ITALIANI ALL’ESTERO
Dal “Messaggero di sant’Antonio”, edizione per l’estero
Canada.Ritorno al Pier 21
L’indimenticabile diaspora italiana. Un viaggio
a ritroso, alle origini della nascita e dello sviluppo del Paese, tra paesaggi
grandiosi e la memoria di un’epopea della colonizzazione che non si è ancora
spenta
TORONTO - Era la prima volta che mi avventuravo
oltre i confini delle due maggiori Province canadesi, l’Ontario e il Quebec,
ma avevo spesso sentito parlare delle stupende bellezze naturali delle Province
dell’Est canadese che, dal 1605, hanno accolto sulle loro sponde esploratori
francesi, conquistatori inglesi e scozzesi, ma soprattutto tanti emigranti e
turisti provenienti da tutto il mondo. La scorsa estate stavo curando i fiori
del mio giardino quando mi fu proposto di accompagnare in autobus un gruppo
di 50 persone di Toronto, quasi tutte di origine italiana, in un viaggio di
undici giorni attraverso quei territori. Accettai immediatamente soprattutto
perché nel lungo itinerario era inclusa una sosta importante al «Pier 21» del
Porto di Halifax dove sbarcò la maggior parte degli emigrati italiani nel secondo
dopoguerra.
Le Province marittime esercitano un fascino
particolare su coloro che le visitano in virtù dei paesaggi meravigliosi, delle
pianure sconfinate ricoperte da un verde riposante, dei numerosi e pittoreschi
laghi, dell’immenso e maestoso Oceano Atlantico che le contiene e le delimita.
Ma sono rinomate anche per la cordiale ospitalità degli abitanti, fatta di semplicità
e di squisita generosità che generano pace e simpatia nell’animo di chi entra
in contatto con loro. Queste terre hanno accolto in massa francesi e inglesi,
e ancora oggi, a distanza di secoli, riflettono il carattere bilingue dei loro
primi colonizzatori, con bandiere particolari che ostentano le loro origini.
Inoltre hanno un’importanza particolare nella storia del Paese per aver dato
vita al movimento per l’unione dei territori canadesi. Fu infatti a Charlottetown,
la capitale della più piccola Provincia del Canada, l’Isola del Principe Eduardo,
che 23 dirigenti politici provenienti da queste Province e da quelle dell’Ontario
e del Quebec, nel 1864 avviarono importanti discussioni che portarono, nel 1867,
alla creazione di una nuova grande nazione: il Canada appunto.
Sono stati innumerevoli i momenti indimenticabili
che abbiamo vissuto e condiviso, e i luoghi straordinari che abbiamo visitato.
Degno di nota anche il «Cabot Trail» ovvero il Sentiero
di Caboto, nell’Isola di Cape Breton, così chiamato in onore dell’esploratore
italiano Giovanni Caboto che fu il primo europeo ad arrivare a Cape North nel
1497 per prendere possesso di quelle terre in nome dei re d’Inghilterra. Questo
«sentiero», percorribile in autobus, è lungo oltre
Il momento culminante del viaggio è stato
il ritorno a Pier 21, ad Halifax, la capitale della Nuova Scozia, perché è stato
proprio su quel molo che la maggior parte dei componenti del gruppo, o i loro
genitori, avevano messo piede, per la prima volta, sul suolo canadese. Ognuno
di noi aveva una storia da raccontare, e tutti provavano sentimenti di gratitudine
verso i rispettivi genitori che ebbero il coraggio di emigrare in questo Paese.
Anch’io sono passato per quel «Pier 21».
Addio Molise!
Era il 1962, e qualche anno prima di me,
era toccato partire ai miei genitori e a due fratelli, per raggiungere una sorella
che aveva sposato un italo-canadese. Ricordo che anche
per me la partenza dall’Italia fu dolorosa. Benché fossi contento di raggiungere
i miei familiari, il fatto di dover lasciare la mia patria d’origine, il paese
dov’ero nato – Montorio nei Frentani, nel basso Molise –, e tanti amici e parenti, mi
procurava una grande malinconia. Il giorno prima di partire feci il giro del
paese per salutare buona parte degli abitanti e rivedere per l’ultima volta
i luoghi dove avevo trascorso l’infanzia e la gioventù, senza tralasciare la
chiesa e il cimitero. Mi accompagnarono a Napoli una zia e un paio di amici.
Al momento della partenza, dopo alcuni lugubri squilli di sirena, ci recammo
tutti sui ponti superiori della nave per salutare le persone care rimaste sul
molo. Ci avevano consegnato dei coriandoli variopinti da lanciare ai parenti
rimasti a terra, quasi nel tentativo di restare ancora in contatto per qualche
altro istante. Quando il bastimento cominciò a staccarsi dal molo, l’orchestra
della nave iniziò a suonare melodie malinconiche d’addio. Molti di coloro che
mi erano vicini, piangevano sconsolati, specialmente gli uomini che lasciavano
le proprie famiglie, o le ragazze che salutavano i loro fidanzati o genitori.
