STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Su “Tribuna Italiana” di oggi l’editoriale
del direttore Marco Basti
Il nostro voto e la nostra rappresentanza
BUENOS AIRES - Cosa succederà con il voto degli italiani all’estero?
Negli ultimi due numeri della nostra Tribuna Italiana abbiamo parlato del voto degli italiani all’estero, approvato alla fine dell’anno 2001 e messo in pratica nelle elezioni politiche degli anni 2006 e 2008.
Un voto che ha consentito agli italiani residenti all’estero di eleggere ogni volta sei senatori e dodici deputati al Parlamento italiano, in rappresentanza dei cittadini italiani residenti oltreconfine. Un voto che non ha avuto, purtroppo, gli effetti che speravamo, perché dopo alcuni primi risultati positivi, durante il governo Prodi, c’è stato un arretramento notevole nelle politiche che ci riguardano ed è calato completamente l’interesse in Italia per le vicende che ci riguardano, scomparendo praticamente dall’agenda politica.
Praticamente, perché gli addetti ai lavori, hanno continuato a dibattere, anche quando non hanno avuto quasi nessuna eco nel mondo politico e nei media italiani.
Per addetti ai lavoro intendiamo in primo luogo la struttura di rappresentanza costruita lungo decenni, fatta dai parlamentari eletti all’estero, dal CGIE, dai Comites, ai quali si aggiungono a livello locale le associazioni e in Italia da quanti da decenni si sono occupati di italiani all’estero, come associazioni nazionali dell’emigrazione e patronati, legate a partiti o a sindacati.
Dal dibattito emergono posizioni non unitarie, sia sul sistema di voto per corrispondenza, deciso a suo tempo per eleggere i Comites e i deputati e senatori, sia su quale dev’essere l’orientamento delle riforme delle leggi istitutive dei Comites e del CGIE.
Leggi che, come si ricorderà, furono già modificate nel 2003 per adeguarle alla nuova realtà di allora, del voto all’estero e che comunque sia il governo, sia un fronte trasversale di esponenti politici, sia gli stessi Comites e il CGIE, ritengono debba essere fatta.
Una riforma che avrebbe dovuto essere pronta per le elezioni che dovevano svolgersi nel 2009, poi rinviate al 2010 e che ora il sottosegretario Mantica ha assicurato, si faranno comunque, anche in assenza delle nuove leggi, entro il 2012.
Anche per quanto riguarda il voto degli italiani all’estero ci sono state numerose prese di posizione, anch’esse trasversali (cioè fatte da esponenti di partiti diversi, anche in contrasto con settori del proprio schieramento politico), che vanno dall’abrogazione del voto e della circoscrizione estero alla riduzione del numero di parlamentari, alla modifica del sistema di voto.
Una situazione che in parte si è vista la settimana scorsa a Montevideo, quando i senatori Micheloni e Giai e il deputato Porta, hanno evidenziato i diversi orientamenti - pienamente legittimi - delle rispettive proposte di modifica della legge sul CGIE. Porta e Micheloni sono entrambi del Partito democratico e Mirella Giai è senatrice del Movimento Associativo degli Italiani all’Estero. Tutti e tre eletti all’estero. A dimostrazione, come scrivevamo negli ultimi numeri, delle difficoltà per i nostri parlamentari, al di là della buona volontà dei protagonisti, di lavorare insieme.
Con l’attuale situazione politica, si tratta di un dibattito probabilmente destinato a rimanere in sordina, fino a quando non interesserà i vertici della politica italiana. Forse in questi giorni che si torna a parlare di voto anticipato e dell’eventualità di modifiche delle leggi elettorali, l’argomento voto degli italiani all’estero potrebbe tornare di attualità, ma è difficile che ciò avvenga.
Siamo quindi di fronte ad una situazione di incertezza, che sembra reclamare non soltanto il dialogo e l’accordo tra i nostri parlamentari, ma anche un dibattito profondo nelle nostre comunità, sul futuro della nostra rappresentanza.
E’ vero che dibattiti, convegni, congressi sulla questione vanno avanti da anni. Constatata però la mancanza di risultati e la situazione di stallo, sarebbe il caso di chiedersi quale è la ragione e mettersi al lavoro, anche perché l’evidente indifferenza della gente sul tema è una manifestazione di disaffezione che va preso sul serio.
Nel mese di giugno si andrà alle urne per rispondere ad alcuni quesiti referendari. Si tratta di una manifestazione della volontà degli elettori che abitualmente non ha molto seguito, ma che in precedenti consultazioni, ha avuto nella comunità italiana in Argentina, indici di partecipazione molto alta rispetto a quasi tutte le altre comunità all’estero e perfino rispetto all’Italia, perché sono state prese come dimostrazione dell’interesse degli italiani dell’Argentina per il voto.
Ci sarà da
vedere se il test di giugno, se si farà, confermerà tale interesse. (Marco Basti-Tribuna
Italiana/
marcobasti@tribunaitaliana.com.ar