INFORM - N. 81 - 27 aprile 2011
MEMORIA
Il partigiano a stelle e strisce
90 anni fa nasceva Renato Berardinucci,
un italo-americano eroe della Resistenza
Si sono dimenticati
di loro. Giovani, coraggiosi e coerenti, in tanti morirono sul fronte immersi
nelle divise dell’esercito italiano o sulle navi dentro i panni della Marina.
E tanti riuscirono a ritornare a casa, per poi decidere di tornare nelle terre,
al di là dell’Oceano, dalle quali erano salpate per portare il loro contributo
di italiani. In tanti combatterono e morirono con la divisa a stelle e strisce,
accompagnati da un nome italoamericano che ne racchiudeva l’essenza e ne esaltava
la tenacia, onorati da un registro militare e da una compagnia che ne avrebbe
preservato le gesta.
Ma loro no, loro
furono dimenticati. Semplicemente inghiottiti dal tempo e dall’euforia della
rinascita, scomode pietre rimaste indietro nella valanga liberatoria della guerra
d’Italia. Erano i ragazzi italoamericani uccisi nell’oscura battaglia della
resistenza, passati per le armi dai plotoni nazifascisti con l’infamia di essere
spie o semplicemente come nemici da eliminare. E per loro ci fu davvero poca
gloria, in quel 25 aprile del 1945: quando il paese scoppiò
di felicità per le armi che tacevano - finalmente- la loro storia fu frettolosamente
rimossa e seppellita nella grande fossa della dimenticanza. Senza troppi romanticismi.
Ma non era stato
un semplice bagliore, quello che aveva spinto tanti italiani nati nelle Americhe
ad attraversare l’Atlantico per unirsi alle truppe dell’esercito di Mussolini.
E altrettanto profonda sarebbe stata anche la motivazione che avrebbe spinto
tanti italoamericani a scegliere la guerra partigiana, per riscattare sul campo
i valori di democrazia iscritti nel loro DNA e uniti temporaneamente all’orgoglio
di servire sua Maestà Vittorio Emanuele.
Profondo fu l’amore
che aveva spinto ad esempio Renato Berardinucci sulla terra dei suoi avi. Nato
il 1° giugno 1921 a
Filadelfia, Renato aveva infatti deciso di tornare in Italia per compiere gli
studi superiori e si era stabilito a Pescara, allora tranquilla cittadina cresciuta
all’ombra dell’orgoglio per il suo poeta Gabriele D’Annunzio. Renato non divenne
però mai un cittadino italiano; arrivato in Italia nel 1939, il giovane visse
in prima persona tutti i drammi della popolazione civile martoriata dalle battaglie
e dai bombardamenti e si ritrovò, insieme all’adorata madre, sulla linea del
fuoco, durante la difficilissima avanzata alleata. In una regione devastata
letteralmente da mesi e mesi di combattimenti all’ultimo uomo, l’italoamericano
dovette affrontare il destino di gran
parte della popolazione, sopravvissuta a più di un bombardamento aereo e alle
sistematiche spoliazioni da parte delle truppe tedesche in ritirata. Erano quelli
momenti drammatici anche per le scelte di campo. L’esercito italiano era dissolto
e nei mesi successivi gli italiani si dilaniarono nella scelta tra la Resistenza e l’adesione
alla neonata Repubblica di Salò. Molti coraggiosamente ripresero le armi, radunandosi
in battaglioni partigiani. Avevano deciso di difendere la loro terra. Senza
troppi perché e con la ferrea volontà di chi crede soltanto nelle proprie radici.
Anche l’Abruzzo partecipò a questi avvenimenti. Nei mesi che accompagnarono
il sanguinosissimo teatro bellico di Ortona (ancora oggi il cimitero canadese
ne ricorda gli strazianti avvenimenti) molti giovani presero la via delle montagne
per offrire coraggio e utili informazioni alle avanguardie alleate. Renato Berardinucci
era sfollato con sua madre in un piccolo paese dell’entroterra e al pari di
altri giovani, aveva deciso di dare il suo contributo. Era cresciuto nella civilissima
Filadelfia e degli umori della Pennsylvania si era nutrita la sua adolescenza.
Non poteva rimanere indifferente al collasso di una nazione e alla barbarie
di una guerra che seminava morti innocenti tra la popolazione rastrellata dai
nazifascisti come scudo umano o per rappresaglia contro le azioni partigiane.
