“MORIRE DI LAVORO”
Le morti bianche: incontro a L’Aquila con
il regista Daniele Segre
Giornata di denuncia e riflessione con
giovani, promossa dalla Lanterna Magica per
L’AQUILA – Ha dedicato l’intera mattinata del 29 aprile
il regista Daniele Segre agli studenti delle scuole superiori cittadine, in
un incontro dibattito sul dramma delle morti sul lavoro, tenutosi all’auditorium
“Sericchi” della Cassa di Risparmio dell’Aquila, seguito alla proiezione del
lungometraggio “Morire di lavoro”, il suo film denuncia di forte impatto emotivo.
In questo modo l’Istituto Cinematografico dell’Aquila “
E’ un viaggio difficile e doloroso, ma necessario, per
testimoniare e provocare ancor più l'attenzione sul mondo del lavoro italiano
dove ogni giorno muoiono 4 lavoratori, oltre alle migliaia che rimangono lesi
da incidenti sui luoghi di lavoro, per non parlare delle vedove e degli orfani
"da lavoro". Nel febbraio del 2008 il film “Morire di lavoro” fu presentato in anteprima a Roma, alla
Camera dei Deputati, e un mese dopo al Parlamento Europeo, a Strasburgo. Da
quel momento “Morire di lavoro” intraprende un lungo tour di presentazioni in
tutta Italia, riscuotendo grande attenzione da giornali, televisioni e radio
nazionali, richiamando anzi tutto l’interesse e la riflessione su un grave tema
sociale che alla presa di coscienza impone, per i suoi risvolti, misure sempre
più stringenti di prevenzione e controllo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro
e di repressione degli abusi nei cantieri. A partire
dagli anni Sessanta del secolo scorso,
in seno al movimento operaio italiano, si è diffuso il termine omicidi del lavoro per
indicare con nettezza le responsabilità dirette dei sistemi di produzione delle
economie industrializzate rispetto alle scarse condizioni di sicurezza dei luoghi
di lavoro, causa diretta di migliaia di morti che si verificano ogni anno nel
mondo, specialmente nel settore edile,
nelle miniere e nel settore siderurgico.
Negli ultimi anni, sui mezzi d’informazione
e dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori, per definire il fenomeno sono
stati sempre più frequentemente usati i termini di morti bianche e omicidi bianchi, dove l’attributo “bianco” allude all’assenza d’una
mano direttamente responsabile dell’incidente. Ma la recente sentenza della
Corte d’Appello di Torino sul caso della ThyssenKrupp (7 operasi morti nell’incidente
del dicembre 2007), con pesanti condanne per “omicidio volontario con dolo eventuale”
è un fatto storico che, se confermato fino a sentenza definitiva, è destinata
a cambiare in modo radicale il trattamento giudiziario degli incidenti del lavoro.
Il fenomeno è di assoluta gravità, come più volte sottolineato dal
Capo dello Stato. D’altronde i numeri non si possono smentire. Dall'inizio dell'anno al 5 maggio scorso, documenta l’Osservatorio Indipendente
di Bologna, ci sono stati 207 morti per infortuni sui luoghi di lavoro,
ma si arriva a contarne oltre 400 se si aggiungono i lavoratori deceduti
sulle strade e in itinere. Sui luoghi di lavoro erano 155, il 5 maggio
2010, esattamente un anno fa, dunque con un aumento vertiginoso delle vittime,
più del 32 per cento. Sui cantieri edili, con 60 vittime, ha
registrato dall'inizio dell'anno il 29 per cento sul totale, mentre l’agricoltura
con 57 vittime registra il 28. L’industria ha già avuto 22 morti
con l’11 per cento, l’autotrasporto 15 con il 7,5 per cento.
“…Purtroppo le previsioni - scrive Carlo Soricelli dell’Osservatorio
di Bologna - hanno confermato quanto avevamo
scritto: la situazione è ancora più drammatica di come l’avevamo prospettata”.
Le regioni in testa a questa triste classifica sono
Ma veniamo all’evento. Una
breve presentazione dell’Autore e l’introduzione del responsabile artistico
dell’Istituto, Piercesare Stagni, hanno preparato alla visione del film gli
studenti ed i loro insegnanti, in una sala piena in ogni ordine di posti e molto
attenta. A proiezione conclusa - 88 minuti di forte denuncia nelle testimonianze
dei familiari delle vittime o dalle esperienze vissute dei lavoratori che raccontano
le condizioni dei cantieri, l’elusione delle norme di sicurezza e dell’assicurazione
dei lavoratori, i ricatti e le vessazioni dei datori di lavoro sul trattamento
economico, il lavoro nero - molto intenso è stato il dibattito e gli approfondimenti
sul tema, cui Daniele Segre ha risposto con chiarezza e competenza su un dramma
sociale che egli ha scandagliato in ogni aspetto, ascoltando in giro per l’Italia
i problemi dalla viva voce dei protagonisti. Noi, che abbiamo avuto l’opportunità
di parlare con il regista in tutta tranquillità la sera precedente, poi nel
corso dell’evento, lo abbiamo scoperto come professionista scrupoloso e di grande
sensibilità, anche per il bagaglio morale, oltre che intellettuale, di cui dispone.
