ASSEMBLEA PLENARIA CGIE
L’integrazione delle collettività italiane nel mondo
Nella seconda mattinata di lavori, una riflessione complessiva
e dettagliata sulle collettività residenti nei Paesi dell’Africa del Nord,
in Germania, Argentina, Brasile, Belgio, Ecuador, Francia, Australia, Cile
e Canada
TORINO – Un quadro complessivo delle collettività italiane
residenti all’estero e del loro livello di integrazione nei diversi Paesi
di accoglienza è stato tracciato oggi nella seconda mattinata di lavori della
plenaria del Cgie a Torino.
Dell’emigrazione italiana nei Paesi dell’Africa del Nord,
in particolare Algeria, Marocco ed Etiopia ha parlato Franco Santellocco, che riassumendo le principali tappe dell’arrivo
degli italiani in loco ha insistito sull’impegno della collettività, composta
in prevalenza da imprenditori, “persone interessate a migliorare rapidamente
la loro posizione, obiettivo raggiunto in sinergia con le forze locali e con
il coinvolgimento spesso in situazioni di grandissima difficoltà”. “Un impegno
che viene riconosciuto alla nostra collettività e che ha accompagnato i processi
di integrazione in loco avvenuti in assoluta, civile convivenza e rispetto
reciproco – ha aggiunto Santelocco, – senza che
si dovesse rinunciare ai propri principi nazionali e alla propria italianità”.
La presenza italiana in queste aree ha inciso fortemente sull’incremento dei
rapporti economici e commerciali con il nostro Paese e sulla nostra presenza
culturale, come testimonia l’istituzione, avvenuta in questi ultimi anni,
della Scuola Roma di Algeri, citata nell’intervento da Santellocco annunciando la prossima attivazione in essa di
un liceo, a completamento di scuola materna, elementare e media già funzionanti.
Sulla criticità dell’emigrazione italiana in Germania
ha insistito invece Tommaso Conte, segnalando come lo sforzo compiuto negli
ultimi anni dalla politica tedesca sul fronte dell’integrazione debba essere
considerato in Italia un esempio da seguire. “Il cancelliere Angela Merkel ha finalmente riconosciuto
Di lunghissimo corso l’emigrazione italiana in Argentina,
le cui caratteristiche principali sono state tracciate da Mariano Gazzola: “possiamo dire che i primi emigranti si sono scoperti
italiani in terra Argentina – ha detto, ricordando l’importanza dell’associazionismo
di stampo mutualistico e della fondazione degli ospedali italiani per il mantenimento
del senso di appartenenza nazionale. “Dopo una prima fase di grande vivacità,
istituzioni e giornali italiani cominciarono a languire a partire dagli anni
’20 – ha proseguito Gazzola – anche per l’assenza
dello Stato italiano e la concomitante politica di argetinizzazione attuata in loco. Nel secondo dopoguerra
gli immigrati italiani sentono più forte l’appartenenza regionale e così crescono
nuovi modelli di associazioni, mentre la cultura italiana viene sempre più
percepita in loco come qualcosa di prezioso”. Si diffondono le Società della
Dante Alighieri per l’insegnamento della lingua e la diffusione della cultura
italiana, mentre i discendenti degli italiani rinnovano il loro interesse
per le origini. “Un fenomeno che uno studioso americano ha classificato come
legge della terza generazione – ha precisato Gazzola: - i nipoti vogliono ricordare cose che i genitori
invece tenevano a dimenticare, testimonianza di un rapporto più disteso con
le origini, che spesso alimenta un nuovo legame con l’Italia”.
Si è soffermato sulla collettività italiana residente
in Australia Francesco Papandrea, che ha parlato
di immigrati “oggi perfettamente inseriti nel contesto locale in cui promuovono
il proprio sentimento di italianità” e di “una ottima partecipazione da parte
loro anche alla vita politica del Paese”. “Esistono problemi di povertà
ed emarginazione anche in Australia – ha aggiunto Papandrea,
- connessi in particolare all’invecchiamento della collettività: più della
metà dei nati in Italia residenti in Australia hanno oggi più di 65 anni.