Avevo vissuto anch’io quei momenti strazianti quando avevo accompagnato i miei
cari alla partenza. Adesso la tristezza del distacco era mitigata dal pensiero
di riabbracciarli presto.
I primi due giorni sulla nave greca Queen
Frederica passarono felicemente. Sembrava di essere a bordo
di una lussuosa nave da crociera in navigazione sulle tranquille acque del Mediterraneo,
con giochi e passatempi d’ogni specie, e pasti squisiti e abbondanti. Appena
attraversato lo Stretto di Gibilterra, però, le acque agitate dell’Oceano Atlantico,
provocarono, alla maggior parte dei passeggeri, una nausea terribile che li
costrinse a saltare i pasti e a restare sdraiati a letto nelle cabine. Nei giorni
in cui il mare era eccezionalmente furioso, delle funi robuste venivano installate
sulle pareti dei corridoi per aiutare gli spostamenti dei passeggeri. Pur essendo
La sfida dell’università
Arrivato a Toronto, dopo i primi giorni di
euforia e orientamento, pensavo di trovare subito un lavoro qualsiasi per cominciare
anch’io ad aiutare la famiglia. Mia madre, però, fu
Ero contento e volevo tornare subito a Toronto,
ma il preside mi convinse a restare nella sua scuola. Mi sentivo ormai tranquillo
e fortunato, con uno stipendio sicuro. Volendo completare la mia formazione
accademica per occupare posizioni più remunerative, continuai a frequentare
corsi universitari di sera e d’estate per parecchi anni, ottenendo prima il
diploma di insegnamento a livello superiore, e in seguito altre due lauree di
specializzazione in lingue moderne: una all’Università francese di Montréal e l’altra all’Università inglese McGill, insegnando allo stesso tempo lingue romanze a tutti
i livelli superiori e collegiali.
Il secondo Landed
Immigrant
Sono trascorsi esattamente 48 anni dal giorno
in cui passai attraverso il famoso Pier 21, che tra il 1928 e il 1971 accolse
oltre un milione e mezzo di emigranti e di soldati che parteciparono alla Seconda
Guerra mondiale. Una delle iniziative organizzate per i visitatori approdati
a questo molo, è una breve ricostruzione della prima intervista fatta dagli
ispettori dell’immigrazione, seguita dall’apposizione del timbro «Landed Immigrant» su un finto passaporto,
come era accaduto al nostro primo sbarco. Notando che ero capace di rispondere
correttamente alle domande propostemi in inglese e in francese, la mia guida-ispettrice
mi chiese cosa avevo fatto nella vita. Accennando brevemente alla mia formazione
accademica, risposi che avevo insegnato lingue moderne per 33 anni, e da quando
ero andato in pensione lavoravo come guida, per passatempo, accompagnando gruppi
di turisti in Europa e nel Nord America. Alquanto sorpresa della mia risposta,
la ragazza mi chiese con un gran sorriso: «Sei contento di essere venuto in
Canada?». «Mi ritengo molto fortunato per aver preso la decisione di venire
e restare in questa nazione – risposi –. Il Canada mi ha dato l’opportunità
di perfezionare la mia educazione e di trovare un ottimo impiego. Questo mi
ha dato anche la possibilità di offrire ai miei quattro figli una solida educazione
universitaria, di vederli sposati con altri laureati, e di operare come professionisti
o imprenditori edili».
«Ti piacerebbe tornare a vivere in Italia?»,
aggiunse la signorina. «Sono tornato spesso in Italia, come guida turistica
e come visitatore, senza mai stancarmi di ammirare le sue straordinarie bellezze
artistiche e naturali. Io amo ancora l’Italia, e come ho fatto in passato, continuerò
a farle onore. Però è stato il Canada ad accogliermi nel momento del bisogno,
e quello che ho realizzato in questo Paese per me e per la mia famiglia, non
l’avrei neppure lontanamente potuto ottenere nella mia patria d’origine. L’Italia
è una bellissima nazione da visitare, ma il Canada adesso è la mia patria e
la mia casa». E stampando il fatidico «Landed Immigrant»
sul finto passaporto, la ragazza, compiaciuta, ripeté le parole pronunciate
dall’ispettore in servizio nel lontano settembre del 1962: «Benvenuto in Canada,
questo Paese ha bisogno di persone come te!». (Costanzo Colantonio-
Messaggero di sant'Antonio, edizione italiana per l'estero, numero di novembre/