Quella guerra per il riscatto dell’Italia doveva essere anche sua. Iniziò così
la sua personale battaglia contro l’occupazione nemica. Appassionato propugnatore
degli ideali democratici, Renato Berardinucci attirò intorno a sé altri ragazzi
coraggiosi e gli occhi indiscreti di chi si guadagnava da vivere con la delazione.
Con i suoi amici iniziò la vita raminga dei partigiani e le azioni belliche
ai danni delle truppe tedesche e delle squadre fasciste. Nonostante i moniti
di altri partigiani e le suppliche di altri italoamericani (tra essi anche Giovanni
Michelucci - anche lui nato a Filadelfia - , appena rientrato da dodici lunghi
anni di servizio nella Regia Marina), Renato decise di rispondere con le armi
alle angherie delle forze d’occupazione e partecipò a più di un’azione, tra
le colline e le montagne dell’Appennino. Tradito dalle spie filofasciste, dovette
però abbandonare le sue coperture ufficiali e lasciare i paesetti della costa
per tentare di unirsi alle truppe alleate in avanzata. Quando ormai la liberazione
era imminente egli fu così costretto a partire con il suo gruppo “Giacomo Leopardi”
in direzione dell’Aquila, dove il fronte sembrava ormai prossimo alla caduta.
E fu soprattutto costretto a portare con sé una mamma apprensiva, incapace di
staccarsi da quel figlio adorato che aveva voluto studente in Italia. Nel gruppo
partigiano, rallentato dalla fatica di una donna anziana e non in ottime condizioni
fisiche, Renato decise di restare in retroguardia e mandò velocemente
avanti la gran parte dei suoi compagni. Si attardò insieme ad altri tre partigiani
per dare conforto alla madre e nei pressi di San Pio delle Camere fu catturato
dai tedeschi, che avevano premura di ritirarsi e di raggiungere una linea più
tranquilla a settentrione della città dell’Aquila. La madre di Renato ebbe la
possibilità di essere libera ma non volle abbandonare il suo sfortunato figlio,
tanto da provocare la reazione stizzita dei carcerieri. Picchiata selvaggiamente
con il calcio del fucile, la madre coraggio venne lasciata nella polvere, sanguinante.
Raccolta e medicata, sopravvisse e rientrò a Filadelfia per espiare con il dolore
(entrando e uscendo dalle cliniche) il resto della propria esistenza, convinta
di essere l’unica colpevole del destino del figlio.
Renato in effetti
andò presto incontro alla morte. Per un plotone in ritirata, i prigionieri sono
solo un peso inutile e tali vennero considerati i quattro partigiani. Un tribunale
improvvisato li condannò così alla fucilazione. Berardinucci inoltre fu condannato
doppiamente: per la sua nazionalità “americana” e per i suoi vestiti civili.
Considerato anche una spia alleata, gli venne imposto la fucilazione alle spalle,
e il luogo dell’esecuzione fu scelto nel cimitero
di un piccolo paese dell’Appennino aquilano: Arischia. I condannati furono obbligati
a scavarsi la fossa e finita la macabra operazione si prepararono a pagare con
la vita la loro scelta per la causa. Ma non tutti si arresero con rassegnazione
alla morte. Renato Berardinucci chiamò a sé l’ufficiale incaricato al comando
dell’esecuzione e afferratolo con tutte le sue forze lo sopraffece, permettendo
ai compagni di tentare la fuga. Per due di loro, il gesto dell’italoamericano
significò la vita. Berardinucci infatti lottò da solo contro l’intero plotone
finendo infine massacrato sotto i colpi sferzati con i calci dei fucili. Un
altro compagno – Vermondo Di Federico - venne
colpito dalle pallottole, rimanendo sul terreno, nel piccolo cimitero di paese.
Accadde tra il 10 e l’11 giugno del 1944.
Il gesto eroico
di Berardinucci e Vermondo Di Federico non fu dimenticato. Non subito. La sua
storia fu raccontata dai compagni superstiti e gli valse la medaglia d’oro al
valor militare: un riconoscimento postumo per il sacrificio e l’eroismo mostrato
nella lotta contro l’occupazione tedesca. Ma sarebbe stata una soddisfazione
aleatoria! A distanza di più di sessanta anni, a parte il nome iscritto nella toponomastica
della città (e il ricordo del fratello Louis, che per anni gli sopravvisse
a Brooklyn, conservando la medaglia al valore militare), tutti sembrano
aver dimenticato il sacrificio di Berardinucci e di tanti altri giovani, immolati
nel nome della libertà. Anche nei libri di storia. (Generoso D’Agnese-Inform)