DOCUMENTAZIONE
CGIE - V Commissione Tematica “Formazione
Lavoro Impresa Cooperazione”
Documento finale
Mantenere una visione costruttiva e proiettata verso il futuro a fronte delle politiche che si stanno delineando nei confronti degli italiani all’estero appare una impresa davvero sovrumana, anche perché ogni nostra riunione potrebbe essere l’ultima.
In definitiva lavoriamo senza avere un orizzonte.
L’aria di fastidio che circonda spesso le proposte a beneficio degli italiani all’estero o peggio il silenzio assordante che è stato steso intorno ad essi lascia pensare che gran parte del mondo politico consideri ormai di aver commesso un’imprudenza nell’aver tratto dall’oblio una comunità che veniva utilizzata per finalità meramente retoriche ed averla trasformata in un insieme di individui con aspettative, bisogni, desideri, curiosità.
La prossima battaglia sarà non solo quella di impedire che essa sia ricacciata nel dimenticatoio, ma di rinforzarne la presenza sulla scena nazionale.
Proprio la nostra Commissione ha più volte sottolineato nei suoi documenti la variegata composizione delle nostre comunità, in cui impresa e lavoro venivano indicati come soggetti possibili di interazione e sinergia fra aziende nazionali, in particolare PMI, e quelle create da connazionali all’estero.
E’ una via che continua ad essere praticabile, in particolare quando le PMI nazionali non hanno le strutture e la forza economica per proiettarsi sui mercati esteri e per rimanervi.
Il recente simposio tenuto in Friuli con la partecipazione di delegati designati dalle Ambasciate e scelti su parametri indicati dal MAE ha ribadito molte conclusioni cui questa Commissione è pervenuta nel corso dei propri lavori negli ultimi cinque anni.
Resta ovviamente il rammarico per il suo mancato coinvolgimento poiché essa, nell’ambito del CGIE, rappresenta la componente impresa e lavoro.
La nuova Direzione Generale per il Sistema Paese che, a partire dal mese di dicembre prossimo, coinvolgerà mondo della cultura, Regioni e chi si occupa di sviluppo e supporto alle iniziative internazionali dovrebbe essere la struttura in grado di realizzare una politica di proiezione dell’Italia nei suoi molteplici aspetti.
L’augurio che l’accompagna è che essa consideri le comunità italiane all’estero non soltanto come un mercato da penetrare ed utilizzare, come spesso abbiamo sentito in queste sale, ma sappia trasformare finalmente il fenomeno della emigrazione in una grande risorsa, un progetto ambizioso che dovrà essere perseguito anche con uno sforzo di fantasia e di immaginazione, sollecitando con razionalità tutte le energie disponibili sia pubbliche che private, tanto più incoraggiate quanto maggiore sarà il ritorno in termini di accesso ai mercati e diffusione del Made in Italy.
Questa Commissione auspica di essere, in futuro, coinvolta nelle iniziative relative alla internazionalizzazione di imprese e lavoro affinché esse siano capillarmente diffuse nell’ambito delle comunità nazionali all’estero.
Non è chiaro tuttavia se vi sarà sovrapposizione di funzioni con l’attuale direzione generale per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie e forse il Ministro Zuppetti potrebbe fornire qualche maggiore informazione.
Le modifiche costituzionali hanno offerto alle Regioni ampie possibilità di intervento all’estero nell’ambito delle iniziative previste dall’intesa Stato-Regioni: in questo quadro un nuovo Sistema Italia sinergico, informatizzato e cooperante dovrebbe poter investire meglio le risorse finanziarie disponibili nel sostegno dell’imprenditoria e del lavoro italiani all’estero in sinergia con le attività nazionali, dando vita ad azioni di promozione e collaborazione tra imprenditori all’estero e imprese dei propri corregionali.
Nel quadro dell’intesa Stato-Regioni l’Internazionalizzazione dovrebbe divenire la strategia promozionale di ciascuna Regione, per consolidare le relazioni con i propri concittadini all’estero e per individuare un approccio nuovo per valorizzare e promuovere la presenza degli italiani all’estero, individuando regolamenti regionali atti a dare efficacia e dinamismo al coordinamento delle attività di diffusione, di informazione, di assistenza alle imprese con la previsione della collaborazione degli italiani nel mondo.
Non va trascurato l’apporto che una corretta politica di internazionalizzazione da parte delle Regioni potrebbe avere nelle attività di assistenza ai corregionali anziani ed indigenti.
Infine questa Commissione raccomanda di esplorare ogni possibilità di ricorrere ai fondi comunitari per migliorare la capacità di programmare ulteriori azioni di sviluppo, anche per dare seguito alle iniziative elaborate nell’ambito della Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo.
