STAMPA PER
GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Dal “Messaggero di sant’Antonio”, dicembre 2010
Renato Borghetti un musicista di fama internazionale
Borghettinho: la musica nel sangue
E’ di origini mantovane Renato Borghetti,
il “re” della gaita-ponto, che con la sua musica ha
fatto conoscere al mondo i ritmi e le atmosfere del Brasile meridionale
PORTO ALEGRE - Il suo nome popolare è organetto, ma in
Italia è conosciuto anche come «fisarmonica diatonica» (assumendo poi vari altri
nomi dialettali, a seconda delle regioni nelle quali è diffuso); in Francia
lo chiamano accordéon diatonique, nei Paesi anglofoni diventa button accordion e
in Brasile si chiama invece gaita-ponto.
Nato alla metà dell’Ottocento, (il primo brevetto fu
depositato a Vienna nel 1829), questo strumento musicale si diffuse rapidamente
a fine secolo nell’ambito della musica tradizionale e folkloristica, divenendo
molto popolare in Italia, nei Paesi Baschi, in Francia, Austria, Irlanda e Germania.
L’organetto può essere considerato un progenitore della
più famosa fisarmonica, ma si differenzia da questa per il fatto che qui i tasti
sono sostituiti da bottoni in grado di suonare contemporaneamente la melodia
e l’accompagnamento.
La peculiarità dell’organetto è che a ogni bottone (tranne
uno, che viene di solito contrassegnato con un colore diverso) corrispondono
due suoni differenti, a seconda che l’esecutore stia aprendo o chiudendo il
mantice. Questa caratteristica lo rende di non facile esecuzione ed è forse
uno dei motivi per i quali i musicisti in grado di suonarlo professionalmente
sono veramente pochi, ai nostri giorni.
Poco ingombrante e pertanto facile da portare appresso,
l’organetto trovò posto nei bauli dei milioni di emigranti del Vecchio Continente
che fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento solcarono l’Oceano
per approdare nelle Americhe. Così si spiega la sua
enorme diffusione, ad esempio, in Canada, in Argentina e nel Sud del Brasile;
e così si spiega il fatto che i maggiori specialisti di questo strumento siano
stati – allora – emigranti italiani e siano – oggi – i loro discendenti. Italiane,
prevalentemente marchigiane, sono anche le principali aziende che da molti anni
detengono il monopolio della produzione mondiale di organetti.
Nato come strumento musicale popolare e assurto a uno
degli strumenti-simbolo dell’emigrazione, la fisarmonica diatonica sta ritornando
in questi ultimi anni nelle terre di origine grazie ad alcuni interessantissimi
artisti che sono riusciti a «reinventarlo» con sonorità nuove, fresche e vivaci
nelle quali il folk viene contaminato da influenze di musica jazz, pop, blues
e perfino da riferimenti alla musica cosiddetta «colta».
Il re mondiale dell’organetto
Se l’italo-argentino Astor
Piazzolla (1921-1992) è stato fra i migliori virtuosi di bandoneón (uno strumento molto simile all’organetto),
nonché inventore del Nuevo Tango, il
«re» mondiale dell’organetto (che nel Brasile meridionale – abbiamo già detto
– è molto diffuso e conosciuto come gaita-ponto)
si chiama Renato Borghetti, musicista gaúcho del Rio Grande do Sul, regione brasiliana ove emigrarono
i suoi nonni originari di Goito in Provincia di Mantova.
Aveva meno di dieci anni, Renato, quando il padre Rodi
Pedro Borghetti (che in quei primi anni Settanta presiedeva
un Centro di Tradizione Gaúcha-CTG) ebbe la felice
intuizione di regalargli una gaita-ponto.
L’incontro fra quella «scatola di suoni» affatto facile
da suonare e un bambino, che fino a quel momento non sapeva distinguere le note,
fu un classico colpo di fulmine.
Tre anni più tardi Borghettinho
(così viene amichevolmente chiamato ancora oggi) è già un’attrazione regionale:
in occasione delle affollatissime feste popolari gaúche
il ragazzino strabilia il pubblico per come riesce ad aprire e chiudere il mantice
della sua gaita (ci vuole una certa energia)
e per l’agilità con la quale le dita si destreggiano fra i bottoni dello strumento.
Man mano che passano gli anni Renato passa dallo «status»
di bambino prodigio a quello di conclamata star musicale la cui fama travalica
i confini del Rio Grande do Sul. A diciotto anni decide che la gaita-ponto sarà lo strumento che da allora in poi
vivrà con lui in una sorta di simbiosi, che gli darà da mangiare, che lo farà
andare in giro per il mondo a portare i ritmi e le sonorità della sua terra.
