessaria sia una maggiore autonomia del Cgie e una sua più determinata capacità operativa ed esecutiva, sia la necessità che siano fisicamente rappresentati anche quei connazionali, pur numericamente ridotti rispetto alla emigrazione storica, che vivono e lavorano nei Paesi ad economia emergente, in via di sviluppo o che mantengono intense relazioni commerciali e culturali con il nostro Paese.

La Commissione ha infine approvato la relazione del presidente Santellocco per l’Assemblea Plenaria del Cgie.  Un intervento che riportiamo di seguito integralmente.

In esecuzione del bando 01/2007 molti corsi di formazione hanno avuto inizio, alcuni sono terminati con successo ed in linea di massima essi sono stati salutati con favore ed hanno conseguito risultati di rilievo.

In considerazione del difficile esordio e delle numerose difficoltà iniziali, non solo organizzative, l’esperienza ha messo in luce che laddove le finalità della iniziativa sono state correttamente individuate, la collaborazione fra Comites e Consolati è generata da una profonda e vera condivisione e ricerca dei settori di sviluppo utili a integrare conoscenze nel campo del lavoro e favorire la reinserzione in settori di produzione, da una collaborazione convinta, dalla conoscenza delle esigenze della comunità, i risultati non mancano.

Appare necessario ribadire, forse, che i Comites debbono essere vigili e pronti a reagire alle informazioni provenienti sia dai componenti del CGIE che dai Consolati, che lo studio delle esigenze delle comunità deve essere preparato con anticipo in previsione di bandi futuribili, che esso deve essere aggiornato con realismo e continuità, che le proposte debbono essere discusse e condivise dalla comunità.

Ed appare altrettanto importante chiarire che la finalità dei corsi è quella di provvedere alla formazione di persone da riqualificare e reinserire nel mondo del lavoro, all’insegna per quanto possibile del Made in Italy, di fornire in definitiva formazione e cioè metodologia e filosofia di lavoro vicini alla concezione che se ne ha nel nostro Paese.

Non sono erogate infatti somme di denaro, ma vengono finanziati progetti ritenuti idonei a soddisfare le esigenze formative prospettate dalle comunità all’estero.

E non si può non concordare con quanto recentemente sostenuto dall’onorevole Narducci nel dibattito sul “Documento di economia e finanza 2011” sul fatto che il successo del made in Italy, e quindi anche di una parte consistente della nostra crescita economica, è legato alla “capacità di valorizzare in termini di rete la ricchezza costituita dalle nostre comunità all'estero quale incarnazione dell'immagine del vivere italiano nella percezione dei cittadini stranieri”.

È allora necessario  riqualificare gli sforzi indirizzati alla formazione del Sistema Italia con le sue caratteristiche culturali, linguistiche e imprenditive,  continuare sulla strada del finanziamento dei corsi di formazione per intercettare e sviluppare in loco la capacità imprenditoriale delle imprese nazionali nell’acquisizione di nuove aree e segmenti di mercato e ridurne le difficoltà di penetrazione commerciale rispetto ad altri Paesi europei, nostri competitor più diretti.

Si sottolinea infine che la formazione all’estero non può essere intesa come una concessione, ma un investimento, che i corsi sono un primo anello nel processo di internazionalizzazione, poiché promuovono nelle nuove generazioni delle nostre comunità una risorsa umana qualificata ed idonea ad intraprendere attività produttive all’interno del “Sistema Italia”, così come attraverso attività formative é possibile recuperare al processo produttivo le persone che ne sono state espulse per ristrutturazioni e variazioni del prodotto finale.   

Porre in essere un’efficace politica di formazione significa innescare un circolo virtuoso che si riflette sull’intero sistema in una logica di trasferimento di conoscenze, informazioni, capacità tecniche, organizzative, manageriali e di marketing, in definitiva stabilire un legame permanente con il Paese di origine, con la sua struttura industriale e commerciale.

Il concetto di interesse nazionale va oggi ridefinito ed aggiornato, in un contesto in cui le innovazioni tecnologiche annullano le distanze spaziali e temporali e l’interdipendenza tra nazioni e aree geografiche impone di muoversi su più livelli per ridefinire l’identità del “sistema Italia”.

Sotto il profilo geografico, mercati diversi offrono opportunità diverse. I Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, in attesa che abbia termine la tempesta che li ha travolti e che un auspicabile assetto democratico sia definitivamente assunto, presentano caratteristiche largamente complementari alle nostre: trend demografici crescenti, tassi medi annuali di crescita del 4%-5%, ampie disponibilità di risorse naturali. Essi offrono attraenti opportunità per i nostri investitori in vari settori: le infrastrutture, l’energia, la collaborazione tra le piccole e medie imprese.

Non c’è solo l’orizzonte mediterraneo, naturalmente. Lo sguardo corre all’Asia, un’area che sviluppa un tasso medio annuo di crescita di quasi l’8% e che costituisce al tempo stesso un immenso mercato, una buona base produttiva e anche un bacino di raccolta di enormi capitali. In alcuni Paesi, come il Giappone, possiamo contare su una presenza consolidata, in altri - Cina, Corea, India, Vietnam - ci siamo affacciati da poco e si tratta ora di intensificare l’azione di proiezione esterna del nostro Paese.

Si intensificano i rapporti con la Russia e l’Asia centrale, seguendo le nuove rotte dell’energia, mentre nella regione balcanica si conferma una radicata presenza economica italiana.

Anche con alcuni Paesi dell’Africa, ancorché lentamente, si stanno rafforzando le relazioni economiche e commerciali, in un’ottica di partenariato e di creazione di rapporti stabili e duraturi.

In America Latina, in questo momento, è il Brasile a fare la parte del leone, con un saldo commerciale che è tornato positivo per il nostro Paese  per la prima volta dal 2001.

La sfida da vincere sul piano economico può contare su alcuni punti di forza.

E’necessario far intendere che, fra questi, primo fra tutti in molte aree debba essere l’individuazione di una nuova valorizzazione della presenza degli italiani all’estero, dando efficacia e dinamismo al coordinamento delle attività di diffusione, di informazione, di assistenza alle imprese con la previsione della collaborazione degli italiani nel mondo.

Trasformare finalmente il fenomeno della emigrazione in una grande risorsa appare un progetto ambizioso che dovrà essere perseguito anche con uno sforzo di fantasia e di immaginazione, farne finalmente una scommessa vincente.

Il nostro cosiddetto "softpower", la capacità di proiettarci all’estero facendo premio sulle nostre attrattive culturali nel senso più ampio del termine, non può andare disgiunto dalla coscienza di avere a nostra disposizione non soltanto un patrimonio tecnologico e di innovazione industriale, ma anche un background di riferimento costituito dalla presenza delle nostre comunità nazionali all’estero.

L’immagine da proiettare all’estero è quella di un Paese in cui tradizione e innovazione vanno di pari passo, in cui coscienza e orgoglio del passato si sposano a creatività e a tecnologie rivolte al futuro, anche valorizzando in ogni modo il lavoro e l’imprenditoria dei connazionali ovunque presenti nel mondo

Dobbiamo avere la consapevolezza che la crisi economica e finanziaria mondiale, dalla quale non siamo ancora completamente fuori, deve essere affrontata utilizzando tutte le risorse umane e materiali, ivi compresi imprenditoria e lavoro all’estero, per affrontare ad armi pari anche i concorrenti più agguerriti. Ci auguriamo che l’occasione non vada perduta.

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