INFORM - N. 93 - 13 maggio 2011


ASSOCIAZIONI

L’Istituto Fernando Santi su riforma di Comites e CGIE

Osservazioni del vice presidente Rino Giuliani a margine dell’Assemblea Generale del CGIE a Torino

 

1. L’antefatto

 Tre parlamentari, anche all’epoca, nella maggioranza di governo, Rivolta di Forza Italia, Zacchera di  Alleanza Nazionale e Giorgetti per la Lega Nord, con una interpellanza parlamentare al ministro degli Esteri pro tempore D’Alema, lamentavano come inadeguata la rappresentanza del centrodestra nel CGIE a causa di regolamenti imprecisi che avrebbero favorito il centro sinistra nella composizione degli  organismi elettivi interni .

  L’interrogazione chiudeva con la richiesta a “invitare gli attuali organi direttivi ad autosciogliersi per permettere l'elezioni di un nuovo organo correttamente rappresentativo, come d'uso in una democrazia liberale, di maggioranza e opposizione”.

Più recentemente l’on Fantetti intervenendo sulla Bozza Tofani ha dichiarato che  “non ci dovrebbe essere niente di sorprendente o scandaloso se, in futuro, la selezione delle rappresentanze istituzionali locali degli italiani all’estero avvenisse anche per il tramite della condivisione politica di programmi proposti da partiti”

Niente in contrario sulla riforma in atto , aggiungeva, ma a patto di avere la possibilità di “ascrivere al criterio della selezione democratica l’affermarsi, anche nelle future rappresentanze degli italiani all’estero, di posizioni e progetti politici propri della forza politica nella quale ci identifichiamo e nella quale, sia detto per inciso, si identifica la maggioranza relativa degli italiani”.

2. Comites: per la loro elezione anche liste dei partiti?

 Gli italiani all’estero devono  essere rappresentati nei Comites dai partiti una prima volta con i 18  parlamentari ed una seconda  con liste di partito per l’elezione dei Comites?

 Si dovrebbe sostituire il libero pluralismo associativo con l’organizzazione totalizzante di sedi e comitati elettorali di partito? Stando a Fantetti quello che conterebbe sarebbe il determinarsi di due aree corrispondenti alle attuali maggioranza e minoranza parlamentari. Troppo poco  in verità, per garantire l’autonomia del sociale nei paesi d’accoglienza, per evitare il regime di fatto, la trasformazione dei Comites in improduttive minipalestre della demagogia populista e del CGIE in un inutile  parlamentino in sedicesimo.

Oggi i partiti politici italiani, in quanto corpi intermedi,concorrono alla composizione dei due rami del Parlamento. I rappresentanti dei partiti anche dalla circoscrizione esteri, quando eletti, concretano la loro generale rappresentanza  nel parlamento dove hanno poi il compito di legiferare “senza vincolo di mandato”, anche nell’interesse degli italiani all’estero ma non perché in diretta rappresentanza degli italiani all’estero. Ci si domanda allora, perché inserirli in un  CGIE che si dice di  volere come organo di rappresentanza?

3. Il Comites ente pubblico e organo di rappresentanza degli italiani al’estero

Il  COMITES  ha contribuito a tutelare nel passato recente  i diritti, le esigenze e le aspettative dei cittadini italiani residenti all’estero. contribuendo a individuare le esigenze di sviluppo sociale, culturale e civile della propria comunità di riferimento ed a promuovere e realizzare opportune iniziative, nelle materie attinenti alla vita sociale e culturale della comunità italiana residente.

Con la legge 23 ottobre 2003, n. 286 e con il D.P.R. attuativo del  29 dicembre 2003, n. 395 (Regolamento di attuazione) che segnala l'introduzione del voto per corrispondenza nell’elezione dei Comitati i COMITES sono  “organi di rappresentanza degli italiani all'estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari”. il DDL Tofani, come osserva Carozza Segretario Generale del CGIE, abroga l’art. 2, comma 4, lett. g e h, mentre i problemi interpretativi si trovano principalmente al comma 1 dell’art. 2, che resta inalterato. Il DDL abroga dunque quelle che sono le uniche funzioni (ovvero, dare pareri) che i Comites sostanzialmente esercitano sicuramente ogni anno.  Noi vogliamo  che i comites  restino tali,espressione dell’associazionismo,in autonomia ed indipendenza, eletti con il sistema proporzionale, disciplinati dalla legge con il loro profilo pubblicistico, la natura di enti pubblici non economici, di rappresentanza della comunità e controparte delle istituzioni consolari pur in una logica di collaborazione e cooperazione, con pareri consultivi, obbligatori  per il raggiungimento dei fini alla base della loro costituzione.

4. Il CGIE nella bozza Tofani: né pienamente  organo consultivo né pienamente  di rappresentanza

 In tutti i siti dei nostri consolati si legge:Il CGIE svolge attività consultiva per il governo sui grandi temi di interesse per gli italiani all'estero. Esso rappresenta il primo passo nel processo di sviluppo della "partecipazione" attiva alla vita politica del paese da parte delle collettività italiane nel mondo e costituisce l'organismo essenziale per il loro collegamento permanente con l'Italia.

