STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Dal
“Messaggero di sant’Antonio”, maggio 2011
Italia allo specchio, un ritratto inedito
I «nuovi persiani»
L’Italia vista da un osservatorio d’eccezione,
quello degli stranieri che vivono, lavorano e scrivono nel nostro Paese. Ne
esce uno spaccato realistico, disincantato, a volte amaro, più spesso ironico.
Ma è proprio lo sguardo dell’«altro» che può aiutare a capire i cambiamenti
di cui spesso non ci accorgiamo.
«Questo Paese è fenomenale, tutto macchine e moto, traffico e code. Secondo te, perché un Paese pieno di sole 365 giorni all’anno, che organizza un evento planetario come il Giro d’Italia… non pedala? Giuro, il popolo comune non pedala. E non cammina! La bici come mezzo di trasporto è snobbata, se vuoi pedalare devi per forza essere un appassionato praticante, altrimenti non sei alla moda. Finora ho visto solo qualche pensionata con il cestello per la frutta. L’unica potenza in grado di liberare le strade dal traffico si chiama calcio, ma anche dopo-calcio, con discussioni al limite della rissa in trasmissioni televisive dove ho sentito parlare di “fantacalcio” e “calciopoli” (?). Comprerò un nuovo vocabolario». È un’Italia disincantata, vera, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, quella che esce, in maniera ironica, da questo ritratto. La firma è di Edita Pucinskaite, 39 anni, ciclista professionista (ha vinto il Tour de France nel 1998, l’oro ai campionati del mondo nel 1999 e il primo posto al Giro d’Italia femminile nel 2006 e nel 2007) e giornalista.
Il racconto di Edita, dal titolo …E ora pedalo!, è uno dei contributi, in forma di lettera, di Nuove lettere persiane. Sguardi dall’Italia che cambia, edito da Ediesse. Quattordici giovani giornalisti stranieri, provenienti da vari Paesi del mondo e tutti residenti in Italia, hanno riscritto, a modo loro, le Lettere persiane che Montesquieu pubblicò tre secoli fa, nel 1721. Quella del fondatore della teoria politica della divisione dei poteri è una satira violenta sui costumi francesi, analizzati dal punto di vista di due immaginari viaggiatori persiani, Usbek e Rica. Il sarcasmo non risparmia né le istituzioni, né gli uomini del tempo. L’idea di riscrivere quel pamphlet è venuta a Francesca Spinelli, trentenne giornalista romana free lance, copy editor e traduttrice, collaboratrice di «Internazionale», periodico per il quale ha curato la rubrica Italieni. Nuove lettere persiane nasce nell’ambito del progetto «MediAttori» curato dal Cospe (Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti). «Dovevo trovare un’idea attorno alla quale far ruotare le varie storie e, con esse, i diversi “sguardi” sul nostro Paese. Allora mi sono chiesta: “Cosa penserebbe Montesquieu se tornasse in vita oggi, nell’Europa del ventesimo secolo?” – spiega Francesca Spinelli –. È da questa domanda che son voluta partire per raccogliere gli stessi “sguardi” dei viaggiatori Usbek e Rica, questa volta sull’Italia. I nuovi viaggiatori sono giovani giornalisti che vivono e lavorano nel nostro Paese. Oggi, ovviamente, sono pochi i “nuovi persiani” che partono dall’Occidente spinti dalla curiosità intellettuale. Sono invece milioni quelli provenienti dal mondo intero che percorrono le rotte della migrazione per sfuggire a condizioni difficili e insostenibili. Anche se, per la verità, non sempre li aspetta sorte migliore». Lo sguardo dei «nuovi persiani» rappresenta per gli italiani una vera e propria ricchezza, anche se accolta, a volte, con ostilità e indifferenza. Ma come vedono il nostro Paese questi viaggiatori del ventunesimo secolo? Quale ritratto emerge dal «prezioso sguardo forestiero che li avvantaggia nella sorpresa e nella comparazione», come scrive il giornalista Gad Lerner nella prefazione?
Italiani razzisti?