Evidenzia, poi, che la formazione all’estero non può essere intesa come una concessione, ma un investimento, che i corsi sono un primo anello nel processo di internazionalizzazione, poiché promuovono nelle nuove generazioni delle nostre comunità una risorsa umana qualificata ed idonea ad intraprendere attività produttive all’interno del “Sistema Italia”, così come, attraverso attività formative, é possibile recuperare al processo produttivo le persone che ne sono state espulse per ristrutturazioni e variazioni del prodotto finale. Del resto le prime notizie sui corsi di formazione di cui al bando n. 1 del 2007 sono a tal senso confortanti.
Porre in essere un’efficace politica di formazione significa innescare un circolo virtuoso che si riflette sull’intero sistema in una logica di trasferimento di conoscenze, informazioni, capacità tecniche, organizzative, manageriali e di marketing, in definitiva stabilire un legame permanente con il Paese di origine, con la sua struttura industriale e commerciale.
Gli anni di oblio in cui sono state lasciate le comunità sono ora pagati in termini di modesta partecipazione delle giovani generazioni sia alla vita associativa che alle scelte di politica nazionale al momento del voto. Anche in questo settore l’ambito regionale potrebbe giocare un ruolo fondamentale ispirando e suggerendo nuovi sistemi di “incontro” tra i giovani, ottimizzando il desiderio dei ragazzi di far parte di un unico universo senza più barriere territoriali, riconoscendosi in un modo tutto italiano di lavorare e di fare impresa, progettando e gestendo le risorse in modo sinergico ed incentivando la comunicazione secondo i nuovi sistemi informatizzati.
Restano il disagio e la frustrazione per la gravissima decurtazione subita dai fondi destinati alla cooperazione che toglie risorse preziose alla capacità di sviluppo di Paesi meno fortunati.
Sono consapevole che quelle che precedono sono considerazioni offerte come se davanti a noi ci fossero certezze.
Non le abbiamo, ma non per questo dobbiamo rassegnarci ad abbandonare una missione che ci siamo proposti fin dall’inizio del mandato: operare a beneficio delle comunità italiane all’estero con i limiti ed i vincoli che ci sono imposti dalle misure dell’esecutivo ed in particolare non consentire che, approfittando della sconfortante situazione economica, esse siano nuovamente ridotte ad oggetto di retorica anziché di interesse.
(approvato all’unanimità)
Allegato 1 : Relazione su “Area Euro-Mediterranea: Prospettive, attese,
realtà” presentata dal presidente Franco Santellocco
Con
Il processo si sviluppa dal 1995 attraverso incontri
annuali allo scopo di tracciare il percorso verso il raggiungimento dei tre
obiettivi delineati a Barcellona:
Politico, con l’adozione di politiche atte a garantire
la sicurezza e la stabilità della regione mediterranea;
Economico, per favorire lo sviluppo economico della regione
mediterranea, anche mediante la firma di appositi accordi bilaterali fra l'Unione
Europea e ciascuno dei partner;
Culturale con la
creazione di un scambio culturale costante e forte fra le società civili dei
paesi membri. Implicitamente in questo punto si fa ricadere la promozione della
conoscenza e del rispetto delle culture reciproche (con particolare riguardo
ai diritti civili e politici).
Il perdurare del conflitto Israelo-Palestinese sta avendo
l'effetto di rendere particolarmente difficile il conseguimento dell'obiettivo
politico del processo di Barcellona.
Peraltro l'obiettivo economico può essere considerato
un successo e, per quanto concerne quello culturale, sono stati avviati numerosi
progetti per favorire gli scambi fra gli stati rivieraschi.
Con gli accordi
di Agadir del 2004 vengono gettate le
basi per un'area di libero scambio sulla costa sud del mediterraneo, il primo passo per la creazione di un’area di
libero scambio del Mediterraneo con l’obiettivo, più a lungo termine, della
creazione dell'Unione per il Mediterraneo (o "Unione mediterranea").
