INFORM - N. 225 - 2 dicembre 2010


ITALIANI ALL’ESTERO

La presentazione del V Rapporto “Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes

Giancarlo Perego: “E’ indispensabile, oggi più che mai, l’apporto dei connazionali all’estero al rinnovamento del Paese”. Carla Zuppetti: “Più del 12% sul totale gli iscritti all’AIRE per acquisizione della cittadinanza italiana”

 

ROMA – E’ stata presentato questa mattina a Roma il V Rapporto “Italiani nel Mondo” curato dalla Fondazione Migrantes, un quadro approfondito (flussi e presenze, aspetti socio-culturali, religioso-pastorali e socio-economici) e attuale dell’emigrazione italiana all’estero.

“L’obiettivo della sintesi di quest’anno – ha affermato Franco Pittau, responsabile scientifico del Rapporto, aprendo gli interventi della presentazione – è offrire un ribaltamento di prospettiva rispetto ai modi con cui attualmente si percepisce l’emigrazione italiana all’estero”. “Un fenomeno che non è affatto residuale o di scarsa rilevanza per le vicende del nostro Paese – egli ha aggiunto.

A chiarire il significato di questo mutamento di prospettiva è stato mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che ha stigmatizzato “l’insensibilità con cui l’Italia percepisce il fenomeno della propria emigrazione all’estero. Una disaffezione concettuale – ha aggiunto – che rischia di mettere in pericolo le radici identitarie di un popolo e genera amarezza presso le collettività emigrate, tanto da porre interrogativi sul senso degli investimenti sino a questo momento compiuti su questo versante, non da ultimo il voto all’estero”. “E’ necessario considerare l’italianità come qualcosa di più ampio rispetto alla cittadinanza, specie in un modo globalizzato come quello attuale – ha affermato Perego, ricordando come essa comprenda anche gli italiani residenti fuori i confini nazionali e i nuovi immigrati residenti nel nostro Paese, “ponti verso il mondo e le culture – ha detto - che oggi sembriamo sottovalutare”. Se la mobilità è una cifra della modernità, “dobbiamo rilevare come i bisogni che spingono a partire i connazionali non sono più legati alla sopravvivenza, - egli prosegue -– ma alla valorizzazione professionale, alla messa a frutto dei propri studi e delle competenze acquisite. Solo considerando questo quadro d’insieme è possibile realizzare una sintesi tra vecchia e nuova emigrazione, considerando il fenomeno una parafrasi della riuscita che ognuno di noi auspica per la propria vita e regolando di conseguenza anche il nostro intervento pastorale e religioso, affinché gli italiani all’estero divengano un valore aggiunto nelle chiese presenti nel mondo”. Una concezione che unisce l’attività evangelica della Fondazione Migrantes con la valorizzazione umana che essa sempre promuove, favorendo l’incontro tra culture e un nuovo concetto di solidarietà anche tra i connazionali all’estero. “E’ indispensabile, oggi più che mai, un apporto di questi ultimi al rinnovamento del Paese e una nuova forma di reciprocità: abbandoniamo da un lato la visione assistenzialistica dell’intervento a favore dei connazionali – conclude Perego - e consideriamo, dall’altro lato, l’emigrazione come una realtà vivente e pulsante, riscoprendo le sue potenzialità per il Paese in un contesto nuovo e moderno”.