Il primo disco, registrato e distribuito in economia,
arriva nel 1984. Trattandosi di un musicista esordiente, di soli 20 anni, se
ne pubblicarono un migliaio di copie, ma dopo poche settimane la casa discografica
fu costretta a stamparne ancora. E poi ancora: in pochi mesi furono vendute
100 mila copie e quell’album, dal titolo «Renato Borghetti»,
risultò il disco più venduto nella storia della musica strumentale brasiliana.
L’anno successivo Borghettinho, con il suo
secondo lavoro, riuscì nell’impresa di superare se stesso vendendo ben 250 mila
copie che gli valsero un «disco di platino» e una straordinaria notorietà in
tutto il Brasile.
Nasce in quella metà degli anni Ottanta il personaggio-Borghetti, riconoscibilissimo perché in scena,
ma spesso anche fuori, egli ama indossare gli abiti tradizionali della sua terra
come le bombachas (i tipici pantaloni a sbuffo
gaúchi) e le scarpe di corda. E poi c’è quel cappellino
perennemente calato sugli occhi, quasi a proteggere la sua proverbiale timidezza
dal mondo esterno, dal quale escono i lunghi capelli che gli arrivano fin sulle
spalle.
Borghetti, consapevole dell’enorme quanto inatteso
successo, si rende anche conto che il suo è un genere musicale di nicchia, circoscritto
territorialmente e pertanto difficilmente esportabile, così com’è. Per questo
il suo obbiettivo, ora, è quello di trasformare l’energia e la passione della
musica gaúcha, che pure l’hanno reso famoso, in un
sound nuovo, accattivante, nel quale il folk venga rivisitato e reinterpretato
attraverso influenze prese da altri ritmi e sonorità internazionali. Sono anni
di studio, passati ad ascoltare tanto jazz e tanta «classica», a buttar giù
idee, ad abbozzare sul pentagramma frasi musicali, a confrontarsi con artisti
provenienti da altre esperienze. Nasce così l’originalissima musica di Renato
Borghetti, fatta di raffinate composizioni che colpiscono
i critici da un lato per i chiari riferimenti alla tradizione musicale del Brasile
meridionale (una tradizione prima di lui poco conosciuta al di fuori dei confini
nazionali), dall’altro per la capacità di aprire linguaggi nuovi, di avventurarsi
in sentieri sonori inesplorati.
Negli anni Novanta le performances
di Borghetti si arricchiscono sempre più con frequenti
collaborazioni con orchestre, gruppi e artisti che appartengono al «gotha» della
musica brasiliana. Suona al S.O.B. di New York, riceve
il premio dell'Associazione Paulista dei Critici d’Arte per il miglior disco
dell’anno (1991), rappresenta il sud del Brasile nel progetto «Brasil Musical» assieme a musicisti del calibro di Paulo Moura, Hermeto Pascoal, Wagner Tiso ed Egberto Gismonti, stabilisce un
ponte artistico con l’Uruguay e l’Argentina e nel frattempo «sforna» un disco
all’anno.
Alla fine di quegli anni Novanta, così intensi di studio
e di ricerca, Renato Borghetti è pronto per spiccare
il volo verso l’Europa: la culla della musica erudita, ma anche il luogo delle
sue radici italiane, la terra dove nacque la gaita-ponto.
Con il suo Quartetto è dapprima in Francia e Portogallo; poi approda trionfalmente
in Austria, Germania, Italia, Svizzera, Olanda, Gran Bretagna, in Nord Europa,
in Slovenia, in Ungheria, nella Repubblica Ceca, ospite delle più rinomate rassegne
jazzistiche internazionali dove la sua musica, così nuova e così poco «brasiliana»,
stupisce e raccoglie anno dopo anno stuoli di ammiratori.
Ma è l’Italia – che Borghetti
si è girato ormai in lungo e in largo – il Paese nel quale si esibisce più volentieri,
come conferma il fratello Marcos che lo segue come manager in tutte le tournée.
Qualche tempo fa gli amministratori mantovani l’hanno accolto con tutti gli
onori, gli hanno fatto visitare i luoghi delle origini, gli hanno parlato dei
Borghetti che ancora vivono da quelle parti e gli
hanno ricordato che quelle terre hanno dato i natali a due grandi fisarmonicisti
del Novecento che corrispondono ai nomi di Gorni Kramer
e Wolmer Beltrami.
È da allora che il nostro Borghettinho
ha cominciato a pensare che al suo innato talento musicale abbia contribuito,
in buona parte, quel sangue mantovano che gli scorre nelle vene. (Paolo Meneghini-Il Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana
per l’estero/Inform)