INFORM - N. 88 - 6 maggio 2011


PARTITI

L’emigrazione nella storia d’Italia: seminario Pd per i 150 anni di Unità nazionale

Interventi di Emilio Franzina, Andreina De Clementi, Enrico Pugliese, Carolina Brandi. “Compito di noi parlamentari è rinnovare la memoria di ciò che è stato il fenomeno migratorio – dice Farina. Tra gli interventi di saluto anche quello di Michele Consiglio (Acli), che ribadisce contrarietà alla proposta di legge Tofani

 

ROMA – E’ stata dedicata all’emigrazione nella storia d’Italia la prima sessione di lavori del seminario organizzato dal Partito democratico “Una grande Italia oltre l’Italia” nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità nazionale, ieri a Roma presso il Teatro dei comici.

Gianni Farina, deputato democratico eletto nella ripartizione Europa, ha presieduto i lavori ricordando come sia proprio compito dei parlamentari espressi dalla collettività all’estero rinnovare la memoria di ciò che è stato il fenomeno migratorio per il Paese, compito a cui è dedicato anche  lo spazio di approfondimento del seminario.

Un saluto ai presenti è stato rivolto anche da Beatrice Biagini, presidente dei delegati esteri che fanno parte dell’assemblea nazionale del Pd, che ha messo il luce come sia necessario comprendere meglio quale sia l’emigrazione italiana oggi e come il suo aspetto sia cambiato, sia per il succedersi delle generazioni che per la nuove forme di mobilità che oggi caratterizzano il nostro Paese.

Emilio Franzina, docente all’Università di Verona, ha rimarcato come l’emigrazione sia spesso stata rimossa dai manuali di storia e dall’agenda politica o usata in modo strumentale nel dibattito interno all’opinione pubblica. “Gli emigranti sono stati invece un motore di trasformazione e modernizzazione importante per la terra di origine - ha ricordato Franzina. – Le loro rimesse hanno contribuito al benessere dei parenti rimasti in Italia, alla tenuta della bilancia commerciale italiana, all’avvio e al progresso dell’industrializzazione nei più diversi campi, basti pensare all’industria armatoriale”. L’emigrazione ha cambiato la fisionomia dei Paesi sia con le partenze che con il ritorno dei cittadini dopo una vita di lavoro all’estero: “questi ultimi hanno introdotto in Italia nuovi stili di vita, hanno investito spesso nel patrimonio paesaggistico ed immobiliare italiano e, cosa più importante – afferma Franzina, - hanno coltivato un senso di appartenenza nazionale e maturato un’esperienza che oggi andrebbe utilizzata quale antidoto nei momenti difficili cui assistiamo in queste ultime settimane in Italia”.

Sul senso di appartenenza sviluppato dalle collettività italiane all’estero si è soffermata anche Andreina De Clementi dell’Università Orientale di Napoli, che ha ricordato in particolare il ruolo giocato in proposito dai giornali italiani pubblicati all’estero, citando uno dei più noti, “Il progresso italo-americano”, stampato negli Stati Uniti dalla fine del 1800. “Un giornale che arrivò ha stampare sino a 120.000 copie al giorno nel 1916 e contribuì in modo determinante alla costruzione di quella comunità immaginata che tenne uniti milioni di connazionali emigrati oltreoceano – ha affermato la De Clementi, segnalando anche l’importante ruolo svolto dalla chiesa nel processo di identificazione dei migranti quale gruppo di nazionalità italiana, attraverso la creazione di nuovi ordini dediti proprio alla loro assistenza.

Carolina Brandi del CNR si è invece soffermata sull’emigrazione verso l’estero di figure professionali e altamente formate in Italia, presentando alcune indagini sulle motivazioni che attraggono i giovani ricercatori o professionisti all’estero e sul significato di questo tipo di emigrazione per l’Italia. Secondo i dati esposti, la maggioranza dei ricercatori italiani all’estero sono emigrati perché non avevano trovato in Italia un posto di lavoro adeguato alle competenze acquisite, mentre circa un quarto era impegnato in Università italiane ma con contratti precari. “Una condizione che ci dice quale sia il profilo industriale e occupazionale che caratterizza il nostro Paese – ha segnalato Carolina Brandi – dove risultano trainanti i settori del welfare o dell’edilizia, piuttosto che quelli della ricerca”. I dati che destano più preoccupazione sono però quelli relativi alle prospettive future di questi giovani: la maggioranza di coloro che lavorano all’estero non pensano infatti di fare ritorno in Italia. “Se pensiamo che anche i ricercatori stranieri che vengono in Italia per un periodo di studio poi non si fermano a risiedere stabilmente nel nostro Paese possiamo parlare per l’Italia di un vero e proprio brain drain, ossia di un impoverimento dato dalla fuoriuscita degli elementi più formati all’estero, fuoriuscita che non trova adeguata compensazione – afferma Carolina Brandi.

Infine, Enrico Pugliese dell’Università Federico II di Napoli ha richiamato la necessità di indagare più a fondo sui numeri e i modi dei flussi in ingresso e uscita dall’Italia. “Anche quando il saldo migratorio è negativo, come oggi – ha detto, - sono in movimento moltissimi cittadini. Studiare e capire chi sono coloro che si spostano oggi, i fenomeni che hanno contraddistinto la nostra emigrazione, ci aiuterebbe moltissimo a comprendere l’immigrazione e aiuterebbe in primo luogo la politica a non compiere scelte azzardate in materia, per non dire del tutto errate”.

Pugliese critica infatti il concetto di “emigrazione transitoria” e ritiene che sia da riformare anche la legge sull’acquisizione della cittadinanza italiana, “che deve essere ricalibrata in qualche modo per i cittadini di origine italiana che risiedono all’estero e ripensata nei confronti degli immigrati, consentendo loro di scegliere i rappresentanti nel Paese in cui effettivamente vivono”.

Ha salutato i presenti a fine mattinata anche Michele Consiglio, presidente nazionale delle Acli, che ha segnalato come la comprensione dell’emigrazione aiuti ad affrontare meglio anche la dimensione globalizzata in cui l’Italia si trova inserita da tempo. “L’emigrazione non è solo un fatto individuale, sono le reti dell’associazionismo a dare senso e valore alla nostra presenza all’estero – conclude Consiglio richiamando la sua contrarietà alla proposta di riforma degli organismi di rappresentanza in discussione al Parlamento. “La proposta Tofani comporta un annullamento della rappresentanze associative che sino ad oggi sono state così importanti per i nostri connazionali. Se fosse approvata in sede legislativa, penso che sarebbe meglio allora rinunciare al voto all’estero”. (Viviana Pansa – Inform)

 


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