INFORM - N. 69 - 8 aprile 2011


LIBIA

Al Centro Studi Americani di Roma una tavola rotonda sulla crisi in Libia e l’Italia

Il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica richiama la necessità di “un’azione politica” per uscire dalla situazione di stallo venutasi a creare dopo l’intervento militare per il rispetto della “No Fly Zone”. Sono intervenuti anche il direttore di Limes Lucio Caracciolo, la giornalista Lucia Annunziata, il diplomatico Sergio Vento e Giuliano Amato

 

ROMA – Si è discusso della crisi in Libia e dell’Italia nella tavola rotonda organizzata ieri sera al Centro Studi Americani di Roma dalla rivista di geopolitica Limes e dall’Institute for Global Studies. Ospiti il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, la giornalista Lucia Annunziata, Sergio Vento, già ambasciatore italiano a Parigi e a Washington, il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica e Giuliano Amato.

Un incontro per cercare di capire ciò che sta accadendo in Libia all’indomani dell’intervento della coalizione internazionale autorizzata da una risoluzione delle Nazioni Unite per il rispetto della “No Fly Zone”, oggi guidato dalla Nato, e quale possa essere il suo esito, in tempi e modalità.

Suggestiva la ricostruzione offerta delle fasi precedenti l’intervento dal moderatore del confronto, Karim Mezran, direttore del Centro Studi Americani, che, introducendo i relatori, ha parlato di un’ipotesi di colpo di Stato in Libia i cui preparativi dovevano essere cominciati da mesi e che, nel caso si fosse verificato, alcuni Paesi occidentali, in primis la Francia, avrebbero prontamente appoggiato. L’interesse nutrito da Sarkozy per la fine del regime di Gheddafi avrebbe affrettato la decisione del deferimento del leader libico alla corte penale dell’Aja per crimini contro la popolazione, “un provvedimento che di fatto – afferma Mezran – ha impedito l’avvio di qualsiasi iniziativa diplomatica italiana per una possibile mediazione della difficile situazione creatasi”. Un ruolo significativo nel tessere “la narrativa principale sui fatti” in corso l’avrebbero avuta anche media come Al Jazeera e Al Arabiya, che hanno da subito parlato di una guerra di mercenari assoldati da Gheddafi contro il popolo libico, alimentando così l’attesa di un intervento umanitario, specie da parte degli Stati Uniti. “La speranza di una rivoluzione interna o di colpo di Stato domestico non ha avuto esiti – conclude Mezran – generando di fatto una situazione di stallo. Per porvi fine le ipotesi più probabili potrebbero essere l’attacco di terra o la divisione della Libia a metà, tra Cirenaica e Tripolitania, quest’ultima ancora sotto il controllo del colonnello, ma una simile soluzione non conviene di certo al popolo libico”.

Lucia Annunziata definisce l’ipotesi di golpe “affascinante”, ma difficilmente comprovabile, allo stato dei fatti. “Non possiamo negare che la situazione sia confusa e un po’ oscura. Solo da pochi giorni abbiamo appreso che non esiste un esercito di rivoltosi, ma volontari, forse al massimo 10 mila, dotati di armi di fortuna, spesso, e poco o nulla addestrati al loro utilizzo – afferma la giornalista Rai – ma non capiamo di che tipo di rivolta si tratti, se Gheddafi stia combattendo o se stia invece trattando”. “Quello che è certo – prosegue Annunziata – è che, qualsiasi cosa fosse stata in premessa, ora non è più sul campo. La confusione che si è creata mi pare inoltre più il frutto di come si siano mossi sino ad oggi Europa e Stati Uniti rispetto alla Libia”. Non solo l’Europa, infatti, ma anche l’amministrazione americana sarebbe divisa sull’intervento: lo stesso segretario della difesa statunitense, Robert Gates, ricorda Lucia Annunziata, avrebbe criticato il coinvolgimento militare. “Gli Usa hanno lasciato un pezzo di cuore in Africa, a causa dei fallimenti che si sono susseguiti in Somalia e altrove, ma, come l’Europa, peccano di impreparazione: Illary Clinton in particolare, - precisa - avrebbe voluto fare dell’intervento in Libia la nuova bandiera di una politica estera di stampo umanitario in Africa e Medio Oriente, senza accorgersi che qui abbiamo a che fare con uno Stato molto diverso da Egitto e Tunisia e che la caduta di Gheddafi avrà ripercussioni imprevedibili su tutta l’area”. Lucia Annunziata descrive la situazione attuale come “una trattativa di tutti i protagonisti con tutti”, una negoziazione totale dal cui esito dipende il futuro della regione.

