ITALIANI ALL’ESTERO
Professore
di lingua e letteratura italiana al Brooklyn College di New York
Lingua, nodo dell’esistenza: a colloquio
con Luigi Bonaffini
Due
eventi editoriali: le antologie bilingue “A New Map: The Poetry of Migrant Writers
in
NEW YORK/ROMA – Affermato docente di lingua e letteratura
italiana al Brooklyn College di New York, Luigi Bonaffini è l’intellettuale
italiano che in Nord America, e forse non solo lì, ha fatto l’operazione più
complessa e articolata di traduzione della poesia dialettale, di letteratura
della diaspora e di traduzione.
Figura autorevole negli ambienti accademici americani
e non. Ma, confessa il professor Bonaffini rievocando anni lasciati alle spalle,
“l’inserimento nella società americana è stato lungo e difficile, perché all’inizio
rifiutavo coscientemente il processo di acculturazione a cui tutti gli immigrati,
in misure diverse e con atteggiamenti diversi, devono sottoporsi, e questo perché
mi trovavo in un posto dove non volevo essere e perché mi mancava tutto quello
che avevo lasciato in Italia”.
Molisano di Isernia, Luigi Bonaffini emigra
negli Stati Uniti a 14 anni, nel 1961, per motivi familiari. “Avevo finito la
quarta ginnasio e – ci racconta - non mi piaceva affatto l’idea di dover lasciare
il solo mondo che conoscevo, e soprattutto i tanti amici, per andare a vivere
in un luogo così lontano e sconosciuto, dove si parlava una lingua ostica e
oscura”. A New Haven (nel Connecticut) inizia la sua nuova esistenza. Avvio
non facile a partire dalla scuola, ottavo anno della Junior High. “Ricordo perfettamente
il primo giorno di scuola seduto in mezzo a tutti quei ragazzi sconosciuti che
parlavano una lingua totalmente impenetrabile ed incomprensibile, e ricordo
l’insegnante ritta davanti alla lavagna che pronunciava suoni astrusi e indecifrabili
da cui non riuscivo a captare il pur minimo senso. Il trauma dell’emigrazione
– la frattura, il disorientamento, l’emarginazione – per chi non conosce la
lingua è tutto sommato sostanzialmente di natura linguistica, cosa che ho capito
subito istintivamente. Il problema principale era per me imparare l’inglese:
tutto ciò che sapevo, le mie conoscenze, gli studi d’italiano e di latino fatti
a scuola, la mia capacità di comunicare con gli altri, erano ormai completamente
inutili senza la conoscenza dell’inglese e quindi ho dovuto impararlo molto
in fretta. Dopo alcuni mesi riuscivo già a capire, a parlare stentatamente,
a leggere e quindi a poter seguire più o meno quello che succedeva in classe”.
Luigi Bonaffini dirige la rivista Journal of Italian Translation e nel
Negli Stati Uniti è appena uscita l’antologia,
in italiano e in inglese, A New Map: The
Poetry of Migrant Writers in Italy (New York, Legas ed.). L’opera è curata
insieme a Mia Lecomte, poeta e traduttrice, che la presenterà a Genova il 14
maggio con Peter Carravetta, professore di Studi italiani e italo-americani
alla Stony Brook University di New York, filosofo e scrittore. L’incontro si
terrà alle ore 17.30 allo Studio Ghiglione, Palazzo Doria ( piazza San Matteo
6b/r).
Di prossima pubblicazione in USA un’altra
importante antologia bilingue, Poets of
the Italian Diaspora, curata con Joseph Perricone, e uno dei capolavori
del nostro Novecento, La camera da letto
di Attilio Bertolucci, appena tradotto, che verrà editato in versione bilingue
da Chelsea Editions.