In questo contesto l’Italia ha intessuto rapporti privilegiati
con il Marocco, con
Nonostante l’Italia risulti solo all’undicesimo posto
per quantità di investimenti diretti in Marocco, l’assenza di particolari rischi
macro-economici, la progressiva apertura del mercato marocchino alla concorrenza
internazionale ed il basso costo della manodopera locale hanno facilitato la
presenza di numerose imprese italiane (attualmente circa 300). Va altresì rilevato
che le Autorità marocchine sono sensibili alla necessità di diversificare i
propri rapporti economici, rispetto alla presenza dominante di Francia e Spagna,
e si sono di
Tra gli elementi che potrebbero favorire l’ulteriore
rafforzamento della presenza delle imprese italiane in Marocco si segnalano
anche le opportunità offerte nell’ambito degli ambiziosi progetti di sviluppo
marocchini in alcuni settori chiave dell’economia (fonti energetiche, urbanistica,
turismo, trasporti, infrastrutture, agro-alimentare)
Per quanto riguarda
Il rapporto tra Italia e Tunisia è ormai da anni amichevole
e intenso: la prossimità geografica e il continuo contatto tra le comunità italiana
e tunisina sono gli elementi che, più di altri, hanno contribuito ad un eccellente
sviluppo delle relazioni bilaterali, sancite nel 2003 dal Trattato di Buon Vicinato,
Amicizia e Collaborazione, che prevede la realizzazione di periodici incontri
e consultazioni al più alto livello politico. Italia e Tunisia hanno tradizionalmente
un intenso dialogo politico ed hanno instaurato un ampio partenariato in vari
settori: economico-commerciale, energia, lotta al terrorismo internazionale
ed alla criminalità organizzata, contrasto all’immigrazione clandestina ed al
traffico di esseri umani.
Per la sua stessa
posizione geografica,
Rilevante ed articolata è la presenza dell’imprenditoria
italiana in Tunisia: sono circa 680 le aziende italiane (sia PMI che grandi
gruppi) operanti nel Paese, con un numero di addetti che supera le 55.000 unità
ed un totale di investimenti di circa 216 milioni €.
Per quanto concerne l’Algeria l’immagine più efficace
delle relazioni italo-algerine è quella di una
gigantesca partita a poker, una scommessa razionale, lungimirante, giocata
talvolta con spregiudicatezza rischiando di far saltare il banco, ma rivelatasi
finora vincente.
Mattei diede per
primo le carte quando, con cautela, ma con determinazione appoggiò la lotta
di liberazione del popolo algerino. Da combattente partigiano egli aveva compreso
la grande delusione suscitata nella parte più consapevole della società indigena
per il mancato riconoscimento di una ampia autonomia ai dipartimenti oltremare
in premio della consistente partecipazione alla lotta per la liberazione della
Francia delle truppe magrebine che costituivano il nerbo del corpo di spedizione
francese.
Su questo sentimento di delusione si cominciarono a porre
con pazienza le fondamenta di una penetrazione che si poneva come obiettivo
di non essere solo economica, ma anche culturale.
L’impresa appariva, agli albori, non solo difficile,
ma impossibile, tanto da far dire allo staff di Mattei “per i miracoli dateci
tempo…”.
La società algerina, il mondo algerino fino al più umile
pastore delle oasi era impregnato, avvolto non di cultura francese, che i coloni
non avevano certo contribuito a diffondere (nel 1962 c’erano solo 5 laureati
indigeni), ma, se così si può dire, di francesità. Il mondo per gli algerini
era
Questa era l’atmosfera nell’Algeria del periodo immediatamente
seguente alla di
Inevitabilmente l’Algeria si rivolse all’unica grande
Potenza che le aveva offerto simpatia, consapevole però che l’abbraccio avrebbe
potuto essere soffocante, l’Unione Sovietica, di cui adottò l’ideologia e la
struttura politica del partito unico.
Tuttavia l’esercito, erede delle formazioni partigiane,
i cui dirigenti erano per lo più formati nelle scuole francesi, mantenne una
pesante ipoteca sulla vita politica del Paese, con uno sguardo pragmaticamente
rivolto al mondo occidentale ed una struttura sostanzialmente laica.
In questo mondo articolato il seme gettato con lungimiranza
da Mattei cominciò lentamente a germogliare e poi a crescere rigoglioso.
Le difficili e complesse trattative per la costruzione
del gasdotto si svilupparono nello scetticismo e fra mille ostacoli, ideologici,
politici, rese difficili dalla situazione internazionale del periodo che vedeva
con allarme una crescente influenza sovietica e dei suoi alleati nel Mediterraneo.
Con determinazione l’ENI proseguì sulla strada a suo
tempo tracciata, trascinando nella scia altre imprese italiane, che contribuirono
alla costruzione di strade, dighe, opifici e soprattutto aprirono il mondo imprenditoriale
algerino alla conoscenza di realtà diverse.
Imprenditori e tecnici italiani cominciarono ad operare
nel Paese, con flessibilità e spirito di adattamento alle condizioni di vita
ed alle consuetudini locali suscitando favorevoli ripercussioni nelle relazioni
anche personali.
