INFORM - N. 73 - 14 aprile 2011


RASSEGNA STAMPA

Da “Paneacqua”

La shoah e la brava gente

“It Happened in Italy” è una cronaca fresca e ingenua di una storia a molti sconosciuta di alcuni campi di detenzione per ebrei in Italia, a Campagna e Ferramonti Tarsia

 

 

Elizabeth Bettina sono il nome e il cognome di una graziosa e ancora giovane newyorkese di origini italiane, che, curiosamente, ha sempre intrattenuto rapporti stabili con i nonni e con il paese di origine, il villaggio di Campagna in provincia di Salerno.

E’ solo per puro caso che, pochi anni fa, nel corso della solita vacanza estiva, Elizabeth ha scoperto un piccolo saggio, scritto e pubblicato a livello locale, sul campo di concentramento per ebrei allestito a Campagna durante la seconda guerra mondiale; nelle fotografie accluse a questo documento gli internati sono ben nutriti, decorosamente e spesso elegantemente vestiti, sorridenti tra un vescovo e un rabbino, in preghiera in una piccola sinagoga di fortuna.

Per la Bettina, cresciuta a New York e interessata come quasi tutti gli statunitensi alla storia della Shoah, il contrasto con ciò che i soldati americani hanno visto e testimoniato entrando a Dachau e a Mauthausen non potrebbe essere più scioccante. Vuole saperne di più, su questa inconcepibile umanità italiana.

Perché nessuno gliene ha mai parlato prima? E inizia  la sua instancabile ricerca, al di qua e al di là dell’oceano, su questo campo di raccolta, che lei rifiuta di chiamare di “concentramento”.

Scopre reduci del campo di Campagna e di quello di Ferramonti Tarsia, che ricordano il loro internamento italiano come un’oasi di umanità nel mare della feroce persecuzione nazista. Scopre che il vescovo del convento di Campagna in cui gli ebrei perseguitati trovavano rifugio era Monsignor Palatucci, zio di Giovanni ( quest’ultimo si prodigò a favore degli ebrei in Croazia, morì a Dachau ed è oggi onorato in Israele come “Giusto tra le nazioni”).

 It Happened in Italy è una cronaca fresca e ingenua – non priva di particolari superflui per gli italiani – in cui si racconta come, tra New York, Campagna e Long Island, decine di reduci si sono convinti a parlare; e il loro silenzio è in parte dovuto al fatto che gli “altri” superstiti, quelli dei lager nazisti, hanno raccontato cose infinitamente più atroci.

La Bettina è sorpresa anche dal silenzio degli anziani abitanti di Campagna, che sembra non trovassero interessante o singolare il loro comportamento tra il ’44 e il ’55. Correre ad avvertire i confinati delle incursioni dei  tedeschi per poi nascondersi nei boschi tutti insieme, fornire documenti falsi a getto continuo, dividere con gli ebrei quello che c’era da mangiare, allattare un neonato la cui mamma ebrea non ha latte, per gli italiani del sud tutto questo faceva molto semplicemente parte, in quegli anni, della sopravvivenza quotidiana. “Perché no? Siete cristiani come noi!” è il breve commento di un novantenne ex custode del centro di raccolta di Campagna nel riabbracciare un ex internato;  e l’autrice, che ha organizzato la rimpatriata, deve spiegare ai lettori americani che “cristiano” in Italia è, a livello popolare, sinonimo di essere umano. La conseguenza è stata che l’autrice sta dedicando la sua vita a rintracciare e onorare tutti gli italiani (vescovi, poliziotti in pensione, semplici vecchiette) che hanno dato il loro aiuto agli ebrei della Shoahin un piccolo villaggio del salernitano.

Elizabeth Bettina non è storica di professione e non ha indagato la persecuzione degli ebrei in Italia con il rigore di Daniel Carpi, Susan Zuccotti o Jonathan Steinberg; nella bibliografia del suo libro non cita cronache importanti. Ma ci lascia un documento commovente. (Gina Guandalini-Paneacqua.eu, 11 aprile 2011)

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