“Bilingue e sospeso tra due mondi” si definisce
il prof. Bonaffini. Sarà anche per questo che la traduzione è uno dei campi
nei quali è più impegnato. Ha tradotto poeti complessi e tiene vivo un vero
e proprio Laboratorio di incontri multiculturali e multilinguistici come il
“Journal of Italian Translation” (anche online all’indirizzo www.jitonline.org) che, insieme
alla rivista “Gradiva” diretta da Luigi Fontanella, rappresenta ormai uno stabile
punto di riferimento per l’attività di traduzione. Con un’ampia rete di collaboratori
in Usa, Europa, Sud America, Nuova Zelanda. “Ho cominciato a tradurre – ci racconta
- perché mi sembrava il modo più naturale e produttivo per mettere a buon frutto
il bagaglio culturale e le energie di uno come me bilingue e sospeso tra due
mondi. Ho dovuto prima di tutto riconquistare l’italiano, o meglio conquistarlo
perché quello che conoscevo era l’italiano di un quattordicenne dialettofono
proveniente da un paese di provincia dove l’italiano si parlava solo a scuola,
ma non ho potuto farlo subito perché ero troppo impegnato nella conquista dell’inglese,
anche se non ho mai smesso di leggere libri e giornali in italiano”. La traduzione,
rimarca Bonaffini, “è prima di tutto un fatto personale, è un asse gettato tra
due lingue e due culture, tra due mondi così diversi che si incontrano, si parlano
e si capiscono solo attraverso di essa. Per me il problema della lingua è sempre
stato e continua ad essere uno dei nodi principali dell’esistenza a tutti i
livelli, non solo quello letterario, e attraverso la traduzione mi sembra a
volte di poter percepire qualche barlume di verità altrimenti inaccessibile”.
Altro grande merito di Bonaffini: ha fatto
conoscere in America la poesia dialettale italiana. Il professore ha una vera
predilezione per la poesia dialettale. Ma, tiene a precisare, “non è un semplice
ritorno nostalgico alle radici, anche linguistiche, dato che la mia lingua madre
è dopo tutto il dialetto molisano”. Si tratta di “una precisa presa di posizione
critica nei confronti di una storiografia letteraria tradizionale incline ad
escludere il riconoscimento dell’importanza della letteratura dialettale, non
solo nell’arco di tempo degli ultimi trent’anni, che pure ha visto una rinascita
rigogliosa e inaspettata della poesia dialettale in Italia, ma nella storia
della letteratura italiana tout court”.
Le ragioni per cui diversi poeti scelgono il dialetto
come lingua della poesia? “Sono molteplici e complesse, ma mi sembra di poter
dire che la poesia dialettale possa considerarsi uno dei rimedi più sicuri ed
efficaci alla globalizzazione intesa come azzeramento delle differenze locali
e regionali”. La poesia dialettale riveste interesse per gli studenti italo
americani? Sì. “Perché, non bisogna dimenticarlo, la lingua dell’emigrazione
italiana non era l’italiano, ma il dialetto, o meglio i tanti dialetti italiani,
in particolare quelli del sud, per cui gli studenti italo americani di seconda
o terza generazione, che generalmente non conoscono l’italiano, riconoscono
invece i vari dialetti perché li hanno sentiti parlare a casa dai genitori o
dai nonni”.
Un evento editoriale è destinato a caratterizzare per
lungo tempo gli studi sulla cultura italiana nel mondo. Bonaffini ha curato
l’antologia Poets of the Italian Diaspora,
che raccoglie un’ottantina di poeti in italiano appartenenti a una decina
di realtà linguistiche e culturali. L’opera, in italiano e in inglese, è corredata
da note critiche affidate a specialisti conosciuti a livello mondiale. Per la
prima volta si offre un panorama organico della poesia della diaspora italiana.
Come è nato questo ambizioso progetto?