Spesso parlano poco e male l’inglese e questo aggrava il senso di isolamento
percepito”. “Questo dato spiega anche come un certo modello di associazionismo
sia arrivato al tramonto – ha proseguito il consigliere – mentre una nuova
partecipazione dei giovani è stata alimentata con iniziative come
Mario Araldi ha parlato invece del Brasile, altro Paese
in cui l’emigrazione italiana è stata di grandi proporzioni e di lungo corso:
“il senso dei nostri valori nazionali risulta sicuramente più avvertito nelle
zone periferiche rispetto alle grandi città, dove i numerosi scambi quotidiani
hanno diluito questa appartenenza – ha affermato Araldi, sottolineando l’impegno
nei confronti del coinvolgimento alle attività dell’associazionismo delle
giovani generazioni “perfettamente integrate”. “Riscontriamo nei giovani un
grande interesse per la riscoperta delle proprie radici culturali, anche attraverso
l’utilizzo di internet e le borse di studio in Italia – ha detto Araldi –
ma poco interesse per il volontariato e la presenza attiva nelle associazioni,
salvo pochi casi”. Il consigliere conclude ricordando come il Brasile rappresenti
una realtà dell’economia emergente tra le più rilevanti per l’Italia nel contesto
globale.
Fernando Marzo, analizzando la presenza italiana in Belgio,
ha invece messo in luce la diversità di nuova e vecchia emigrazione e il difficile
legame tra i due “mondi”. “Occorre inaugurare una nuova fase negli organismi
di rappresentanza degli italiani all’estero, capace di coinvolgere esponenti
di questa nuova mobilità. Saranno loro – ha affermato Marzo – a riflettere
sulle priorità dell’emigrazione del futuro”. Anche se la collettività italiana
in Belgio risulta essere ben inserita, il consigliere ha richiamato dati che
riguardano l’insuccesso scolastico dei connazionali, determinanti, come in
Germania, il tasso di disoccupazione.
Anche il consigliere del Canada Carlo Consiglio si è
soffermato sul coinvolgimento delle giovani generazioni e sull’interesse di
queste ultime per l’Italia, dimostrato con le iniziative connesse alla Prima
Conferenza mondiale dei giovani, “fatto estremamente positivo – ha detto –
a cui occorre dare seguito”, mentre Paolo Castellani ha ripercorso le vicende
degli italiani in Cile “strettamente connesse alla colonizzazione del territorio
e alla nascita dello Stato cileno”. “In Cile i connazionali non sono considerati
stranieri, ma sono e si considerano parte della società civile cilena. La
sfida per i 57.000 italiani qui presenti è piuttosto il mantenimento del legame
con l’Italia e questo legame si ripercuote sul tasso di partecipazione al
voto all’estero degli aventi diritto – ha affermato Castellani, segnalando
come il futuro di questo rapporto sia attribuibile alla realizzazione di “investimenti
in lingua e cultura, in nuovi modelli di formazione professionale, basati
sull’esperienze italiana in piccole e medie imprese, e al non fare sentire
abbandonata a se stessi la fascia più anziana degli emigrati”.
Anche Marina Salvarezza ha
ricordato per l’Ecuador come la storia degli italiani sia collegata alla storia
e allo sviluppo culturale ed artistico del Paese latino-americano, auspicando
nel futuro un incremento dei rapporti economici ma anche culturali tra le
due realtà. Bruno Capaldi ha tracciato un profilo
dell’emigrazione italiana in Francia, “quarta collettività straniera nel Paese”,
ben integrata e coinvolta nella vita professionale, sociale e politica d’Oltralpe.
Numerosi anche qui negli ultimi anni gli emigrati italiani, spesso giovani,
che non si iscrivono all’Aire ma costituiscono un settore variegato, altamente
formato e complesso nell’ambito dell’intero contesto europeo. (