La presenza di parlamentari “senza diritto di voto” (art 25 del ddl) nel CGIE sarebbe una inutile forzatura e lo sarebbe anche  se lo stesso evolvesse in futuro in vero e proprio organo di rappresentanza. La bozza Tofani anziché rivedere il ruolo del CGIE ha  assicurato ai parlamentari eletti all’estero la loro appartenenza di diritto al Consiglio, rivedendo in definitiva la composizione senza mettere mano alle competenze ed al ruolo. Il CGIE oggi è  organo consultivo del governo da un lato  e di collegamento permanente delle collettività italiane con  l’Italia. E’ inesatto definirlo “istanza di rappresentanza delle comunità italiane all’estero, strutturato in forma di organismo politico-istituzionale” come pure è scritto all’art 1 della proposta di legge , per altri versi apprezzabile,  dell’on. Bucchino ed altri. 

A legislazione immutata più che organismo che “si affianca nella funzione di rappresentanza ai COMITES, che sono il riferimento di base dei cittadini italiani residenti all’estero”, il CGIE è un organismo che può essere inteso, per il tramite degli eletti, come portavoce dei Comites verso le istituzioni italiane . In nome di quale logica, se non di quella che vorrebbe  un ruolo totalizzante dei partiti nella società italiana, si dovrebbe prevedere per legge che gli stessi contemporaneamente allo svolgimento del mandato parlamentare facciano parte  dell’organismo che ha il fine di dar loro pareri consultivi sulle politiche migratorie? Anche e  a maggior ragione se si volesse attribuire al CGIE nel futuro, , l’auspicabile  profilo giuridico di organismo di rappresentanza dei diversi ed articolati interessi che vengono avanzati dai cittadini italiani all’estero ciò non potrebbe avvenire con l’approvazione della bozza Tofani atteso che la stessa prospetta un organismo impreciso quanto a finalità e contraddittorio nella composizione degli organismi e per la loro composizione.

Le associazioni, che la bozza Tofani ha inteso escludere dal CGIE, rappresentano interessi ed aspettative fino ad oggi assunti  direttamente dai Comites per i loro confronti con le autorità consolari e con le istituzioni dei paesi d’accoglienza. Gli  interessi rappresentati dai Comites trovano altresì il modo di partecipare all’azione rivendicativa che, nei modi possibili, il CGIE svolge verso le istituzioni nazionali. Il CGIE per poter agire come organismo di rappresentanze operante  verso tutti  livelli istituzionali, nelle forme e con  modalità chiare deve avere garantita l’autonomia la quale a sua volta  non si salvaguarda togliendo  soltanto la rappresentanza esterna al ministro del MAE per attribuirla al Segretario Generale del CGIE.

5. I  partiti non hanno una politica per gli italiani all’estero

L’aver voluto seguitare a forzare, fino ad oggi, le norme istitutive di Comites e CGIE per riprodurvi, nei fatti, una dialettica politica  bipolare, una sorta di alterazione della costituzione formale e  materiale è stato ed è quanto di più sbagliato si potesse fare. Con l’elezione dei 18 parlamentari si poteva aprire una fase di rinnovamento rispettosa di tutti ma così non è stato. La CNE nella prima legislatura incontrò i parlamentari eletti nella sede romana della Regione Friuli. In quella circostanza, prima ancora della seduta inaugurale della nuova Camera, si era preso l’impegno per lavorare insieme per “rappresentare la politica degli italiani all’estero”  nei confronti dell’Italia. Mai promessa fu più disattesa di quella.

Gli italiani all’estero aldilà di qualche esangue convegno non rientrano nell’agenda di governo, anzi l’azione di governo sembra orientata allo sganciamento. Le Regioni non si coordinano fra di loro, si muovono solo sul piano individuale alternando  iniziative di mero collegamento con i corregionali all’estero all’annuncio della prossima loro trasformazione in  ambasciatori del made in Italy,  delle eccellenze produttive e artistico paesaggistiche.

I  partiti non hanno una politica per gli italiani all’estero. Questi ultimi , in larga maggioranza  non si fanno molte illusioni.

Si osserva in questi ultimi tempi anche la ripresa di una discussione aperta anni or sono, secondo la quale gli italiani all’estero avrebbero potuto rappresentarsi direttamente in parlamento senza la mediazione dei partiti italiani. Il che ha prodotto a suo tempo  pareri fortemente avversi  e consensi entusiastici. Le conseguenze pratiche in ogni caso sono interessanti e produttrici di effetti sostanziali.