Tra i temi «caldi» affrontati, uno su tutti: il razzismo. Emblematica la lettera di Aiko Takemoto, trent’anni, casa a Bologna e lavoro in “Crossing tv”, la “web tv delle nuove generazioni”, e come videomaker per la compagnia “Semi-attivi”. «Sono nato in Italia da madre italiana e padre giapponese. Mi considero un privilegiato rispetto ad altri perché non ho subito i disagi, le umiliazioni, la solitudine di tanti stranieri». «Caro me adulto – inizia così il suo racconto dal titolo Le longobarde –, non so in che mondo starai vivendo, non so che ne sarà di te. Se le cose, però, saranno andate come sembrano andare in questo momento, immagino che tu e tanti altri vi starete chiedendo perché. Perché questa intolleranza di inizio secolo, perché i respingimenti, perché la crisi, perché le guerre “preventive”».
Aiko parla, quindi, di razzismo. E lo fa attraverso una lettura non scontata, realistica, che ci interroga tutti: il razzismo non è altro che la paura atavica del povero, dello straniero. Scrive Aiko: «Italiani, leghisti e non, confondevano il razzismo con qualcosa di molto più antico: la paura del povero. Non si tratta di colore della pelle, non si tratta di cultura. La verità è che, come al solito, chi ha tanto, troppo, ha paura di chi vive con pochi euro al giorno, ha paura di chi stenta ad arrivare a fine mese. È talmente semplice che quasi nessuno se n’è accorto. Sanno che se possono vivere come vivono è solo sulla pelle di qualcun altro».
Uno «sguardo» ripreso anche dalla lettera di Alen Custovic, nato a Mostar, in Bosnia Erzegovina. Alen, anch’egli trentenne, arriva in Italia nei primi anni Novanta come profugo. Oggi vive a Milano dove lavora come docente, sceneggiatore e giornalista freelance. Il suo primo romanzo Eloì, Eloì, è, per molti aspetti, un’autobiografia ambientata tra Mostar e Milano. «Il protagonista della “lettera” – spiega Alen – arriva da lontano e resta affascinato dall’organizzazione disorganizzata italiana. In realtà il mio intento è ironico. Con riferimento alla tendenza italica alla maestria dell’incompiuto, ho fatto mie le parole dello scrittore Ennio Flaiano, il quale diceva: “In Italia non c’è niente di più definitivo del provvisorio”. Ho l’impressione che la gente si interessi poco della cosa pubblica e che, quando capita, ciò avvenga più per opportunismo politico. Ci sono casi – pensiamo all’autostrada Salerno-Reggio Calabria – che evidenziano come la “pratica” della “teoria” sia improvvisata e non finalizzata al bene comune. I problemi sono tanti, dalla mafia alle morti sul lavoro, dalla mancata prevenzione per la sicurezza sulle strade agli infiniti cantieri di opere pubbliche mai realizzate. Sono più di cento gli ospedali iniziati e mai finiti. Basti poi pensare alle infiltrazioni della ‘ndrangheta negli appalti dell’Expo 2015 di Milano. Insomma, in questo passaggio dalla “teoria” alla “pratica”, a mio avviso l’Italia deve lavorare ancora parecchio, soprattutto a livello di mentalità diffusa».
Per Alen l’Italia è un Paese curioso e pure solidale, anche se negli ultimi tempi si assiste al prevalere dell’egoismo. «Questo perché abbiamo troppa paura, spesso ingiustificata, del futuro. Pensiamo a quella dello straniero: forse ne avremmo tutti di meno se avessimo maggiore consapevolezza della nostra identità. In generale, mi sembra che manchi un senso diffuso di appartenenza. D’altronde è difficile averlo col dilagante individualismo. Infatti, se ognuno è portatore e difensore strenuo del proprio vantaggio personale, è difficile che si crei e si preservi una mentalità di gruppo».
Un’analisi lucida, come quella di Aiko che aggiunge: «Se fossi un amministratore pubblico, in testa all’ agenda di impegni metterei i temi sociali, dalla casa alla qualità della vita per ogni persona, al di là del ceto, della religione, dell’età, del Paese di appartenenza». Anche perché «puntare il dito contro qualcuno o qualcosa tradisce un distacco molto simile a quello delle due venete “longobarde” protagoniste del mio racconto: si indignavano col coinquilino “sudicio” e non sapevano fare la raccolta differenziata».
In fondo, siamo
un po’ tutti longobardi. (Nicoletta Masetto-Il Messaggero di sant’Antonio, edizione
italiana per l’estero/