RASSEGNA STAMPA
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Calcio. Addio a Bearzot, ct del Mondiale
1982
Il "Vecio" si è spento a 83 anni
dopo una lunga malattia. Alla guida dell’Italia vinse il titolo iridato in Spagna.
Da giocatore vestì le maglie di Inter e Toro
ROMA - Il suo naso, da boxeur, e la pipa, perennemente accesa, hanno fatto la felicità dei vignettisti per anni. Erano i segni distintivi di Enzo Bearzot, scomparso oggi ad 83 anni. Detto il "Vecio", come si fa per tutti i friulani doc (era nato ad Aiello del Friuli il 26 settembre '27), anche per quelli che vecchi non sono. Ed in effetti lui non lo è stato mai, in questo aiutato dalla passione del calcio, che lo aveva preso da ragazzino, quando in un collegio di Gorizia dormiva con la foto di Campetelli, centromediano dell'Inter, sotto il cuscino. E non era taciturno, né introverso - come sostenevano i suoi denigratori -, soltanto non gli piaceva sprecare le parole.
Fosse stato come
lo dipingevano, non avrebbe mai creato il gruppo che conquistò il terzo titolo
mondiale del calcio italiano nel
Nel dicembre del 2000 il gruppo si strinse ancora una volta intorno a Bearzot, che presentava (con l'autore Gigi Garanzini) il libro biografico, "Il romanzo del vecio". In quella serata il tecnico sorprese i suoi vecchi allievi rivelando che il calcio non gli mancava, pur amandolo, perché «sentivo di non appartenervi più». C'era amarezza nelle sue parole, un po' di malinconia, forse stimolata dalle note del jazz (questa musica era la sua seconda passione, naturalmente dopo il football). Quella sera Bearzot parlava del calcio al passato remoto, come di una storia finita tanto tempo prima. Ma dopo poco più di un anno - a gennaio del 2002 -, mettendo fine a un distacco ventennale, Bearzot aveva accettato con rinnovato entusiasmo l'invito della Federcalcio ad assumere la responsabilità di presidente del settore tecnico della Figc. In quell'occasione Claudio Gentile, uno del gruppo, allora tecnico della Under 21, ricordando il bel gioco espresso dalla nazionale nei mondiali del '78 (Argentina, azzurri quarti) e dell' '82, lo definì il miglior ct azzurro dopo Pozzo (morto come lui il 21 dicembre, del 1968), sostenendo che «Enzo Bearzot non deve restare lontano dal calcio, perchè il calcio è il suo mondo». E lui: «Sono contento perchè l'indicazione viene dal mio mondo».
La sua avventura nel calcio era cominciata come giocatore: dalla Pro Gorizia, era passato, ventenne, all'Inter, poi al Catania, poi all'Inter nuovamente, ed aveva terminato la carriera al Torino. Era un difensore grintoso ma corretto, non privo di tecnica. Delle sue esperienze di calciatore seppe far tesoro alla guida della nazionale, riuscendo ad utilizzare al meglio i giocatori che sceglieva, incurante dei suggerimenti e delle critiche della stampa, anche quando i risultati non gli davano ragione. Fautore del "primo non prenderle", non fu mai catenacciaro. Fu maestro invece nell'esaltare l'arte del contropiede con cui nell'82 nel Mundial di Spagna schiantò una dopo l'altra Argentina, Brasile e Germania. Indimenticabili le imprese dei terzini-ala Cabrini e Gentile, delle ali a tutto campo Conti-Graziani, di Tardelli, giocatore universale, di Zoff portiere-saracinesca, di Paolo Rossi guizzante, imprendibile opportunista sotto rete, di Scirea, direttore d'orchestra di un gioco che a tratti ricordava il free-jazz per la sua imprevedibilità.
Paradossalmente,
però, quattro anni dopo, l'attaccamento al gruppo, e la conseguente incapacità
a rinnovare, fu fatale a Enzo Bearzot. Al cospetto di risultati negativi (mancata
qualificazione agli Europei '84, eliminazione negli ottavi del mondiale messicano
'86), attaccato dalla critica e di fronte all'ostilità del vertice federale,
preferì lasciare anziché rinunciare alle sue convinzioni. Ma nella storia del
calcio, e non solo, rimarranno sempre le immagini delle imprese precedenti.
L'urlo e la corsa pazza di Tardelli, dopo il gol alla Germania. E quel giovane
Vecio, dal naso di boxeur e dalla pipa eternamente accesa, che sull'aereo degli
eroi di Madrid, gioca a briscola con Causio, Zoff e il presidente della Repubblica
Pertini, un altro celebre appassionato della pipa, un altro Vecio che, come
lui, non invecchiò mai. (
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