INFORM - N. 99 - 23 maggio 2011


ITALIANI ALL’ESTERO

Dal “Messaggero di sant’Antonio, maggio 2011

Stati Uniti. Intervista al professore Francesco Durante

La letteratura ritrovata degli italiani d’America

I due volumi di Italoamericana riscrivono la storia dell’epopea italiana negli States recuperando un patrimonio prezioso di storie, sogni, aspirazioni e drammi di generazioni di migranti

 

NEW YORK - Francesco Durante, docente di Studi Italoamericani all’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli, divide tra Napoli e New York il suo tempo e i suoi interessi per la ricerca. Entrambe le città, del resto, sono simboli dell’emigrazione italiana. Punto di partenza e punto d’arrivo di centinaia di migliaia di italiani che attraversarono l’Oceano in cerca di un futuro migliore.

Incontriamo il professor Durante a New York, in occasione di una delle sue lunghe permanenze, spese tra ricerche in biblioteca e conferenze accademiche. Durante è autore di due volumi di straordinario spessore, raccolti nel titolo: Italoamericana. Storia letteraria degli Italiani d’America dagli scritti di Filippo Mazzei ai giorni nostri. Un lavoro unico al mondo.

Come si è sviluppata la sua passione per la letteratura degli italiani d’America? E quali difficoltà ha incontrato nella ricerca e nella stesura dei due volumi di Italoamericana?

La spinta decisiva a esplorare la storia e la letteratura degli italiani d’America me l’ha data l’incontro con John Fante. Nel 1983 lessi Ask the Dust e ne rimasi impressionato. Pochi anni dopo, in un periodo in cui traducevo romanzi americani (tra gli altri, i primi due di Bret Easton Ellis), lo scrittore Pier Vittorio Tondelli al quale la Mondadori aveva appena affidato una nuova collana di narrativa chiamata L’Ottagono, mi contattò per chiedermi se ero interessato a tradurre per lui Dreams from Bunker Hill di John Fante. Ovviamente accettai. Da allora in poi ho tradotto sette libri di Fante. Entrando nel mondo raccontato da Fante – la sua famiglia di migranti, le frizioni tra gli usi e i costumi della vecchia Italia e quelli del nuovo mondo che l’aveva accolta – incominciai ad appassionarmi. E mi feci una domanda: possibile che non ci sia nulla da leggere sull’emigrazione, a parte i soliti saggi statistico-sociali? Possibile che quell’universo  della prima generazione di migranti sia rimasto senza voce? Da lì è iniziato un lungo lavoro di ricerca, effettuato soprattutto in America, che mi ha portato a elaborare i due volumi di Italoamericana. Per scriverli ho dovuto visitare una settantina tra biblioteche e archivi sulle due sponde dell’oceano.

Un aiuto fondamentale mi è arrivato, a Minneapolis, dal caro e indimenticabile Rudi Vecoli (uno dei maggiori storici della emigrazione negli Stati Uniti). Mi è capitato di fare scoperte elettrizzanti, come nel caso del secondo romanzo di Bernardino Ciambelli: I drammi dell’emigrazione del 1893, presente nel catalogo della Library of Congress ma che in effetti a Washington non si trovava. Poi ne ho scovata per caso una copia, l’unica al mondo, in una biblioteca di Avellino. Per non dire dell’entusiasmo e, insieme, della malinconia che mi prendevano tutte le volte che trovavo qualche copia di giornali italoamericani vecchi di cent’anni: li sfogliavo in cerca di qualcosa, e, a poco a poco, quelli mi si sfarinavano tra le mani. Così mi rendevo conto di essere probabilmente l’ultima persona ad averli letti.

Perché nel Bel Paese c’è sempre stata una scarsa considerazione per la produzione letteraria italiana fuori dall’Italia? E perché gli American Studies nelle università italiane prestano poca attenzione a questo fenomeno?

Oggi in Italia gli studi su questi argomenti sono molto più numerosi e di alta qualità rispetto a dieci o a quindici anni fa. Credo che per un lunghissimo periodo di tempo l’Italia si sia preoccupata di gettarsi alle spalle un passato, quello dell’emigrazione, vissuto come una specie di vergogna: una sorta di umiliazione troppo grande, che ricordava una miseria assoluta. Ovviamente è stato un errore. A quel passato si sarebbe invece dovuto guardare con grande orgoglio e rispetto. Se penso a che cosa sono diventati gli italiani d’America nel giro di due o tre generazioni, e se penso alle condizioni di assoluto svantaggio da cui tutti erano partiti, non posso che sentirmi orgoglioso. Inoltre, mi piace molto l’idea di un’Italia più grande, cittadina del mondo, aperta e contaminata da altre esperienze e culture. Mi piace pensare che New York è New York anche grazie al fondamentale contributo degli italiani. E, infatti, in questa città meravigliosa mi sento assolutamente a casa mia. Mi piace sapere che il cinema americano, senza la cultura e la sensibilità ebraica e italiana, praticamente non esisterebbe.

Per quanto riguarda la scarsa considerazione per la produzione letteraria italiana fuori dall’Italia, devo dire che a me pare soprattutto un problema di ignoranza. Un certo mondo accademico italiano è chiuso nel suo bozzolo, ripiegato su se stesso, incapace di rinnovarsi. Eppure, se penso a Bernardino Ciambelli, mi rendo conto che, a fronte del suo stile un po’ incerto e ruvido, è stato il più grande narratore popolare della modernità metropolitana. Se penso poi ad Arturo Giovannitti, devo convenire che le cose da lui scritte in italiano sono cascami di un Ottocento minore, sostanzialmente ancora carducciano mentre quando inizia a scrivere direttamente in inglese si trasforma in un poeta assolutamente moderno.

Più in generale penso che tutti questi scrittori italoamericani che hanno nomi in gran parte ignoti per la letteratura italiana e i suoi tradizionali standard aristocratici, siano stati invece i primi a occuparsi seriamente della gente comune, e molto in anticipo rispetto ai loro colleghi italiani. Se oggi disponiamo di fonti narrative credibili su come viveva la povera gente, sui suoi sogni, i suoi desideri, il suo orizzonte esistenziale e le condizioni materiali della loro vita, lo dobbiamo più a questi scrittori che non ai loro colleghi italiani.

L’esperienza letteraria e umana dell’emigrazione italiana in Nord America cosa potrebbe insegnare all’Italia?

Quell’esperienza ci dovrebbe insegnare molto, soprattutto oggi che l’Italia da Paese di emigranti si è trasformato in un Paese che accoglie immigrati. Dovrebbe insegnarci a vedere sempre nello straniero il nostro passato, e, dunque dovrebbe renderci più aperti, tolleranti, e capaci di integrazione. Ma, purtroppo, questo non succede.

Ci sono autori di grande spessore letterario che meriterebbero di essere studiati anche nelle scuole italiane?

Se li consideriamo sul piano dello stile o dell’eleganza, forse facciamo fatica a trovare autori significativi tra gli italoamericani di prima generazione. Se, però, abbiamo della letteratura una visione più ampia, e se consideriamo il suo legame autentico con la vita, allora dobbiamo ritenere questo patrimonio ritrovato come qualcosa di assolutamente prezioso e degno di essere studiato.

Io stesso mi accingo a insegnare cultura e letteratura italoamericana all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Si tratta del primo corso in Italia, e credo che questo sia già un buon risultato. (Vincenzo Pascale-Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero/Inform)

 


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