ITALIANI ALL’ESTERO
Porta (Pd) su riforma dei Comites e del Cgie, rete consolare e unità d’Italia
“La proposta di legge Tofani
non tiene conto dell’evoluzione del mondo dell’emigrazione e delle riflessioni
fatte dalle associazioni e dagli organi di rappresentanza”
ROMA - Nonostante la campagna elettorale per le imminenti
elezioni amministrative,che di fatto assorbe sempre di più l’attenzione delle
forze politiche, nelle ultime settimane la macchina parlamentare ha ripreso
ad occuparsi delle tematiche relative agli italiani all’estero. Molto presto
dell’Aula del Senato saranno infatti discussi due provvedimenti molto importanti
per le nostre comunità nel mondo come la riforma dei Comites
e del Cgie, e la mozione che chiede una temporanea
moratoria del programma di ristrutturazione della nostra rete consolare. Due
iniziative parlamentari che hanno già al loro attivo alcuni passaggi in Aula.
Su queste ed altre tematiche abbiamo chiesto un parere, al margine del seminario
promosso dal Partito democratico sul ruolo dell’emigrazione nella storia
dell’Unità d’Italia, a Fabio Porta, deputato del Pd eletto nella ripartizione
America Meridionale.
Fra pochi giorni l’aula del Senato tornerà a discutere
la proposta di legge Tofani che riforma gli organi
di rappresentanza degli italiani all’estero. Cosa ci può dire in proposito?
E’ una proposta di legge che non tiene conto in nessun
modo dell’evoluzione del mondo dell’emigrazione e delle riflessioni che si sono
fatte a livello associativo e all’interno degli organi di rappresentanza degli
italiani all’estero. Un parlamentare come me che viene dall’America meridionale
considera questa riforma pericolosa perché cancella la presenza degli italiani
di seconda e terza generazione e aumenta con l’introduzione del sistema maggioritario
la possibile influenza di gruppi e potentati sui Comites, sul Cgie ed anche sulle
elezioni politiche, Io spero che emerga una posizione netta di tutto il Partito
democratico e dei suoi parlamentari alla Camera ed al Senato di opposizione
a questa legge.
Verrà presto discussa, sempre a Palazzo Madama, la mozione
che chiede al Governo di applicare una temporanea moratoria all’applicazione
del piano di ristrutturazione della rete consolare. Come valuta questa iniziativa?
La moratoria alla razionalizzazione è una decisione saggia
perché permette di ponderare con calma alcune decisioni. Per quanto riguarda
l’America Latina noi assistiamo ad una specie di ‘chiusura soft’ e non ufficiale
di tanti consolati che, pur continuando ad essere aperti, vengono ridimensionati
e non hanno più la forza di dare quei servizi che offrivano in precedenza, ed
anche i consolati onorari non hanno più alcun potere. In Brasile inoltre la
task force, istituita per risolvere il problema dello
smaltimento degli arretrati delle pratiche di cittadinanza, non ha dato risultati.
Quindi in realtà il problema consolare continua ad essere irrisolto da un governo
che potrebbe anche portare avanti un’opera di razionalizzazione, ma in maniera
intelligente. Riducendo ad esempio gli sprechi attraverso la diminuzione del
numero degli impiegati che si mandano all’estero, e valorizzando al contempo
le risorse locali. Questo non si fa e si continua a lavorare a vista. Quindi
la moratoria è l’unica soluzione, ma è ovviamente un provvedimento tampone.
Unità d’Italia e connazionali all’estero. E’ questo il
binomio che caratterizzerà la prossima assemblea plenaria del Cgie in programma a Torino dal 18 al 20 maggio. Cosa le suggerisce
questo accostamento?
A questo proposito ricordo che ho presentato una proposta
di legge, vorrei che fosse fatta propria da tutti i parlamentari eletti all’estero
e dal Cgie, volta ad introdurre nelle scuole l’insegnamento
della storia dell’Italia del mondo. Credo infatti che l’unico contributo serio
che noi possiamo dare in questo momento sia quello della cultura e dell’informazione
ad un’Italia che sta dimenticando, dall’opinione pubblica fino alle istituzioni,
questa parte del paese all’estero. In questo senso è importante che il Cgie
si riunisca a Torino, perché rappresenta un segno non secondario di un’Italia
che ricorda il più grande fenomeno, dal punto di vista sociale, di questi 150
anni e cioè l’esodo di decine di milioni di nostri connazionali all’estero.
(G.M./