INFORM - N. 92 - 12 maggio 2011


ITALIANI ALL’ESTERO

Professore di lingua e letteratura italiana al Brooklyn College di New York

Lingua, nodo dell’esistenza: a colloquio con Luigi Bonaffini

Due eventi editoriali: le antologie bilingue “A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy” e “Poets of the Italian Diaspora”. “A New Map” sarà presentata il 14 maggio a Genova

 

NEW YORK/ROMA – Affermato docente di lingua e letteratura italiana al Brooklyn College di New York, Luigi Bonaffini è l’intellettuale italiano che in Nord America, e forse non solo lì, ha fatto l’operazione più complessa e articolata di traduzione della poesia dialettale, di letteratura della diaspora e di traduzione.

Figura autorevole negli ambienti accademici americani e non. Ma, confessa il professor Bonaffini rievocando anni lasciati alle spalle, “l’inserimento nella società americana è stato lungo e difficile, perché all’inizio rifiutavo coscientemente il processo di acculturazione a cui tutti gli immigrati, in misure diverse e con atteggiamenti diversi, devono sottoporsi, e questo perché mi trovavo in un posto dove non volevo essere e perché mi mancava tutto quello che avevo lasciato in Italia”.

Molisano di Isernia, Luigi Bonaffini emigra negli Stati Uniti a 14 anni, nel 1961, per motivi familiari. “Avevo finito la quarta ginnasio e – ci racconta - non mi piaceva affatto l’idea di dover lasciare il solo mondo che conoscevo, e soprattutto i tanti amici, per andare a vivere in un luogo così lontano e sconosciuto, dove si parlava una lingua ostica e oscura”. A New Haven (nel Connecticut) inizia la sua nuova esistenza. Avvio non facile a partire dalla scuola, ottavo anno della Junior High. “Ricordo perfettamente il primo giorno di scuola seduto in mezzo a tutti quei ragazzi sconosciuti che parlavano una lingua totalmente impenetrabile ed incomprensibile, e ricordo l’insegnante ritta davanti alla lavagna che pronunciava suoni astrusi e indecifrabili da cui non riuscivo a captare il pur minimo senso. Il trauma dell’emigrazione – la frattura, il disorientamento, l’emarginazione – per chi non conosce la lingua è tutto sommato sostanzialmente di natura linguistica, cosa che ho capito subito istintivamente. Il problema principale era per me imparare l’inglese: tutto ciò che sapevo, le mie conoscenze, gli studi d’italiano e di latino fatti a scuola, la mia capacità di comunicare con gli altri, erano ormai completamente inutili senza la conoscenza dell’inglese e quindi ho dovuto impararlo molto in fretta. Dopo alcuni mesi riuscivo già a capire, a parlare stentatamente, a leggere e quindi a poter seguire più o meno quello che succedeva in classe”.

Luigi Bonaffini dirige la rivista Journal of Italian Translation e nel 2003 ha vinto il Premio Nazionale per la Traduzione assegnato dal Ministero dei Beni Culturali.  Le sue pubblicazioni includono La poesia visionaria di Dino Campana e traduzioni di Dino Campana, Mario Luzi, Vittorio Sereni, Giose Rimanelli, Attilio Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, e altri poeti in lingua e in dialetto. Ha curato cinque antologie trilingue di poesia dialettale.

Negli Stati Uniti è appena uscita l’antologia, in italiano e in inglese, A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy (New York, Legas ed.). L’opera è curata insieme a Mia Lecomte, poeta e traduttrice, che la presenterà a Genova il 14 maggio con Peter Carravetta, professore di Studi italiani e italo-americani alla Stony Brook University di New York, filosofo e scrittore. L’incontro si terrà alle ore 17.30 allo Studio Ghiglione, Palazzo Doria ( piazza San Matteo 6b/r).

