RASSEGNA STAMPA
Intervista all’ambasciatore Giampiero Massolo su “Il
Foglio” del 20 dicembre 2010
ROMA - Sui giornali il caso Wikileaks si è ormai trasformato da interrogativo sulla trasparenza nella diplomazia, con i relativi conflitti fra giustizia e convenienza nello spifferaggio, a trafiletto sordido di cronaca giudiziaria sulle sorti di Julian Assange.
Nei palazzi diplomatici, però, i cablogrammi spacciati da Assange sono l’occasione per riflettere sui modi del rapportarsi fra stati, antica arte che può essere messa in crisi da “leak” diffusi con il piglio di chi vuole “distruggere il mondo”, per dirla con la formula un po’ apocalittica del ministro degli Esteri, Franco Frattini. Intorno al destino della diplomazia dopo Wikileaks parla con il Foglio Giampiero Massolo, segretario generale della Farnesina e ‘civil servant’ se non per tutte almeno per molte stagioni: era a Palazzo Chigi agli inizi dell’avventura berlusconiana e poi di Berlusconi è stato lo sherpa del G8, ma ha scalato i piani della Farnesina quando il titolare era D’Alema; ha lavorato con Dini, ma è stato capo di Gabinetto di Fini quando era ministro, infine è stato nominato a capo della segreteria generale, massimo grado della diplomazia, dal governo Prodi; Massolo dice al Foglio che i dispacci di Wikileaks “sono una miniera d’oro per la diplomazia. Più che agli spunti coloriti, a noi interessano analisi di politica internazionale e i file diffusi spiegano molto bene il modo con cui si raccolgono e analizzano i dati. Qui al ministero abbiamo costituito due gruppi di lavoro: uno si occupa di capire cosa c’è in quei documenti, l’altro si dedica al ‘contenitore’ delle informazioni e a come proteggerlo”.
Qualcuno sostiene che, per paradosso, la diffusione dei cablogrammi riservati offre lo spunto per una riforma positiva della diplomazia: “Concordo con il ministro Frattini – dice Massolo – quando dice che è stato l’11 settembre della diplomazia, nel senso che nulla sarà più come prima. Io sono fautore di una diplomazia trasparente nelle finalità, ma i rapporti fra stati si giovano delle confidenze. L’idea è che quanto si dice in colloqui riservati resti riservato, altrimenti si rischia non solo di minare la fiducia ma di mettere in pericolo le fonti.
L’apertura è negli obiettivi, i mezzi devono essere riservati. Negli anni quello che è davvero riservato in diplomazia è sempre meno, perché ciò che non deve uscire non si scrive”. Se il ministero ha usato parole molto dure, dalla metafora sull’11 settembre alla distruzione dei rapporti fra stati, è perché “il clima del dibattito politico è molto duro e il caso Wikileaks non fa eccezione” dice Massolo, che parla di un imbarazzo “oggettivo” dei messaggi: “La ricostruzione delle relazioni richiede tempo”.
Sui rapporti che
riguardano l’Italia si è molto costruito in queste settimane, ma il segretario
generale abbassa il profilo delle rivelazioni: “Non mi pare che siano uscite
cose di cui non si avesse idea e casomai è emersa, in alcuni casi, come il settore
energetico e i rapporti con
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