INFORM - N. 245 - 31 dicembre 2010


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Da “Tribuna Italiana del 31.12.2010

Romano Martinelli: “Gli Italiani (quali?) faranno da sé?”

 

BUENOS AIRES - Fatta l’Italia, mancava fare gli italiani, stando a Massimo D’Azeglio, ex premier del Piemonte e uno degli scettici blu di storia nostra all’indomani della mezza specie di riunificazione risorgimentale 1859-60.

Da domandarsi se siano stati fatti. Ancora in forse, la risposta, un secolo e mezzo dopo, a quanto pare. Rimbombano da qualche decennio i "vaffanc..." sotto forma di eufemismi palleggiati tra “padani” reinventatisi “celti” - proprio quando in uno di centri originari dei veri presunti “celts”, Londra, asseriscono che non sono mai esistiti - e “latini”, in aggiunta al canonico cazzeggio di lunga data tra “polentoni” e “terroni” sotto gli occhi sornioni dei “padreterni” SPQR. Non basterebbe. Fanalino di coda nel ti-possa-venire-un-colpo intra-italico, ecco l’emigrato. Sembra soprattutto lui il bersaglio grosso dei patri giochi al parenti- serpenti e al menefreghismo. Nel suo quasi sconfinato impero d’antan, l’allora semi-onnipotente Inghilterra aveva il dogma “stick to your breed” (“fa sempre quadrato con la tua razza”, compresi scozzesi, gallesi e irlandesi, tutti ufficialmente nazioni a sé dentro il Regno Unito). L’odierna semi-impotente Italia sembra invece devota del comandamento “chi s’è visto, s’è visto” per l’espatriato permanente.

Si sarà visto sempre meno, di questo passo. A prescindere dal naturale arrivo a capolinea, causa anagrafe, la diaspora starebbe accelerando il suo assottigliamento con la scomparsa prematura di anziani fiaccati dagli stenti in, ad esempio, un’Argentina che, ad avviso di certi economisti, ha quadruplicato la miseria negli ultimi trent’anni. Bisognava mettercela proprio tutta per aver ridotto sul lastrico una nazioni ricca come questa, ringhiava, come si ricorderà, il comico oriundo nostrano Enrique Pinti.

Il Belpaese sta a guardare. “Magari stesse a guardare!”, sbuffa uno dei nostri a Buenos Aires. “Fa”, continua, “si attiva, e cioè taglia buona parte dei mai sufficienti fondi all’assistenza sanitaria ed altri per il residente all’estero nell’ultima Finanziaria con l’argomento della crisi globale”. Non si sta vantando di aver scoperto l’acqua calda. Sta prendendo atto dell’ennesimo scherzo fatto da Roma nel suo solito umorismo nero detto politica per l’emigrato, come se questi occupasse abusivamente un posto al sole, visto che quello legittimamente suo sarebbe sotto i cipressi.

E il “chi ha orecchi per intendere, intenda” pare scivolare addosso alla nostra collettività al Plata. Continua ad attendersi assistenza valida da un Belpaese che è riuscito a crearsi la fama di avere il quasi- monopolio degli slanci di cuore, ragione più che sufficiente, si direbbe, per non sporcarsi le mani con slanci di Finanziaria - oggi ribattezzata Legge di Stabilità, tipica definizione partorita dall’ozio intellettuale nella terra del “tutto a posto, niente in ordine” - per i suoi indigenti d’oltreoceano.

“Paghino”, si sente dire in Italia, “la corbelleria del trapianto in un’Argentina volta allo sfascio nonostante il suo mezzo secolo di prosperità finita da un pezzo com’era destino per il doppio vizietto dell’allegra finanza e del golpe facile. Ognuno” - scatta il sillogismo all’amatriciana -"si fa i cavoli suoi".

Cavoli amari per tanti “fratelli d`Italia” sotto la Croce del Sud. Premesso che la celebre spacconata sabauda l’ “Italia farà da sé” non diventi gli “italiani faranno da sé”. Fuori dall’Italia. Quaggiù, i connazionali, rivelatisi non di rado più nazionali di tanti di quelli rimasti nello Stivale, per conservazione di una profondità culturale scalzata lassù da un consumismo da bifolchi con in tasca la vincita al Superenalotto, e divenuti a un tempo cosmopoliti per apertura mentale maturata a stretto contatto di gomito con le 55 etnie dell’Argentina, hanno in astratto tutti i numeri per dare vita a una politica assistenziale autarchica. Basta volerlo. Come lo vollero i nostri “cafoni” dell’alluvione immigratorio a cavallo del Novecento, capaci di costruire ospedali italiani tra i più efficienti al mondo, associazioni di mutuo soccorso improntate a italianità fuori dall’ombra dei campanili di origine, quale l’Unione e Benevolenza, nata italiana prima che l’Italia nascesse italiana, e una diffusione culturale che la lasciato il segno nei cromosomi di discendenti propri e altrui.

Attività di ben minor respiro richiederebbe la nostra attuale diaspora, malgrado la sua maggiore caratura intellettuale di partenza e di acquisto, per venir incontro ai propri senzatutto presenti e imminenti. L’autotassarsi, con singole aliquote più che abbordabili data la consistenza numerica della comunità, frutterebbe risorse bastevoli al loro riscatto. La distribuzione capillare ai fruitori potrebbe farsi attraverso le associazioni sotto il coordinamento di un comitato unitario.

Gli inglesi, autori in patria delle Poor Laws, ammortizzatori sociali dal braccio meno corto che altrove in Europa secoli prima dell’odierno Welfare State, fanno in espatrio collette periodiche per i sudditi della loro Gracious Majesty rimasti senza redditi sufficienti fuori dal territorio nazionale. Per i freddi figli della Perfida Albione, di slanci di cuore alla latina non si vive. (Romano Martinelli.Tribuna Italiana)

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