Di prossima pubblicazione in USA un’altra importante antologia bilingue, Poets of the Italian Diaspora, curata con Joseph Perricone, e uno dei capolavori del nostro Novecento, La camera da letto di Attilio Bertolucci, appena tradotto, che verrà editato in versione bilingue da Chelsea Editions.

“Bilingue e sospeso tra due mondi” si definisce il prof. Bonaffini. Sarà anche per questo che la traduzione è uno dei campi nei quali è più impegnato. Ha tradotto poeti complessi e tiene vivo un vero e proprio Laboratorio di incontri multiculturali e multilinguistici come il “Journal of Italian Translation” (anche online all’indirizzo www.jitonline.org) che, insieme alla rivista “Gradiva” diretta da Luigi Fontanella, rappresenta ormai uno stabile punto di riferimento per l’attività di traduzione. Con un’ampia rete di collaboratori in Usa, Europa, Sud America, Nuova Zelanda. “Ho cominciato a tradurre – ci racconta - perché mi sembrava il modo più naturale e produttivo per mettere a buon frutto il bagaglio culturale e le energie di uno come me bilingue e sospeso tra due mondi. Ho dovuto prima di tutto riconquistare l’italiano, o meglio conquistarlo perché quello che conoscevo era l’italiano di un quattordicenne dialettofono proveniente da un paese di provincia dove l’italiano si parlava solo a scuola, ma non ho potuto farlo subito perché ero troppo impegnato nella conquista dell’inglese, anche se non ho mai smesso di leggere libri e giornali in italiano”. La traduzione, rimarca Bonaffini, “è prima di tutto un fatto personale, è un asse gettato tra due lingue e due culture, tra due mondi così diversi che si incontrano, si parlano e si capiscono solo attraverso di essa. Per me il problema della lingua è sempre stato e continua ad essere uno dei nodi principali dell’esistenza a tutti i livelli, non solo quello letterario, e attraverso la traduzione mi sembra a volte di poter percepire qualche barlume di verità altrimenti inaccessibile”.

Altro grande merito di Bonaffini: ha fatto conoscere in America la poesia dialettale italiana. Il professore ha una vera predilezione per la poesia dialettale. Ma, tiene a precisare, “non è un semplice ritorno nostalgico alle radici, anche linguistiche, dato che la mia lingua madre è dopo tutto il dialetto molisano”. Si tratta di “una precisa presa di posizione critica nei confronti di una storiografia letteraria tradizionale incline ad escludere il riconoscimento dell’importanza della letteratura dialettale, non solo nell’arco di tempo degli ultimi trent’anni, che pure ha visto una rinascita rigogliosa e inaspettata della poesia dialettale in Italia, ma nella storia della letteratura italiana tout court”.

Le ragioni per cui diversi poeti scelgono il dialetto come lingua della poesia? “Sono molteplici e complesse, ma mi sembra di poter dire che la poesia dialettale possa considerarsi uno dei rimedi più sicuri ed efficaci alla globalizzazione intesa come azzeramento delle differenze locali e regionali”. La poesia dialettale riveste interesse per gli studenti italo americani? Sì. “Perché, non bisogna dimenticarlo, la lingua dell’emigrazione italiana non era l’italiano, ma il dialetto, o meglio i tanti dialetti italiani, in particolare quelli del sud, per cui gli studenti italo americani di seconda o terza generazione, che generalmente non conoscono l’italiano, riconoscono invece i vari dialetti perché li hanno sentiti parlare a casa dai genitori o dai nonni”.

Un evento editoriale è destinato a caratterizzare per lungo tempo gli studi sulla cultura italiana nel mondo. Bonaffini ha curato l’antologia Poets of the Italian Diaspora, che raccoglie un’ottantina di poeti in italiano appartenenti a una decina di realtà linguistiche e culturali. L’opera, in italiano e in inglese, è corredata da note critiche affidate a specialisti conosciuti a livello mondiale. Per la prima volta si offre un panorama organico della poesia della diaspora italiana. Come è nato questo ambizioso progetto?

