INTERVENTI
Dalla Newsletter di Franco Narducci (Pd)
Associazionismo, volontariato ed emigrazione
Gli emigrati vivono in genere due stati d'animo contraddittori:
una sorta di rancore verso la terra d'origine e l'attaccamento morboso a essa.
Il primo è legato alle ragioni stesse dell'espulsione, il secondo alla forza
delle radici che tanto più si fanno sentire quanto più si è distanti dalla propria
terra. Su questa ambivalenza si gioca tutta la permanenza del legame con la
madre Patria e la possibilità di imbastire politiche migratorie reciprocamente
vantaggiose.
In un paese come l'Italia, che non si è potuto avvalere
adeguatamente delle strutture di uno Stato ancora troppo giovane e debole, l'iniziativa
di seguire la parabola migratoria dei propri cittadini è rimasta quasi del tutto
nelle mani del volontariato. Non appena si svilupparono i flussi migratori le
organizzazioni religiose e laiche arrecarono “soccorso” ai poveri contadini
e agli operai che abbandonavano l'Italia per mete dove per loro sarebbe risultata
molto difficile anche la semplice sopravvivenza. Chi può dimenticare o ignorare
l'opera di Monsignor Giovanni Battista Scalabrini, di Santa Francesca Cabrini o di tantissimi missionari
che prestarono aiuto e infusero coraggio a decine di migliaia di nostri connazionali?
Dobbiamo ricordarlo con gratitudine e riconoscenza proprio ora, in questa celebrazione
del 150° dell'Unità d'Italia che stiamo vivendo con orgoglio in ogni parte del
mondo.
Dopo una prima fase nella quale ci si rese conto che
l'assistenza resa dai volontari in funzione di supplenza delle istituzioni statali
poteva funzionare solo nei primi tempi dell'insediamento migratorio, si passò
a quella in cui gli emigrati stessi incominciarono (sia pure sempre col sostegno
soprattutto di organizzazioni religiose e sindacali) a creare legami permanenti
di solidarietà tra connazionali. Da qui prese piede il fenomeno dell'associazionismo,
così ricco di sfaccettature e di varianti regionali e addirittura comunali.
Esso, nelle forme organizzative classiche con cui lo conosciamo attualmente,
ha coinciso con una particolare fase storica in cui, non solo nelle migrazioni,
ma pensiamo anche alla cultura e allo sport, ha costituito uno dei pilastri
della democrazia occidentale ed è stato perciò incoraggiato, talvolta anche
economicamente, dalle istituzioni. Tuttavia, come tutti i fenomeni umani anche
il tradizionale associazionismo in emigrazione presenta un suo ciclo, del quale
oggi si assiste alla parabola discendente in coincidenza con l'esaurimento delle
prime generazioni degli emigrati italiani nel mondo.
A questo punto due sono le cose che si possono fare:
o assistere passivamente alla conclusione naturale del fenomeno oppure reagire
collegandosi alle nuove generazioni di figli di italiani ancora incuriositi
della Patria dei genitori. È chiaro che in questa seconda ipotesi occorrerà
rivedere profondamente tutte le modalità di intervento in questo campo, comprese
le politiche da adottare. Ed è su questo il terreno che le associazioni radicate
territoriamente su vasta scala, come le ACLI, o quelle
a carattere regionale e provinciale (molte delle quali organizzate nell'UNAIE
- Unione nazionale associazioni immigrati ed emigrati) stanno operando da vari
anni, avendo colto il “segno dei tempi”. Molto probabilmente i giovani - che
non hanno minore desiderio di stare insieme rispetto ai loro padri - necessitano
di forme più moderne di aggregazione che non si identificano necessariamente
con i segni distintivi dell'associazionismo tradizionale. Verosimilmente la
loro richiesta di legami con l'Italia non vuol essere più un modo per coltivare
la nostalgia, vagheggiare il rientro e circondarsi dei simboli dell'italianità.
Essa va piuttosto nel senso di una domanda di cultura (compresa la lingua),
di informazione, di interscambi economici, di interessi scientifici, ecc. rispetto
ai quali le risposte migliori forse sono quelle ispirate ai social network e
agli appuntamenti qualificanti e finalizzati in spazi fisici non caratterizzati
etnicamente ma inseriti nella società più vasta nei quali operano.
Il rapporto con gli italiani nel mondo da parte della
loro Patria non è giunto quindi al capolinea storico. Semplicemente si è chiusa
un'era, quella delle tradizionali emigrazioni di massa, e se ne aperta un'altra,
quella delle giovani generazioni di figli di emigrati che guardano all'Italia,
con i rispettivi modi di organizzare la propria presenza e le proprie istanze.
In particolare i figli degli emigrati italiani vanno fatti incontrare con le
generazioni di giovani che dall'Italia guardano al mondo anche come opportunità
lavorativa.
Tra questi, infatti, va creato un circolo virtuoso fornendo
le giuste risposte politiche e organizzative. Oggi non è chiesta più una presenza
"qualunque" dell'Italia, bensì una presenza "alta" che può
essere resa degnamente possibile solo dalla convergenza di sforzi degli italiani
nel mondo e di quelli residenti in Italia, in testa le loro Istituzioni.
Ma questo è il punto dolente: il Governo che attualmente
è alla guida del Paese guarda - nei fatti concreti, che contano - con fastidio
agli italiani nel mondo, dimenticando che sono una grande e straordinaria potenzialità,
quasi che fossero dei nemici anziché il portato di un patrimonio di valori e
di umanità che non si intravedono più nella società italiana. Non è soltanto
la questione dei tagli, che di certo stanno distruggendo in particolare quelle
realtà che hanno contribuito e contribuiscono a mantenere saldo il legame tra
italiani all'estero e madre Patria; non vi è, infatti, un solo atto di questo
Governo che possa essere ricordato con favore dagli italiani all'estero. Perfino
la prima Conferenza dei giovani italiani all'estero fu organizzata, al ribasso,
con le risorse ad essa destinate dal Governo Prodi. Dobbiamo dirlo e ricordarlo,
soprattutto ora che il CGIE si riunirà a Torino per celebrare in quella città
il 150° anniversario dell'Italia unificata. (Franco Narducci,
deputato Pd eletto nella ripartizione Europa, vicepresidente della Commissione
Affari esteri)