Piccoli gruppi di studenti algerini cominciarono a frequentare
gli atenei italiani, ma cosa decisamente più importante da un punto di vista
politico, allievi ufficiali furono inviati a frequentare le Accademie italiane,
dando un chiaro segnale di autonomia rispetto alla rigida disciplina ideologica
pretesa dall’alleato sovietico.
Le imprese italiane, poi, intuirono che era necessario
stabilizzare il gran numero di tecnici che operavano nel Paese, consentendo
di trasferire le famiglie, con la ulteriore esigenza di organizzare una struttura
scolastica che fosse in grado di assolvere alla formazione di ragazzi dalle
elementari alla scuola media.
Nacque così la scuola “Roma”, con docenti reclutati all’inizio
fra le consorti dei tecnici italiani, poi, con l’aiuto dello Stato, con alcuni
insegnanti di ruolo, che nel periodo di maggior frequenza accoglieva circa 120
ragazzi.
Era difficile immaginare che nell’appartamento situato
nel centro cittadino di Algeri che aveva ospitato il consolato italiano fosse
possibile accogliere una tale moltitudine di ragazzini decisamente scatenati:
gli impiegati del sottostante Ufficio commerciale spagnolo ne seguivano le evoluzioni
con preoccupazione, soprattutto per i loro lampadari che nei periodi di maggior
confusione entravano decisamente in oscillazione.
La scuola non era riconosciuta dalle autorità algerine,
ma a conferma del loro pragmatismo, non la ostacolarono mai, anzi a protezione
dell’ingresso e dell’uscita degli studenti, distaccavano quattro vigili per
disciplinare il caotico traffico veicolare cittadino a protezione dei ragazzi
cui la disciplina nell’attraversare le strade faceva leggermente difetto…..
Nel contempo aumentava l’attività dell’Istituto di cultura
che vedeva incrementato notevolmente il flusso di studenti algerini per imparare
la lingua italiana e l’afflusso di docenti nell’Università di Algeri soprattutto
nella Facoltà di architettura.
Le difficili e spinose trattative per stabilire il prezzo
del gas furono risolte dopo trattative dure, spregiudicate, intricate con pragmatismo
e giusta attenzione alle diverse esigenze.
Il mondo politico algerino nascondeva tuttavia un grave
peccato originale, corruzione nella vita pubblica, grandi diseguaglianze sociali
ed economiche fra gli esponenti del partito e dell’esercito e la gran massa
della popolazione.
Tale situazione era bollata con veemenza dagli esponenti
religiosi che più mantenevano il contatto con le grandi masse di diseredati
e disoccupati e ne alimentavano lo scontento con veementi sermoni, troppo spesso
ignorati.
Forzati dalla caduta del Muro di Berlino ad aprire ad
una blanda democratizzazione gli esponenti del mondo politico algerino, che
facevano ancora riferimento al partito unico, pensavano di poter controllare
il disagio popolare ed indire elezioni pluripartitiche con esito scontato.
I risultati del primo turno di elezioni, invece, indicarono
una pesante sconfitta dei partiti laici ed un successo travolgente del partito
religioso. L’esercito reagì brutalmente al pericolo incombente di un regime
integralista islamico ed annullò il risultato delle elezioni, assumendo il controllo
del Paese.
Ne seguì, come noto, un periodo, durato un decennio,
di gravi turbamenti, di guerra civile incombente, di massacri indiscriminati,
cui tuttavia reagì, indubbiamente con grande durezza, la società civile grazie
alla tenuta dell’esercito e delle strutture dello Stato.
Con qualche concessione fu ristabilita l’autorità dello Stato ed ormai
soltanto sporadici gruppi di fanatici minacciano l’ordine pubblico e, in particolare,
la sicurezza delle strade.
Il periodo di gravi disordini ed il pericolo per la incolumità
personale provocò l’esodo massiccio delle comunità straniere ed in particolare
delle famiglie, con la sospensione dell’attività della scuola italiana.
Tuttavia alcuni imprenditori coraggiosi decisero di affrontare
il rischio e continuarono ad operare al fine di mantenere una presenza viva
ed attiva nel Paese e per dare, in qualche modo, fiducia ad una società civile
che si sentiva abbandonata dal mondo occidentale poiché non sembrava essere
chiaro che non si trattava di lotta fra due fazioni politiche, ma fra due visioni
di vita divergenti, l’una che affondava le sue radici nell’integralismo religioso,
l’altra che faceva riferimento ai valori laici ed allo stato di diritto, attento
alle consuetudini locali, ma mutuato dalle società occidentali.
La pace è tornata, l’attività economica ha ripreso vigore,
i piani di investimento sono ripartiti.