Anche Lucio Caracciolo si sofferma sul ruolo dei media nei recenti avvenimenti, in particolare su Al Jazeera, “curiosa emittente – dice - che appartiene all’emiro del Qatar, sovrano assoluto che però si erge a paladino della liberazione del Medio Oriente”. Elenca altre “stranezze” che la crisi libica ha generato, come la linea di “non intervento” adottata dai Paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) insieme alla Germania, la coppia franco – inglese favorevole invece all’intervento, segnalando che “nessun altro, oltre a Italia e probabilmente alla Francia, si trovi a considerare la Libia come una priorità in politica estera”. Molto difficile sembra ormai la ricomposizione del fronte, “con attori sempre più determinati a combattersi”, mentre in Occidente regna la più totale incertezza: “parliamo di guerra umanitaria pur non essendo disposti a trarne tutte le conseguenze – afferma il direttore di Limes, descrivendo una “situazione inerziale che rischia di protrarsi in una sostanziale indifferenza, ad eccezione dell’Italia che però sembra guardare alla Libia solo attraverso la lente deformata dalle paure generate dai flussi migratori, questione – aggiunge – in merito a cui abbiamo dato il peggio di noi”. Se si dovesse giungere ad una trattativa, poi, Caracciolo si interroga sull’opportunità di giungervi con l’attuale leader libico e sull’eventualità, che ora pare ancora remota, di un suo isolamento nell’ambito di un entourage di governo al momento fedele e con cui si possa così trattare in seguito.

Sergio Vento si sofferma sulla cautela con cui dovrebbero essere forniti eventuali armamenti all’esercito che si oppone al colonnello e definisce l’accentuazione dell’azione contro Gheddafi “un diversivo per trovare soluzioni controllate alla situazione politica venutasi a creare in Egitto, attraverso un estabilishment militare o personaggi riconosciuti all’estero”. Evidenzia, infatti, come “in Algeria, dal 1992 ad oggi si sia protratta una guerra civile che ha causato circa 250 mila morti, con una dittatura militare che ha ormai raggiunto un livello di corruzione intollerabile, situazione in merito alla quale però nessuno ha mai valutato l’ipotesi di un intervento internazionale”.

Il sottosegretario Mantica parla di un “filo rosso” che lega i movimenti in corso nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, “una vicenda che mi pare azzardato chiamare primavera della democrazia – dice, – ma che forse è giusto chiamare l’alba di una primavera”. “Non credo che tutto ciò che sta avvenendo in questo momento sia del tutto casuale, ma neppure che ci sia una regia alla base – prosegue Mantica, precisando come l’attuale presidente americano Barack Obama abbia gettato, in particolare con il suo discorso all’Università del Cairo sui rapporti tra Stati Uniti e paesi arabi ad inizio mandato, “un seme per un cambiamento possibile, all’interno di quel mondo”. Un’idea di trasformazione che, per il sottosegretario, riprende l’idea di un “Grande Medio Oriente” già formulata nel corso della presidenza Bush. “Allora si pensava che facendo saltare un perno come l’Iraq, si sarebbe innescato un movimento che avrebbe contribuito alla democratizzazione dell’intera area – afferma il sottosegretario, ricordando come lui stesso avesse partecipato nel 2004 ad una conferenza sulla democrazia nello Yemen e sulla libertà di stampa, a Marrakech. “L’Egitto di Mubarak ci sembrava un gigante immobile, incapace di pensare al futuro – prosegue Mantica – e ad un rinnovamento necessario in un’area in cui numerosissima è la popolazione giovanile”. I cambiamenti innescati, “non previsti dalla stessa Europa – precisa il sottosegretario, – possono rivelarsi però positivi, se guardiamo con onestà a ciò che abbiamo di fronte”. Per Mantica infatti “pensare che Gheddafi si sarebbe fatto da parte come Mubarak o Ben Alì era frutto di una sottovalutazione politica e culturale della specificità libica”, una specificità che si è venuta determinando nel tempo anche attraverso i non facili rapporti che la Libia ha intrattenuto con l’America e tutto l’Occidente e dal ruolo che essa ha tentato di ritagliarsi all’interno dell’Unione africana e del mondo arabo. In questo difficile contesto si ineriscono a loro volta le relazioni con il nostro Paese, il più coinvolto negli esiti dell’intervento militare della coalizione.

“Ciò che dobbiamo fare adesso è salvare i civili di Misurata – afferma Mantica, che richiama la necessità, piuttosto che di armare i ribelli, di esercitare “un’azione politica che sarà certamente lunga e difficile. Occorrerà cioè la determinazione politica di togliere respiro al regime di Gheddafi e fare in modo di isolarlo dalla sua stessa classe dirigente, affinché non partecipi al tavolo delle trattative”.

Un’eventualità che al momento rimane sospesa, nella quantità di “incertezze e contraddizioni dell’episodio libico – conclude Giuliano Amato – che raramente abbiamo visto così elevata”. (Viviana Pansa – Inform)

 


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