6. Associazioni di italiani all’estero che si rappresentano direttamente in Parlamento

Con il tempo - e siamo al 2011 - non sarà sfuggito ai parlamentari eletti nelle liste dei partiti politici italiani, da ultimo, la forte attività organizzativa  del MAIE, un caso a sé nel panorama parlamentare con  programmi e  lista promossi e nati all’estero  da associazioni attive nella comunità .  I due eletti, il deputato Merlo e la sen Giai, affermano una rappresentanza diretta di  territorio che prescinde dai partiti politici italiani e che costituisce un precedente inedito e riproducibile. Come si vede si tratta di una rappresentanza di associazioni  che divenuta lista  prova a diventare un inedito  partito degli italiani all’estero. Ha detto Merlo a Rosario il 6 maggio 2011: il MAIE è un “movimento indipendente, fondamentalmente ispirato all’associazionismo di volontariato” Le associazioni italiane di mutua assistenza, con il loro ruolo ed il loro radicamento nella nostra collettività rappresentano la nostra stessa identità . La sen Giai aggiunge che la proposta del  MAIE è un nuovo paradigma di funzionamento dell’associazionismo: "L’associazionismo italiano in Sudamerica ha una ricca storia e un presente di crisi, che significa difficoltà ma anche opportunità. Dobbiamo andare verso un nuovo modello, un nuovo paradigma di funzionamento delle associazioni che rispetti la nostra storia e i nostri valori fondanti, ma che produca  le risorse necessarie per la sua sostenibilità e futura crescita. Tecnologia informatica, ricambio generazionale e sostenibilità finanziaria devono essere i principi fondamentali di questo cambiamento". Un suggerimento  questo di merito non privo di logica ed in controtendenza .

7. La conferenza Stato, Regioni e Cgie

 La scelta operata fin dall’atto fondativo dell’organismo,  di prevedere una assemblea generale del CGIE  con la presenza diretta di sette membri proposti dai partiti politici, di dieci dai sindacati ,di sette parlamentari con il solo diritto di parola, di innumerevoli funzionari ministeriali accanto a 10 rappresentanti delle associazioni nazionali dell’emigrazione e di 65 eletti dall’estero ha favorito una  trasformazione materiale.  Sono diventate cosa abituale  il riprodursi nel CGIE di dinamiche partitiche cui tutti i pur diversi soggetti si sono dovuti adattare, in una logica bipolare che né  ha loro consentito di svolgere al meglio il ruolo consultivo nè di evolvere in un’istanza di rappresentanza delle comunità italiane all’estero. Non si può sostenere che il CGIE, organismo in parte composto di soggetti eletti o designati all’estero, in parte proposti e “nominati con decreto” dal governo, in quanto tale, cumuli insieme la funzione consultiva del governo  e quella di rappresentanza degli italiani all’estero.  Lo si vuole  chiamare  “istanza   strutturata in forma di organismo politico-istituzionale”. Una istanza  non è un organo e “organo politico-istituzionale” è per il CGIE una definizione di mera fantasia.

 L’art 17 bis con la costituzione della  Conferenza permanente tra lo Stato, le regioni, le province autonome e il Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE), ad oggi  attivata in modo del tutto inadeguato, potrebbe essere invece la sede nella quale istanze varie non direttamente rappresentative del mondo degli italiani all’estero o oggettive controparti delle stesse (istituzioni e parlamentari), senza le commistioni di ruolo della bozza Tofani, si dovrebbero ritrovare anziché ritenere che le stesse debbano  confrontarsi, approfondire, scrivere relazioni e pareri dentro un CGIE né carne e né pesce.

8. Associazioni e associazionismo

Le associazioni presenti ed attive nelle nostre comunità per il ruolo di rappresentanza devono poter avere un comites  che veramente ne rappresenti  e sostenga interessi e aspettative dei quali sono state e sono tramite. Le associazioni non sono chiuse in loro stesse ma sono aperte al presente ed al futuro, con spirito critico ed autocritico, con proposte ed azioni di rinnovamento note  cui si rinvia. Chi non vuole riconoscere tutto ciò mostra di conoscere solo superficialmente le associazioni. Anche coloro che, semplificando un fenomeno complesso, ritengono che la panacea sia la semplice sostituzione delle giovani generazioni rispetto a quelle della vecchia emigrazione, segnalano un fattore vero ma assolutamente non esaustivo, per il  rinnovamento delle associazioni

Le associazioni hanno bisogno di un CGIE messo al riparo dai limiti del presente, riformato ma non  secondo la ricetta data con i 35 articoli del ddl oggi in discussione al senato.

Le associazioni intendono operare in armonia e raccordo  con tutti i soggetti interessati ad una riforma vera ma, al contempo, sono anche  in grado di rappresentare direttamente al Governo ed alla Regioni  le rivendicazioni che emergono dalle nostre comunità. Bisogna superare la frammentazione e, laddove esistenti, i localismi a favore di una  maggiore unità d’azione, della definizione di comuni , condivisi strumenti organizzativi delle associazioni regionali e nazionali, dei comites e delle consulte regionali dell’emigrazione. L’associazionismo ha tutta la voce che occorre  per farsi sentire , il radicamento che serve,  la forza delle idee, le argomentazioni per veder attuate le rivendicazioni intorno alle quali, come insegna la vicenda del voto all’estero, al momento opportuno ha sempre saputo fare  unità al suo interno e nel mondo degli italiani all’estero. (Rino Giuliani vice presidente dell’Istituto Fernando Santi)

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