L’Italia non può mancare a questo appuntamento cruciale
ed infatti le imprese si sono nuovamente affacciate con forza sulla piazza algerina.
Del resto gli interessi italiani in Algeria sono molti:
oltre al piano quinquennale, al quale l' Italia spera di partecipare '' concretamente'',
ci sono anche una serie di commesse che le imprese italiane non possono farsi
sfuggire.
Tra i progetti ai quali l' Algeria guarda con interesse,
c'é la fornitura di 4 fregate e una nave da trasporto logistico, la costruzione
di un tratto di autostrada per 1,2 miliardi di euro sul quale c’é l'interesse
di un consorzio di 3 imprese italiane . E poi ancora una fornitura di 30 elicotteri
del valore di 460 milioni di euro, per i quali il ministro ha annunciato il
via libera alla Agusta nel quadro di una collaborazione euro- mediterranea di
difesa. Da Algeri, il governo si aspetta però anche un passo concreto per agevolare
gli imprenditori italiani, sbloccando i visti di lunga durata, attualmente difficili
da ottenere. L’Italia, inoltre, ha assicurato il proprio appoggio nel processo
di avvicinamento tra Algeri e Bruxelles e nei negoziati per l' adesione dell'
Algeria al Wto. Massima collaborazione poi sul fronte antiterrorismo, non solo
con un semplice accordo di polizia ma sostenendo, attraverso l' Algeria, la
linea dura contro il terrorismo nel Maghreb e nel Sahel, con il no ai riscatti
e la collaborazione di intelligence''.
Tuttavia appare evidente che è necessario completare
il quadro delle relazioni, includendo accordi culturali, sociali e di cooperazione
in numerosi settori di fondamentale importanza per ricostruire quell’atmosfera
di fiducia che sola può ridare slancio alla penetrazione economica.
I rapporti politici si stanno gradatamente rinforzando,
accompagnando l’azione degli operatori economici ed il lancio del nuovo gasdotto
Galsi che attraverso
Appare a questo punto evidente l’interesse a incrementare,
rafforzare, rendere permanenti i rapporti fra i due Paesi con l’obiettivo chiaro
di non appesantire eccessivamente la bilancia dei pagamenti.
A questo scopo il Ministro degli Esteri Frattini ha visitato
l’Algeria preparando una prossima visita del Presidente del Consiglio, on. Berlusconi.
Gli argomenti all’ordine del giorno sono molti, ma l’Algeria
soprattutto richiede che la presenza dell’industria italiana non sia soltanto
un mordi e fuggi, partecipando alle gare di appalto e lasciando il Paese subito
dopo. Quello che viene richiesto è un vero partenariato, in particolare fra
piccole e medie imprese, che facciano dell’artigianato e della piccola e media
imprenditoria l’asse portante di una cooperazione destinata a durare nel tempo.
Il piano quinquennale prevede investimenti per 286 miliardi
di dollari ed il governo algerino chiede che l’Italia si impegni nel processo
di sviluppo con interventi di cooperazione duratura, basata sulla fiducia reciproca
e sulla volontà di dirimere con buon senso e pragmatismo le divergenze, che
ovviamente non mancano.
I settori in cui la collaborazione è possibile sono svariati,
dall’agro-alimentare alla tecnologia di punta, dall’artigianato al settore militare,
dalla sicurezza e la comune lotta al terrorismo ad una maggiore apertura ai
cittadini algerini che vogliono studiare ed approfondire la loro preparazione
professionale in Italia.
La visita, che sembra essere prevista in un prossimo
futuro, del Presidente Berlusconi potrebbe dare un nuovo e più forte impulso
al partenariato strategico con l’Algeria, includendovi quegli aspetti culturali
che già erano stati sviluppati con successo nel passato, dallo studio della
lingua italiana alla cooperazione fra Atenei e scuole superiori di cui un brillante
esempio è costituito dalla presenza a Cepagatti di numerosi studenti algerini.
E, come per inciso, la rifondata scuola italiana “Roma”
ha riaperto i battenti, questa volta riconosciuta dalle autorità algerine, accogliendo
i figli di tecnici ed imprenditori italiani, un ulteriore segno di fiducia nello
sviluppo di rapporti duraturi.
L’augurio è dunque che la coraggiosa azione di alcuni
imprenditori che hanno sostenuto con la loro presenza la reazione della società
civile algerina sia seguita e rafforzata ora da un convinto sostegno politico
da parte del governo italiano, consapevole delle grandi prospettive offerte
dal partenariato trans mediterraneo fra Paesi che non hanno mai abbandonato
la via del dialogo. (Franco Santellocco, Presidente della V Commissione del
CGIE)