Delfina Licata, caporedattore del Rapporto, ha riassunto i dati più significativi emersi in questa V edizione: dal 2006 ad oggi sono cresciuti del 30% gli italiani residenti all’estero stabilmente ed iscritti all’Aire, passando da 3.106.251 a 4.028.370 (dato aggiornato all’8 aprile 2010), una cifra che rappresenta il 6,7% degli oltre 60 milioni di residenti in Italia. “Un aumento di 113 mila unità rispetto all’anno precedente – ha ricordato Licata – e, contrariamente a quanto si pensa, si tratta di un numero in crescita. Tra i Paesi di insediamento, l’Argentina supera di poco la Germania (entrambe oltre le 600 mila unità), la Svizzera accoglie mezzo milione di italiani, la Francia 370 mila, il Brasile 273 mila, Australia, Venezuela e Spagna superano le oltre 100 mila unità”. Secondo le stime degli Scalabriniani, inoltre, sarebbero dai 60 agli 80 milioni le persone con origini italiane residenti al di fuori del nostro Paese. “I luoghi di partenza degli emigranti sono soprattutto le Regioni dell’Italia meridionale, mentre sono le donne e i giovani a divenire sempre più i protagonisti dei percorsi di mobilità – prosegue Licata. – Aumentano le persone italiane nate all’estero (quasi 1 milione e mezzo, il 37,1%) mentre coloro che sono iscritti all’Aire per acquisizione della cittadinanza sono stimate in poco più di 121 mila (3%). Mentre l’Argentina rappresenta da sempre il simbolo dell’emigrazione stabile dall’Italia, cresce la mobilità nel breve periodo, l’emigrazione di prossimità tradizionalmente associata a Paesi come la Germania”. Delfina Licata avverte infatti come non risulti concluso il fenomeno dell’emigrazione interna e come ad essa si affianchino realtà come il frontalierato (45 mila i connazionali coinvolti) e l’emigrazione di breve periodo per lavoro ed affari. Proprio quest’ultimo caso viene approfondito quest’anno con un contributo relativo agli italiani in Cina, paese in cui si trovano circa 2000 aziende italiane, attive soprattutto nei settori moda e design. Il Rapporto dedica inoltre spazio alle biografie di connazionali di successo emigrati all’estero, in particolare scienziati. Una ricerca del Cnr evidenzia, tra i “top italian scientists”, come i migliori svolgano attività all’estero o abbiano svolto attività all’estero per raggiungere il livello di eccellenza conseguito e, sempre all’estero, siano oggi formatori dell’eccellenza nei campi medico e scientifico.

Un’ampia analisi dei dati necessaria “per conservare la memoria dell’emigrazione italiana, assimilandola in vista del 150° anniversario dell’Unità d’Italia – afferma Lorenzo Prencipe, scalabriniano, referente scientifico del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana a Roma, – ma che non è sufficiente per stimolare l’accoglienza di coloro che oggi giungono nel nostro Paese”. “La sfida che rimane aperta, e che dobbiamo vincere, se non vogliamo che i nostri ragionamenti restino confinati o producano frutti solo tra coloro che già condividono le nostre convinzioni – prosegue Prencipe, – è toccare le corde affettive ed etiche che motivano la gran parte delle nostre scelte e dei nostri comportamenti quotidiani, parlando di emigrazione e immigrazione”.

Marisa Pompei, responsabile del patronato Inca nel Regno Unito, segnala come ancora oggi l’emigrazione non possa essere considerata una “scelta libera, dal momento che è condizionata dalla speranza di riuscire a migliorare la propria posizione lasciando un Paese che non garantiva e non garantisce oggi ciò che ci si aspetta per la propria vita”. “Le classi dominanti non emigrano – aggiunge – e spesso elaborano leggi che toccano coloro che sono emigrati, rimarcando il distacco, spesso abissale, che li separa da questi ultimi”. “Non c’è rispetto dove manca la conoscenza” per Marisa Pompei, che rileva la necessità di introdurre nelle scuole italiane l’insegnamento delle vicende dell’emigrazione e di continuare ad assicurare, da parte dello Stato italiano, una presenza tangibile all’estero, “specie tra i giovani e le fasce più deboli della popolazione”. “Non è possibile che sia spesso solo la Chiesa ad occuparsene, se vogliamo uno Stato che dia un senso a questa parola – conclude.