“L’antologia è nata dal bisogno di colmare una lacuna
a mio parere vistosa nella storia della letteratura italiana contemporanea,
e cioè l’assenza di quasi tutti quegli scrittori di origine italiana residenti
all’estero che scrivono poesie in italiano. La silloge ne presenta quasi ottanta,
ma ce ne sono molti altri. Si pone dunque il problema di identità letteraria,
di cosa significa essere uno scrittore italiano, e non credo che siano molti
a poter sostenere che basti l’appartenenza geografica a un determinato territorio.
Sono o non sono scrittori italiani quelli che scrivono in italiano all’estero?
L’impianto dell’opera segue i percorsi dei
grandi flussi migratori, dall’Australia alle Americhe, undici paesi in tutto.
Per ogni paese è stato cooptato uno studioso esperto della letteratura in lingua
italiana nell’area, che ha poi selezionato gli autori e ha scritto le introduzioni
critiche. Il lavoro è quindi il risultato di una stretta collaborazione tra
molti critici, poeti e traduttori. Inevitabilmente ci sono degli squilibri tra
un paese e l’altro, ma sono dovuti in gran parte a delle caratteristiche storico-letterarie
inerenti al paese stesso piuttosto che alle peculiarità di una scelta soggettiva
operata dagli studiosi. Esiste per esempio una differenza notevole tra la resa
stilistica della poesia italiana in Australia e quella di diversi altri paesi,
e se la sezione dedicata agli Stati Uniti è molto più ampia delle altre questo
si deve al fatto che la poesia italiana negli Stati Uniti ha oggettivamente
uno spessore molto maggiore sia per qualità sia per quantità”.
In parallelo Bonaffini ha curato l’antologia bilingue
dedicata agli scrittori migranti in italiano:A
New Map. The Poetry of Migrant Writers
in Italy. Quest’ultima
e l’antologia della diaspora, apparentemente così diverse, sono invece strettamente
collegate. “Esse nascono dallo stesso bisogno di ridefinire ed ampliare i limiti
della storiografia letteraria italiana e di proporre un nuovo canone letterario
che includa non solo la poesia della diaspora e quella dei migranti, ma anche
e forse soprattutto quella dialettale, da sempre trascurata e ignorata, anche
se non si può negare che negli ultimi decenni si siano fatti dei progressi in
questa direzione. E queste diverse realtà non vengono proposte in edizioni bilingue
e trilingue solo negli Stati Uniti, dove abito io, ma a tutto il mondo anglofono
come un importante arricchimento di un patrimonio letterario e culturale già
notevole”.
Dalla metà degli anni ’70, dopo l’insegnamento
nell’Università del Texas e in quella di Albany, Luigi Bonaffini risiede a Brooklyn.
La “broccolino” dei nostri emigrati…Ma sono ancora evidenti, oggi, le tracce
che hanno reso questo popoloso borough di New York un passaggio obbligato
dell’immaginario italo americano?
“Allora a Brooklyn c’erano più italo americani,
ma la comunità italo americana, che economicamente si situa ormai in una fascia
di reddito al di sopra della media nazionale, si è andata spostando verso zone
residenziali più agiate come Long Island e Staten Island. Comunque la percentuale
di italo americani a Brooklyn è ancora alta, intorno all’otto per cento, e ci
sono interi quartieri, come Benshonhurst, che a differenza della piccola Italia
di Manhattan, ormai quasi scomparsa, sono ancora abitati da italo americani
e conservano le loro caratteristiche etniche, dai bar alle edicole italiane
ai negozi alimentari. Io vado spesso lì a fare la spesa perché hanno i migliori
prodotti italiani. Gli italiani ormai occupano posti importanti a tutti i livelli
socioeconomici e si sono inseriti capillarmente nella società americana, specialmente
negli Stati della costa orientale. Non c’è bisogno di ricordare che l’attuale
governatore di New York, Andrew Cuomo, è di origine italiana ed è figlio di
un ex governatore, Mario Cuomo, e che un altro governatore di qualche anno fa,
George Pataki, è anche lui di origine italiana”. (Simonetta Pitari-