Una bella persona, senza dubbio, ricca interiormente con cui è assai gradevole
conversare, aperta e disponibile, per quanto il carattere appaia riservato.
La semplicità, che di solito accompagna le persone di grande valore, è uno dei
tratti distintivi di Daniele Segre. Tanto ci consente di rivolgergli qualche
domanda.
Daniele Segre, regista documentarista, dagli inizi degli
anni Settanta ha legato i suoi lavori alle trasformazioni del mondo del lavoro,
alle problematiche complesse dell’universo giovanile e all'emarginazione. Può
spiegare le ragioni di una scelta artistica così difficile e coraggiosa?
“Ho sempre cercato di analizzare le situazioni
complesse che con il passare degli anni la società attuale proponeva ed ho avuto
spunti assolutamente interessanti per comprendere meglio le varie realtà legate
al mondo del lavoro, dei giovani e delle fasce più sociali più deboli”.
Lo scorso 9 aprile, la sua società di produzione “I Cammelli”
ha compiuto trent'anni di attività. Può parlarci di questa esperienza?
“E’ un’esperienza difficile, lunga e complessa,
perché fuori dai grandi canali di distribuzione. Ma ricca e densa di soddisfazioni,
perché abbiamo ottenuto risultati assolutamente significativi, inserendo decine
di giovani nel mondo dell'audiovisivo e quindi del lavoro”.
“Morire di lavoro”
è un docu-film che lei ha girato nel 2007 e che si cala perfettamente nell’attuale
realtà dell’Aquila e del suo comprensorio. Nella città devastata dal terremoto,
quali sono le sue impressioni?
“E' un film che denuncia il malaffare, una cultura
diffusa in gran parte della nostra società. La logica del profitto e del benessere
personale che prevale su tutto. La mia riflessione principale è destinata alle
giovani generazioni che oggi ho il piacere d’incontrare qui a L'Aquila, in una
città bellissima ferita da una terribile calamità naturale. Siate liberi di
pensare e lottate sempre per la giustizia e per la legalità. E’ proprio in questo
modo che avrete la sensazione di cambiare qualcosa in voi stessi, negli altri
e nella società”.
Accanto al regista c’è il presidente dell’Istituto Cinematografico
dell’Aquila, Carlo Di Stanislao. Anche a lui qualche domanda.
Presidente, lei è alla guida dell'Istituto Cinematografico
dal 2009. Possiamo fare un consuntivo di questi primi due anni e, sopra tutto,
quali sono le prospettive per il futuro?
“Un bilancio direi senz'altro positivo. Dopo
un primo periodo di fermo forzato, derivato dai tragici eventi del terremoto
e dai gravi danni che il sisma ha inferto alle nostre strutture,
Perché l'invito a Daniele Segre?
“Daniele Segre è uno dei registi più appartati
e seri che ci siano nel nostro Paese, che con le sue opere, da Testadura
sino al cinefilico Je m'appelle Morando.
Alfabeto Morandini, ha dimostrato come
si può davvero realizzare un cinema della realtà, ma con uno sguardo autoriale.
Naturalmente, è superfluo ricordare l'importanza dell'evento odierno in concomitanza
del 1° Maggio, Festa dei lavoratori. E’ stato un privilegio averlo con noi,
ma non sarà questa l’unica occasione. Ieri (28 aprile, ndr)
Daniele Segre ha visitato con me L’Aquila. E’ rimasto fortemente colpito dalle
ferite profonde che il terremoto ha lasciato sul suo prezioso patrimonio architettonico.
Lo ha molto impressionato il silenzio e la desolazione di un centro storico
tra i più belli d’Italia. E’ necessario che torni a rivivere presto, e con esso
la comunità aquilana, ricca della sua storia e della sua coscienza civile ”.
Appuntamento, dunque, alla prossima occasione, come il
presidente della Lanterna Magica già prevede. E c’è da credergli a Carlo Di
Stanislao, medico stimato ed affermato, che all’impegno professionale presso
l’ospedale civile aquilano associa molteplici altri interessi culturali, sinologo
con una conoscenza profonda delle culture orientali, giornalista e scrittore,
infine grande appassionato della settima arte e raffinato cinefilo. (Goffredo
Palmerini-