“L’antologia è nata dal bisogno di colmare una lacuna a mio parere vistosa nella storia della letteratura italiana contemporanea, e cioè l’assenza di quasi tutti quegli scrittori di origine italiana residenti all’estero che scrivono poesie in italiano. La silloge ne presenta quasi ottanta, ma ce ne sono molti altri. Si pone dunque il problema di identità letteraria, di cosa significa essere uno scrittore italiano, e non credo che siano molti a poter sostenere che basti l’appartenenza geografica a un determinato territorio. Sono o non sono scrittori italiani quelli che scrivono in italiano all’estero?

L’impianto dell’opera segue i percorsi dei grandi flussi migratori, dall’Australia alle Americhe, undici paesi in tutto. Per ogni paese è stato cooptato uno studioso esperto della letteratura in lingua italiana nell’area, che ha poi selezionato gli autori e ha scritto le introduzioni critiche. Il lavoro è quindi il risultato di una stretta collaborazione tra molti critici, poeti e traduttori. Inevitabilmente ci sono degli squilibri tra un paese e l’altro, ma sono dovuti in gran parte a delle caratteristiche storico-letterarie inerenti al paese stesso piuttosto che alle peculiarità di una scelta soggettiva operata dagli studiosi. Esiste per esempio una differenza notevole tra la resa stilistica della poesia italiana in Australia e quella di diversi altri paesi, e se la sezione dedicata agli Stati Uniti è molto più ampia delle altre questo si deve al fatto che la poesia italiana negli Stati Uniti ha oggettivamente uno spessore molto maggiore sia per qualità sia per quantità”.

In parallelo Bonaffini ha curato l’antologia bilingue dedicata agli scrittori migranti in italiano:A New Map. The Poetry of Migrant Writers in Italy. Quest’ultima e l’antologia della diaspora, apparentemente così diverse, sono invece strettamente collegate. “Esse nascono dallo stesso bisogno di ridefinire ed ampliare i limiti della storiografia letteraria italiana e di proporre un nuovo canone letterario che includa non solo la poesia della diaspora e quella dei migranti, ma anche e forse soprattutto quella dialettale, da sempre trascurata e ignorata, anche se non si può negare che negli ultimi decenni si siano fatti dei progressi in questa direzione. E queste diverse realtà non vengono proposte in edizioni bilingue e trilingue solo negli Stati Uniti, dove abito io, ma a tutto il mondo anglofono come un importante arricchimento di un patrimonio letterario e culturale già notevole”.

Dalla metà degli anni ’70, dopo l’insegnamento nell’Università del Texas e in quella di Albany, Luigi Bonaffini risiede a Brooklyn. La “broccolino” dei nostri emigrati…Ma sono ancora evidenti, oggi, le tracce che hanno reso questo popoloso borough di New York un passaggio obbligato dell’immaginario italo americano?

“Allora a Brooklyn c’erano più italo americani, ma la comunità italo americana, che economicamente si situa ormai in una fascia di reddito al di sopra della media nazionale, si è andata spostando verso zone residenziali più agiate come Long Island e Staten Island. Comunque la percentuale di italo americani a Brooklyn è ancora alta, intorno all’otto per cento, e ci sono interi quartieri, come Benshonhurst, che a differenza della piccola Italia di Manhattan, ormai quasi scomparsa, sono ancora abitati da italo americani e conservano le loro caratteristiche etniche, dai bar alle edicole italiane ai negozi alimentari. Io vado spesso lì a fare la spesa perché hanno i migliori prodotti italiani. Gli italiani ormai occupano posti importanti a tutti i livelli socioeconomici e si sono inseriti capillarmente nella società americana, specialmente negli Stati della costa orientale. Non c’è bisogno di ricordare che l’attuale governatore di New York, Andrew Cuomo, è di origine italiana ed è figlio di un ex governatore, Mario Cuomo, e che un altro governatore di qualche anno fa, George Pataki, è anche lui di origine italiana”. (Simonetta Pitari-Inform)

 


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