Franco Narducci, vice presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati e parlamentare eletto per il Pd nella ripartizione Europa, ha illustrato i contenuti del suo contributo pubblicato all’interno del Rapporto e riguardante la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo, attraverso le scuole italiane all’estero. Un sistema afflitto da “difficoltà economiche e mancanza di pianificazione”, che ne mettono a rischio risultati e stabilità. “Un atteggiamento incomprensibile per un Paese che non ha rivali per quanto concerne il patrimonio linguistico e culturale – ha affermato Narducci. – La rete costituita dai nostri connazionali all’estero, quella relazionale presente in sede di rappresentanze istituzionali, l’elevato capitale immateriale che ci proviene dalla nostra storia e la crescente domanda ci impongono un investimento più consistente di risorse per la diffusione della nostra lingua e cultura”. “Una valorizzazione – prosegue - che si traduce anche nella riscoperta del ruolo che i connazionali all’estero rivestono in essa, e che è necessario richiamare proprio festeggiando i 150 anni dell’Unità d’Italia”. La carenza di risorse invece rischia di provocare “uno smantellamento della rete scolastica all’estero”, segnala Narducci, su cui incide ulteriormente e pesantemente l’assenza di una riforma della legge 153 sulle iniziative scolastiche da attuare all’estero e di quella riguardante gli Istituti Italiani di Cultura all’estero. Solo mettendo mano a questi strumenti legislativi “si potrà attuare un rilancio della promozione linguistica e culturale in raccordo con le principali istituzioni che agiscono su questo fronte all’estero – egli conclude, – operando una valorizzazione di tutti gli aspetti della cultura italiana, umanistica e scientifica”.

Come esponente dell’associazionismo regionale, Daniele Marconcini, presidente della “Mantovani nel mondo” ed editore del portale dei Lombardi nel mondo (www.lombardinelmondo.org ), che ha ricordato le attività messe in campo in accordo con la Regione Lombardia, attraverso bandi da quest’ultima predisposti. In particolare egli ha segnalato il sostegno rivolto, grazie ad un finanziamento regionale, ai corregionali indigenti emigrati in America latina e, in Italia, l’impegno di assistenza agli immigrati provenienti in particolare dal Brasile, molti dei quali di origini italiane.

Per il ministero degli Affari Esteri è intervenuta Carla Zuppetti, direttore generale per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie, che ha definito il Rapporto “uno strumento prezioso, che migliora anno dopo anno fornendo approfondimenti su di una materia vastissima. Oltre a riportare i dati statistici sul fenomeno, viene fornita una lettura di volta in volta particolare e di notevole interesse, non solo per gli addetti ai lavori – ha segnalato la Zuppetti, richiamando l’attrattiva suscitata da approfondimenti di carattere culturale, storico e di costume dei contributi. Interesse e curiosità che lo stesso Museo dell’Emigrazione Italiana si propone in maniera analoga di suscitare, e sul cui numero di visitatori ad un anno dalla sua apertura (circa 120 mila) il direttore generale ha espresso viva soddisfazione.

E’ stato inoltre annunciato il progetto “MEI nel mondo”, messo in campo dalla Dgiepm e dal Museo per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia e che include un documentario storico che racconta l’esodo italiano attraverso immagini e la voce narrante di Lorenzo Prencipe, affiancato da un cortometraggio di Carlo Lizzani su aspetti richiamati nelle pellicole più note del cinema italiano ed una chiusura affidata a Renzo Arbore, con alcuni contributi musicali. Prevista anche una pubblicazione sull’allestimento del Museo stesso. “Il dvd, insieme ad un cineforum che include 5 film tra i più noti della storia del cinema italiano – ha spiegato Carla Zuppetti – offrirà l’occasione, a partire dalla rete diplomatico-consolare italiana all’estero, di organizzare momenti di conoscenza e di riflessione sul fenomeno, magari arricchiti da approfondimenti sulla caratteristiche specifiche dell’emigrazione italiana nelle diverse aree del mondo in cui è approdata”.

Una precisazione, infine, sul numero di cittadini iscritti all’AIRE per acquisizione della cittadinanza italiana, indicati nel Rapporto al 3%  sul totale degli iscritti all’8 aprile 2010, che sarebbero invece più del 12%  secondo i dati aggiornati dalla Dgiepm; una discrepanza che sarebbe in parte determinata dal fatto che solo il Sistema Integrato di Funzioni Consolari (SIFC), adottato progressivamente dalla rete, richiede l’indicazione obbligatoria della motivazione per l’iscrizione all’anagrafe dei residenti all’estero. “Il riconoscimento della cittadinanza italiana, secondo il principio dello ius sanguinis, interessa un gran numero di cittadini residenti in America latina, - ha concluso Carla Zuppetti - in Stati, come il Brasile, che adottano una legislazione in materia di stato civile molto diversa da quella italiana, rendendo più impegnativo il lavoro delle nostre sedi consolari in loco”. (Viviana Pansa – Inform)

 

 


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