ITALIANI ALL’ESTERO
Dal
“Messaggero di sant’Antonio, maggio 2011
Stati Uniti. Intervista al professore Francesco
Durante
La letteratura ritrovata degli italiani
d’America
I due volumi di Italoamericana riscrivono
la storia dell’epopea italiana negli States recuperando un patrimonio prezioso
di storie, sogni, aspirazioni e drammi di generazioni di migranti
NEW YORK - Francesco
Durante, docente di Studi Italoamericani all’Istituto Suor Orsola Benincasa
di Napoli, divide tra Napoli e New York il suo tempo e i suoi interessi per
Incontriamo il professor Durante a New York, in occasione di una delle sue lunghe permanenze, spese tra ricerche in biblioteca e conferenze accademiche. Durante è autore di due volumi di straordinario spessore, raccolti nel titolo: Italoamericana. Storia letteraria degli Italiani d’America dagli scritti di Filippo Mazzei ai giorni nostri. Un lavoro unico al mondo.
Come
si è sviluppata la sua passione per la letteratura degli italiani d’America?
E quali difficoltà ha incontrato nella ricerca e nella stesura dei due volumi
di Italoamericana?
La spinta decisiva
a esplorare la storia e la letteratura degli italiani d’America me l’ha data
l’incontro con John Fante. Nel 1983 lessi Ask the Dust e ne rimasi impressionato. Pochi anni dopo, in un periodo
in cui traducevo romanzi americani (tra gli altri, i primi due di Bret Easton
Ellis), lo scrittore Pier Vittorio Tondelli al quale
Un aiuto fondamentale mi è arrivato, a Minneapolis, dal caro e indimenticabile Rudi Vecoli (uno dei maggiori storici della emigrazione negli Stati Uniti). Mi è capitato di fare scoperte elettrizzanti, come nel caso del secondo romanzo di Bernardino Ciambelli: I drammi dell’emigrazione del 1893, presente nel catalogo della Library of Congress ma che in effetti a Washington non si trovava. Poi ne ho scovata per caso una copia, l’unica al mondo, in una biblioteca di Avellino. Per non dire dell’entusiasmo e, insieme, della malinconia che mi prendevano tutte le volte che trovavo qualche copia di giornali italoamericani vecchi di cent’anni: li sfogliavo in cerca di qualcosa, e, a poco a poco, quelli mi si sfarinavano tra le mani. Così mi rendevo conto di essere probabilmente l’ultima persona ad averli letti.
Perché
nel Bel Paese c’è sempre stata una scarsa considerazione per la produzione letteraria
italiana fuori dall’Italia? E perché gli American Studies nelle università italiane prestano poca attenzione
a questo fenomeno?
Oggi in Italia gli studi su questi argomenti sono molto più numerosi e di alta qualità rispetto a dieci o a quindici anni fa. Credo che per un lunghissimo periodo di tempo l’Italia si sia preoccupata di gettarsi alle spalle un passato, quello dell’emigrazione, vissuto come una specie di vergogna: una sorta di umiliazione troppo grande, che ricordava una miseria assoluta. Ovviamente è stato un errore. A quel passato si sarebbe invece dovuto guardare con grande orgoglio e rispetto. Se penso a che cosa sono diventati gli italiani d’America nel giro di due o tre generazioni, e se penso alle condizioni di assoluto svantaggio da cui tutti erano partiti, non posso che sentirmi orgoglioso. Inoltre, mi piace molto l’idea di un’Italia più grande, cittadina del mondo, aperta e contaminata da altre esperienze e culture. Mi piace pensare che New York è New York anche grazie al fondamentale contributo degli italiani. E, infatti, in questa città meravigliosa mi sento assolutamente a casa mia. Mi piace sapere che il cinema americano, senza la cultura e la sensibilità ebraica e italiana, praticamente non esisterebbe.
Per quanto riguarda la scarsa considerazione per la produzione letteraria italiana fuori dall’Italia, devo dire che a me pare soprattutto un problema di ignoranza. Un certo mondo accademico italiano è chiuso nel suo bozzolo, ripiegato su se stesso, incapace di rinnovarsi. Eppure, se penso a Bernardino Ciambelli, mi rendo conto che, a fronte del suo stile un po’ incerto e ruvido, è stato il più grande narratore popolare della modernità metropolitana. Se penso poi ad Arturo Giovannitti, devo convenire che le cose da lui scritte in italiano sono cascami di un Ottocento minore, sostanzialmente ancora carducciano mentre quando inizia a scrivere direttamente in inglese si trasforma in un poeta assolutamente moderno.
Più in generale penso che tutti questi scrittori italoamericani che hanno nomi in gran parte ignoti per la letteratura italiana e i suoi tradizionali standard aristocratici, siano stati invece i primi a occuparsi seriamente della gente comune, e molto in anticipo rispetto ai loro colleghi italiani. Se oggi disponiamo di fonti narrative credibili su come viveva la povera gente, sui suoi sogni, i suoi desideri, il suo orizzonte esistenziale e le condizioni materiali della loro vita, lo dobbiamo più a questi scrittori che non ai loro colleghi italiani.
L’esperienza
letteraria e umana dell’emigrazione italiana in Nord America cosa potrebbe insegnare
all’Italia?
Quell’esperienza ci dovrebbe insegnare molto, soprattutto oggi che l’Italia da Paese di emigranti si è trasformato in un Paese che accoglie immigrati. Dovrebbe insegnarci a vedere sempre nello straniero il nostro passato, e, dunque dovrebbe renderci più aperti, tolleranti, e capaci di integrazione. Ma, purtroppo, questo non succede.
Ci sono
autori di grande spessore letterario che meriterebbero di essere studiati anche
nelle scuole italiane?
Se li consideriamo sul piano dello stile o dell’eleganza, forse facciamo fatica a trovare autori significativi tra gli italoamericani di prima generazione. Se, però, abbiamo della letteratura una visione più ampia, e se consideriamo il suo legame autentico con la vita, allora dobbiamo ritenere questo patrimonio ritrovato come qualcosa di assolutamente prezioso e degno di essere studiato.
Io stesso mi accingo
a insegnare cultura e letteratura italoamericana all’Università Suor Orsola
Benincasa di Napoli. Si tratta del primo corso in Italia, e credo che questo
sia già un buon risultato. (Vincenzo Pascale-Il Messaggero di sant’Antonio,
edizione italiana per l’estero/