INFORM - N. 224 - 1 dicembre 2010


LINGUA E CULTURA ITALIANA

Da “Il Messaggero di sant’Antonio”

Stati Uniti. Sul ring per promuovere l’identità italiana

William Zito, lo sport scuola di vita

“La lingua di Dante è viva, dinamica, leader nel mondo della cultura, della moda, dell’arte, del cinema, e in campo scientifico”

 

NEW YORK - L’ex pugile William Zito vede la passione sportiva come un’occasione per motivare, aggregare e mantenere attivi i giovani: un’attività in cui trionfa la legalità e il rispetto per le regole, e anche un motivo di raccordo fra gli italo-americani e l’Italia, perché aiuta a tenere salda la comunità con la trasmissione ai giovani di un canale di cultura importante come la lingua e la scuola.

Lei è un italo-americano di terza generazione che vive a New York. I suoi genitori provengono da Roma, ed è impegnato con i giovani. Si tratta di una ricca esperienza di vita.

Certamente, Roma e New York sono città uniche al mondo: New York è la città più importante al mondo dal punto di vista economico e sociale, dove si trova sempre maggiore attenzione per il made in Italy e per l’Italian way of life, per la cultura, la storia, la musica. Roma è una grande metropoli internazionale, con un passato orgoglioso, e desiderosa di farsi apprezzare sempre di più, e di affermarsi nella competizione mondiale. Personalmente auspico che crescano i rapporti culturali e turistici, e che ci sia una crescente incentivazione per quanto riguarda gli scambi scolastici tra New York a Roma, e viceversa.

Per me avere origini italiane significa possedere una marcia in più. Mi ritengo fortunato per l’insegnamento e i valori che ho ricevuto in famiglia. Parlando con i miei familiari e i genitori dei miei studenti noto il cambiamento generazionale che l’emigrazione italiana ha subito. Per i giovani d’oggi, l’America non è più la Terra promessa come lo era stata per i loro predecessori. Trenta o quant’anni fa, quando arrivavano i nostri connazionali, non avevano nessuna conoscenza né della lingua né della cultura americana. La strada era tutta in salita. Ricercavano solo i loro connazionali, parenti, e amici dei parenti. Si facevano forza a vicenda, proteggevano il patrimonio della terra che erano stati costretti a lasciare. Ora, invece, i giovani sono laureati, aperti ad altri modi di pensare; cercano quello che è diverso da loro, e di Little Italy non ne vogliono sentire parlare. Non mangiano italiano, ma provano la cucina cinese, araba e indiana. E non sono neanche tanti quelli che vengono per restare. Tutti hanno progetti precisi, sempre ben calcolati. I giovani italo-americani parlano ancora l’italiano, o meglio il dialetto, ma l’interesse e l’amore per l’Italia sta scemando, con la triste conseguenza di una cultura italo-americana che potrebbe perdersi.

Con sua moglie, Elisa Marie Venditto, insegnerete nella scuola di Garden City, a Long Island. Come insegnanti cosa farete per promuovere la cultura italiana?

Studieremo ogni idea immaginabile per stuzzicare l’interesse degli studenti e per avvicinarli all’Italia, a prescindere dalla loro appartenenza etnica e linguistica. Per riuscire nella nostra missione, incontreremo i leader della comunità, parteciperemo alle attività di gruppi italo-americani e alle ricorrenze per restare in contatto con la realtà locale di Garden City. Pensiamo, inoltre, di creare uno scambio di studenti e di scuole tra la città di New York e le città d’Italia, in modo da favorire i gemellaggi. Questo sarebbe meraviglioso perché in tal modo i ragazzi potrebbero corrispondere, parlare dal vivo attraverso il web con i loro amici in Italia. Questa sarebbe un’iniziativa adeguata per coinvolgere gli studenti di entrambe le sponde dell’Atlantico. Purtroppo, molti studenti italo-americani non parlano l’italiano, o parlano solo qualche vocabolo in dialetto del paese d’origine dei familiari. Però conservano alcune feste religiose e tradizioni su cui far leva per mantenere aggregata la comunità italiana. Nella zona metropolitana di New York abbiamo perso molti insegnanti di italiano perchè è venuta meno la richiesta, e i corsi sono stati cancellati per far posto ad altre lingue come il francese e lo spagnolo.

Oltre che insegnare ginnastica, lei è un pugile affermato. Come ha scelto questa carriera, e quali sono stati i suoi idoli di riferimento quando viveva a Bay Shore, a Long Island?

Ora ho 28 anni e ancora pratico il pugilato sia a New York che in Florida e in California. Chi mi ha ispirato e istruito in questo sport è stato dapprima mio zio Salvatore, e poi Willie Vargas e Al Gavin, che hanno plasmato parecchi campioni come Luis Callazo, Lenox Lewis, Mickey Ward, Oscar De La Hoya, e altri.

Dopo aver rappresentato gli Stati Uniti in diverse competizioni internazionali, ed essermi classificato tra i migliori dell’area metropolitana di New York, ho dovuto smettere l’attività a causa di alcune ferite riportate alla testa durante le semifinali del 2003. La decisione unanime dei medici di non farmi più gareggiare, mi ha fatto soffrire molto, ma ho avuto la forza e il coraggio, e soprattutto la passione, per mettermi a istruire e a preparare i giovani pugili, sia uomini che donne, e questo ha compensato il senso di vuoto che mi era rimasto, e mi ha reso felice e soddisfatto. Oltre al pugilato insegno il baseball e il football, e mi piace sia la tecnica sportiva che la presentazione dei miei idoli, soprattutto italo-americani. Tra questi spiccano Rocky Marciano e Joe Di Maggio, e gli studenti sono contenti di conoscerli. (Al Barozzi-Il Messaggero di sant’Antonio edizione italiana per l’estero/Inform)


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